Il crollo della credibilità della “green economy” in poco più di un anno è stato verticale così Copenaghen, da apoteosi di un nuovo paradigma politico ed economico, si trasforma in una lotta per la sopravvivenza.
Hopenaghen, come la chiamano in queste ore gli ambientalisti, ha un obiettivo minimo: garantire l’attuale livello di sostegno finanziario e normativo e mantenere, almeno a
parole, un’elevata tensione dei grandi del mondo verso l’argomento. Se il clima dovesse scendere nella lista delle priorità sarebbe la fine, per cui la parola d’ordine è ottimismo, qualunque cosa uscirà del vertice sarà positiva. Anche se questo traguardo minimo dovesse essere centrato, il destino della “Green Inc” si deciderà nei mesi successivi in posti lontani da Copenhagen: Washington, Pechino, Bruxelles e Benevento. Tra truffe, ipocrisie, favori e scandali bisogna riconoscere che l’obiettivo teorico ed encomiabile di costruire un’economia più sostenibile ha permesso un’applicazione pratica che non disdegna la speculazione, il calcolo politico e la manipolazione. Ecco a voi un breve viaggio nel lato oscuro dei salvatori del pianeta e i peccati che potrebbero distruggerne le sorti magnifiche e progressive.
QUI WASHINGTON - La vera delusione per chi lotta ogni giorno contro il riscaldamento globale è stato, persino più dei professori del Cru che truccano i dati, Barack Obama. È salito al potere promettendo un Green Deal, soldi pubblici per le tecnologie amiche dell’ambiente, invece sono stati trovati i capitali per salvare le banche, l’industria dell’auto, i proprietari di casa sfrattati, ma quelli per le società verdi dovranno aspettare la riforma per la sanità. Il “climate bill” è al Senato dove è già stato parecchio stravolto, un voto definitivo non ci sarà fino alla primavera prossima; a sentire i giornali americani non avrebbe al momento la maggioranza per essere approvato. Dentro ai testi in discussione è
già entrato di tutto: sostegno al carbone americano e penalizzazione per il solare se i pannelli sono realizzati in Cina. In attesa di un chiarimento a livello nazionale, l’incentivazione alle fonti rinnovabili è lasciato ai singoli Stati e alla loro “sensibilità” verde. Il presidente nero-verde si è parzialmente riabilitato proprio con il suo blitz su Copenhagen, ma il rischio che il leader del mondo libero prendesse un impegno politico davanti ad altri capi di Stato che poi avrebbe dovuto essere recepito nella legge, ha dato una sferzata ai lavori per far sì che nel discorso di Copenhagen venisse già recepita la linea del congresso. Rimane il fatto che per ora soldi veri la lotta non ce ne sono, l’impegno del taglio del 17% nel 2020 (rispetto al 2005, il 4% sul 1990) rappresenta veramente poco anche rispetto agli impegni presi dall’Europa. Il capo negoziatore Usa, Todd Stern, ha dichiarato che «l’amministrazione Obama non si sta concentrando sugli obiettivi al 2020». La domanda è: fino a quando il presidente riuscirà a cavarsela con il carisma e le promesse prima che gli Usa vengano considerati inaffidabili nella riduzione delle proprie emissioni?
QUI PECHINO – Il rischio, paventato da molti commentatori ai tempi Bush e del protocollo di Kyoto (ma abbiamo veramente fatto tanta strada da allora?) è che senza un coinvolgimento degli Usa l’altro grande inquinatore, la Cina, non si sarebbe mai piegato a ridurre la sua “sporca” crescita. In realtà le cose stanno andando diversamente, anche se non meglio. Il governo di Pechino ha mostrato molto interesse per le tecnologie più moderne, per l’energia producibile con il vento ed il sole e l’efficienza energetica, ma ha altrettanto chiaramente fatto capire che non è disposto a farsi indirizzare dagli obiettivi “globali” (leggi “occidentali”). Ogni richiesta verde accolta dai cinesi è stata abilmente
trasformata in un’occasione di guadagno: progetti di enormi parchi idroelettrici o la costruzione a tappe forzate di centrali nucleari ridurranno le emissioni di gas serra, ma non possono essere considerate delle vittorie per gli ecologisti. Il vero fronte caldo poi sono i fondi provenienti dall’estero, al centro di un vero e proprio scandalo internazionale: le Nazioni Unite hanno sospeso i sussidi ad oltre 50 progetti di campi eolici cinesi, perché sospettano che il governo di Pechino avrebbe ottenuto negli anni precedenti oltre un miliardo di dollari sotto forma di “carbon credits” che non gli spettavano. Il meccanismo sfruttato è quello dei Cdm, come spiegano qui, ovvero la vendita sul mercato di certificati verdi per gli interventi nei paesi emergenti da parte dei paesi industrializzati. I campi eolici cinesi avrebbero presentato dei risultati peggiori del reale per ottenere il sussidio internazionale in quanto “non profittevoli” senza aiuto esterno. Il problema non è tanto che i cinesi imbroglino, ma che i paesi industrializzati ci facciano caso, segno che il flusso degli investimenti non è più così copioso, la volontà di usare meglio i soldi di solito indica che stanno per finire. Sempre gli Usa puntano a togliere la Cina dall’elenco dei paesi emergenti visto che ormai li considerano il principale interlocutore (se non avversario) nello scacchiere globale. Senza gli incentivi esterni, la conversione dell’economia cinese è destinata a rallentare parecchio.



“per aver truffato”… In questi casi – con un procedimento giudiziario appena avviato – si usa il condizionale o formule tipo “con l’accusa di avere truffato”. I giornalisti lo fanno, e anche i giornalettisti dovrebbero.
Critica giusta, cambiamo in “perchè accusato di aver truffato…”.
Non sia mai che Giornalettismo venga messo tra i giustizialisti tipo Repubblica o il Fatto Quotidiano. Quelli non hanno niente da insegnarci
grazie
il commento vale come rettifica ai sensi dell’articolo che non mi ricordo, per il comma che non mi viene.
per la cronaca: Repubblica e il Fatto – così come ogni altro giornale – avrebbero usato il condizionale. Non c’entra nulla il giustizialismo, è una questione di correttezza giornalistica. Comunque, grazie per l’attenzione.