Energie alternative: crisi di crescita o fine di un’illusione?
10/12/2009 - QUI BRUXELLES – Se anche l’Europa, leader politica e filosofica dell’impegno contro l’effetto serra, corregge la rotta, allora il problema è serio. Al centro del contendere ancora gli incentivi alle energie prodotte con il sole e con il vento: ha
QUI BRUXELLES – Se anche l’Europa, leader politica e filosofica dell’impegno contro l’effetto serra, corregge la rotta, allora il problema è serio. Al centro del contendere ancora gli incentivi alle energie prodotte con il sole e con il vento: ha iniziato la Spagna con il ridurre il prezzo di favore concesso ai pionieri di queste tecnologie, l’Italia dovrebbe farlo dal
2011 (ma una decisione è attesa entro l’anno prossimo). Decisioni normali visto che nel frattempo queste industrie sono cresciute e l’efficienza delle tecnologie ha fatto passi avanti enormi, la necessità di trattamenti di favore rispetto al petrolio e al gas, considerando il costo della Co2 prodotta, andava riducendo. Non mancano gli studi, targati solo 2008, in cui persino il costoso Kwh prodotto con i pannelli solari avrebbe raggiunto la Grid parity (costo di accesso alla rete) rispetto alle fonti tradizionali nel giro di qualche anno. La reazione negativa dell’industria del settore ai tagli decisi o solo annunciati derivano da tre cause: 1) I settori abituati ai sussidi non riescono a privarsene, nemmeno quando i fondamentali economici lo permetterebbero (chiedere al mondo dell’auto) 2) la prospettiva che il prezzo del petrolio non superi gli 80 dollari sta facendo crollare la disponibilità di capitali privati per gli investimenti. I soldi pubblici dovrebbero compensare questa riduzione. 3) Se i governi dovessero riformare il meccanismo degli incentivi è probabile che una parte dei fondi venga dirottata dalla produzione alla distribuzione. La crescita delle centrali eoliche e solari non viene sfruttata al meglio perché le reti attuali non sono in grado di gestire l’intermittenza di questo tipo di produzione. Il problema è che chi costruisce e gestisce gli elettrodotti non sono le stesse società che fanno produzione, se si rimettesse mano alle norme i due fronti sarebbero in forte concorrenza.
BENEVENTO DOCET – Per capire la situazione italiana bisogna andare in curva tra i tifosi del Benevento che domenica scorsa festeggiavano: “Oreste Vigorito è tornato in libertà!! Il popolo giallorosso potrà finalmente riabbracciare il suo GLADIATORE, il suo leader EMOTIVO, colui che con bellissime parole ma, soprattutto tanti fatti, ha insegnato al popolo gia
llorosso che si può vincere anche nella sconfitta, e che prima o poi con i VIGORITO realizzeremo il nostro sogno: la serie B!! IO STO CON I VIGORITO!!”. Vigorito era appena uscito dagli arresti domiciliari per aver truffato sui contributi pubblici alle sue aziende, su tutti la Ipvc, società pioniera e leader dei parchi eolici in Italia. La situazione “pericolosa” in cui versa il settore eolico nel meridione è già stata più volte sottolineata. Non abbiamo fatto molta strada da questa bella inchiesta dell’Espresso di un anno e mezzo fa, in cui peraltro Vigorito era già protagonista. La situazione è peggiorata dal punto di vista tecnico nel senso che i posti ricchi di vento diminuiscono sempre più: il 10% degli impianti eolici installati semplicemente non lavora, la quota dei “funzionanti 0 ore” rimane costante nel corso degli ultimi 5 anni. Il tempo in cui il vento è sufficiente forte per far girale le turbine è basso rispetto ad altri paesi europei più fortunati: 1413 ore l’anno contro le oltre 2000 della Danimarca e le oltre tremila della Scozia. In più la quota delle pale più attive, oltre le 1800 ore, diminuisce anno dopo anno (erano il 48% nel 2004 e sono il 38% nel 2008). Il gap della produzione con le centrali tradizionali, che funzionano circa 7000 mila ore l’anno, si allarga anziché restringersi. Da anni corriamo meno degli altri in Europa: dal 2005 al 2008 siamo passati dal quarto al settimo posto come produzione dal vento, sorpassati da Portogallo, Francia e staccati dal Regno Unito con cui ci contendevamo il podio. Lo spazio per una crescita solo “di carta” che vive dei contributi pubblici, ma non produce energia è dunque aumentato. La risposta sarebbe spostare i campi eolici in mare (il famoso eolico off shore), ma nessuno sembra volerlo davvero.
RISACCA – Dopo Copenhagen i problemi rimangono tutti: riduzione dei capitali disponibili, incapacità della lobby verde di muoversi su un’agenda unica, crisi di credi
bilità e perdita di appeal verso i politici. Anche l’opinione pubblica sembra ritirare il proprio appoggio incondizionato: secondo un sondaggio riportato da Rinnovabili.it, l’Osservatorio Scienza e Società di Observa ha rilevato che, rispetto ai dati del 2007, la percentuale degli italiani che credono realmente che stia avvenendo un cambiamento della temperatura globale è scesa dal 90 al 71,7%. Tra chi si è dichiarato incerto rimane comunque di valore l’opinione scientifica mentre è risultata meno rilevante il pensiero delle associazioni ambientaliste: solo il 13% degli intervistati ritiene che abbiano, con il loro operato e con le campagne di sensibilizzazione, influenzato la percezione del cambiamento climatico. Tra gli scettici è diffuso il pensiero che gli ambientalisti siano catastrofisti spingendo al limite le conseguenze del global warming. Un’altra indagine commissionata dalla Nielsen in collaborazione con l’Oxford University Institute per il cambiamento climatico, ha raccolto i pareri di oltre 27.000 consumatori di ben 54 Paesi sparsi in tutto il mondo: la percentuale dei sensibili al tema è stata stimata del 37% registrando una diminuzione del 4% dell’interesse rispetto ai dati raccolti nell’anno 2007. Entrando maggiormente nel dettaglio, mentre negli Usa il numero delle persone che hanno dimostrato preoccupazione è di gran lunga scemato, dal 34% del 2007 al 25% di quest’anno, un apprensione maggiore è stata invece riscontrata in America latina e in Asia, rispettivamente con percentuali del 57% e del 42%. Tutto ciò non cambia il dato di fondo, ovvero che il riscaldamento globale esiste ed il più grande pericolo del nostro tempo, se non porci un ulteriore domanda: se chi dovrebbe combatterlo sbaglia strategia, quante possibilità abbiamo di uscirne vivi?













“per aver truffato”… In questi casi – con un procedimento giudiziario appena avviato – si usa il condizionale o formule tipo “con l’accusa di avere truffato”. I giornalisti lo fanno, e anche i giornalettisti dovrebbero.
Critica giusta, cambiamo in “perchè accusato di aver truffato…”.
Non sia mai che Giornalettismo venga messo tra i giustizialisti tipo Repubblica o il Fatto Quotidiano. Quelli non hanno niente da insegnarci
grazie
il commento vale come rettifica ai sensi dell’articolo che non mi ricordo, per il comma che non mi viene.
per la cronaca: Repubblica e il Fatto – così come ogni altro giornale – avrebbero usato il condizionale. Non c’entra nulla il giustizialismo, è una questione di correttezza giornalistica. Comunque, grazie per l’attenzione.