C’era una volta una piazza. Che si chiamava piazza Fontana. E c’era una volta una bomba. Che scoppiò proprio lì, in piazza Fontana, il 12 dicembre del 1969, causando la morte di 16 persone e il ferimento di altre 88. Per l’attentato vengono subito indicati come colpevoli gli anarchici, e tra questi un ballerino, Pietro Valpreda, e un ferroviere che si chiamava Giuseppe Pinelli. Un anarchico che – come è ironica la vita, a volte – frequentava la sezione Sacco e Vanzetti di via Murilio a Milano. “E’ lui il mostro” annuncerà un quasi debuttante sullo schermo Bruno Vespa quando Giuseppe Pinelli viene arrestato. Il fermo di Pinelli era illegale, visto che egli era stato trattenuto troppo a lungo in questura: il 15 dicembre 1969 avrebbe dovuto essere libero oppure in prigione, visto che il fermo di polizia poteva durare al massimo due giorni. Ma Pinelli viene messo sotto pressione, gli parlano di prove schiaccianti contro di lui, e in quelle ore, a volte, tra quelli che gli parlano c’è proprio Calabresi. Il quale però non è in stanza con lui, secondo l’inchiesta conclusa nel 1975 dal giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio, quando il ferroviere se ne vola giù dalla finestra della questura a Milano, e muore. “Un chiaro indizio di colpevolezza” recitano i media dell’epoca.
Però, come sapere, spesso il diavolo ci mette la coda. E si scopre – come d’incanto – che né Pinelli né Valpreda c’entrano nulla con la bomba. Che è invece stata messa da altri: per il gesto finiscono sotto processo, tra gli altri, anche gli estremisti di destra Franco Freda, Stefano Delle Chiaie, Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi (tutti assolti), e un generale del servizio segreto civile, Gian Adelio Maletti, per falso ideologico. Ma torniamo a Pinelli, e a quei giorni degli anni ’70. Capirete, a questo punto, che un ferroviere morto perché colpevole quando colpevole non è più, comincia a destare qualche brusio. Anche perché “la versione ufficiale viene considerata contraddittoria ed incongruente: l’ambulanza sarebbe stata chiamata alcuni minuti prima della caduta, Pinelli non avrebbe urlato durante la caduta, avvenuta quasi in verticale (quindi probabilmente senza lo spostamento verso l’esterno che ci sarebbe stato se si fosse lanciato), pur avendo sbattuto contro i cornicioni, sulle mani non avrebbe avuto nessun segno che mostrasse tentativi (anche istintivi) di proteggersi dalla caduta, gli agenti presenti forniranno nel tempo versioni leggermente contrastanti sull’accaduto (in una di queste sostennero di essere riusciti ad afferrarlo, ma di non essere riusciti a trattenerlo, motivando quindi la caduta in verticale senza spostamento dovuto all’eventuale slancio) e infine le dimensioni della stanza, la disposizione dei mobili e delle sedie per l’interrogatorio avrebbero reso difficile gettarsi dalla finestra in presenza di poliziotti. Secondo una delle diverse versioni date dalla Questura, nel tentativo di trattenere Pinelli per impedire la caduta dalla finestra, nelle mani di un poliziotto sarebbe rimasta una scarpa del ferroviere, che sarebbe quindi una prova del fatto che i tentativi di trattenerlo erano avvenuti, ma in realtà quando il ferroviere fu raccolto sul selciato indossava ancora entrambe le scarpe” (sempre Wikipedia).
Lotta Continua (giornale-movimento che annovera tra le sue firme anche Paolo Liguori, per dire che non è tutt’oro quel che luccica) accusa Calabresi di averlo suicidato lui, Pinelli. E’ così che il Commissario li querela, cadendo nell’attentato prima che si vada in giudizio, mentre l’inchiesta su Pinelli dirà che il ferroviere è morto per una sorta di “male attivo” che l’avrebbe fatto inciampare e cadere dalla finestra. Per l’omicidio di Calabresi sono stati condannati Sofri, Bompressi e Pietrostefani. Va bene, le sentenze si rispettano. Ora, noi non abbiamo alcuna intenzione di scordarci la morte del commissario. Ma che nessuno ci chieda di dimenticarsi anche i 16 morti di Piazza Fontana. Tutti morti rimasti senza giustizia. Anche loro tutti innocenti, come quel ferroviere che di quella bomba è la diciassettesima vittima.
tratto da qui




L’avevo letto allora, l’ho riletto oggi. Ora come allora, ho pensato, mi sono arrabbiato, mi sono commosso.
Temo che non solo non sia cambiato nulla dal 1969 ad oggi, ma che non abbiamo neppure imparato nulla da questa storia.
C.