Interni

Il paradosso della cultura in tv

8 dicembre 2009

Ogni tanto si leggono, nelle pagine culturali di vari quotidiani, peana che inneggiano al ritorno della televisione di qualità.

Pochi giorni fa Alessandro Baricco ha descritto, con la solita prosa spumeggiante, la serata in onore della musica classica che la trasmissione Che tempo che fa condotta da Fabio Fazio ha mandato in onda giovedì sera su Rai Tre. Erano presenti tre grandi maestri quale il pianista Maurizio Pollini e i due direttori d’orchestra Daniel Barenboim e Claudio Abbado. Dell’articolo di Baricco mi ha colpito il titolo: Riprendiamoci la tv. La particella pronominale “ci” sta per “intellettuali”, i quali – secondo il noto scrittore – devono riprendersi la tv per cercare la “luce” che si cela dietro domande apparentemente banali che il conduttore o lo spettatore rivolgono loro; domande che sfidano l’intellettuale a interrogarsi pubblicamente sul senso del suo lavoro. «“Divulgazione”, il nome che diamo al gesto di rendere semplici cose complesse. Naturalmente divulgare è una cosa che la televisione può fare: ma è molto meno di quello che potrebbe fare. La televisione ha un suo tratto popolare, infantile, e ludico: ha un suo modo di illuminare le cose che non necessariamente significa tradurle in volgare, spesso è semplicemente un certo modo di illuminarle. Quel tipo di luce è, per gli intellettuali, inedito e spiazzante: ma è una luce, non una violenza»

DALLA PARTE DI CHI GUARDA – A mio avviso, per chi ha la presunzione di essere un uomo di cultura, non ha senso richiedere un maggiore impegno culturale della televisione per questa supposta “luce”, giacché sa benissimo che tali trasmissioni di qualità non sortiranno in lui alcun effetto – se non a livello remunerativo, beninteso. Questa “luce” semmai, di cui parla Baricco, dovrebbe essere l’intellettuale a farla accendere nello spettatore facendogli conoscere mondi nuovi e aprendogli nuove prospettive; stimolando in lui lo spirito critico; o anche divenendo un sano modello da emulare; infine, allontanando gradualmente, ma definitivamente lo spettatore dalla tv. Ma forse chi guarda con piacere Maria De Filippi, Barbara D’Urso, Lamberto Sposini e affini non sente affatto dentro sé un prurito da Apostrophes, non si augura che un giorno il Grande Fratello sia condotto da Umberto Eco. In tv sono sufficienti gli Sgarbi, i Luxuria e gli allenatori di calcio: i cervelli delle masse devono essere pronti per andare al lavoro l’indomani (per chi ha la fortuna di andarvi, beninteso) e parlare di questo immenso niente fintamente gratuito. La televisione è una sorgente inquinata, alla quale è bene non abbeverarsi troppo per non ottundere le proprie capacità mentali. Perché è la televisione che sfrutta la cultura, e non il contrario; la cultura in tv diventa uno dei tanti contenuti, una delle tante offerte che colmano il vuoto rappresentato da ogni palinsesto. Per questo, a mio avviso, gli intellettuali devono essere molto diffidenti riguardo al mezzo televisivo, giacché la televisione fagocita tutto demoltiplicandolo, sminuzzandolo, polverizzandolo in attesa di un nuovo evento da trasmettere.

RISPOSTA - «Gli uomini di cultura giù dai loro piedistalli, la televisione via dal suo ottuso egocentrismo», scrive Baricco, augurandosi che cultura e tv escano dalle loro rispettive trincee per incontrarsi in una “terra di nessuno” ove poter trovare una soluzione alla propria naturale incomunicabilità. Poi conclude: «La televisione è lì per fare quelle domande. Noi intellettuali dovremmo essere lì per pronunciare una qualche risposta. Poi ognuno torna nella sua trincea a tessere la propria tela, ma intanto ogni tregua è una un’ ora rubata alla guerra, e a una separazione che non fa bene a nessuno». Il problema è che la tela televisiva è talmente pervasiva che ingloba del tutto quella intellettuale. Anche perché la tela culturale non ha la pretesa di coprire il cielo stellato sopra di noi e a esso sostituirsi, anzi: la tela che ogni intellettuale tesse fa da paracadute per rendere indolore l’atterraggio nell’abisso della propria finitudine. Forse una vera rivoluzione culturale della tv si realizzerà soltanto se degli uomini di cultura “infiltrati” riusciranno a rendere “culturale” (artistico, letterario, filosofico, scientifico) l’esistente: occorre, in breve, trasferire dentro la Casa giovani ricercatori del Cnr, della Normale, della Bocconi. Occorre sostituire tutta la drammatica comicità di Zelig con le avventure reali di giovani laureati costretti a fare i pony express o i telefonisti per qualche call-center. Bisogna che nel salotto caciarone della De Filippi vi si insinuino ordinari di filologia romanza e letteratura comparata di varie università europee: finalmente i baroni universitari eserciteranno la propria dialettica (e il proprio potere) fuori dalle mura del proprio dipartimento mostrando a milioni di telespettatori la “luce” del proprio sapere.

6 commenti a Il paradosso della cultura in tv

  1. Thor

    Ma di che vi preoccupate? Né tu né Baricco siete intellettuali, perché fare la predica a quelli là affinché se ne restino nella turris eburnea a schifare un mezzo di comunicazione quasi al tramonto? Ora c’è il web. Ma purtroppo i tanti nostri incliti ceruelloni philosophici non sempre sanno usare il mezzo e ne hanno voglia, anzi, alcuni si/ci hanno fatto una capa tanta con psiché e techné che il nuovo istrumento non lo vogliono proprio sentir nominare. E che dunque se ne stiano da soli a parlare al vento.

  2. Luca Massaro

    Esimio Thor, come ti permetti. Io sono un intellettuale; come lo è Baricco; come lo sono tutti quelli che qui scrivono e leggono e postano commenti. Anche tu lo sei, a mio avviso (e spero che questo non sia per te un’offesa). L’intellettuale è l’uomo che pensa e che, talvolta, scrive bischerate. Tu dici: «Ora c’è il web» e infatti ove leggiamo, scriviamo e passiamo tempo? Il problema è che ancora, e purtroppo, la maggior parte della popolazione italica il tempo lo passa davanti alla tv.

    • Thor

      Non c’è ragion sufficiente per considerare la televisione un mezzo inadatto alla diffusione/divulgazione/proposta di temi culturali (e qui si potrebbe anche discutere sul significato di cultura e ve sta, se c’è, il segno di demarcazione). Semmai, bisogna rivedere la TV nella sua struttura. Negarsi questo strumento significa appoggiare la tesi di chi vorrebbe il sapere sia destinato a quelli che, per condizioni economiche e sociaculturali (ereditabili entrambe, nasci in una famiglia senza libri in casa, voglio vedere quante occasioni avrai di sapere che in giro c’è altro e forse di meglio che un reality show), possono permettersi più esperienze e stimoli. Significa penalizzare il potenziale talento di chi non ha mezzi e favorire unicamente chi ha la ventura – per milieu familiare o casualità – di imbattersi nella cosiddetta cultura alta. A volte basta nascere e vivere in una città culturalmente viva per avere queste occasioni, ma quanti paesini-buco nero ci sono in Italia, che non offrono niente e danno il cattivo esempio? Se fosse questione di istruzione superiore, io questa selezione degli ingegni migliori la farei tranquillamente, ma stiamo pur sempre parlando di cittadini in generale, di cultura per tutti quelli che al primo assaggio ne vorrebbero ancora. Quindi bisogna proporla a tutti, e la televisione ha saputo essere in passato uno strumento buono.

      • HappyCarrot

        Concordo, e aggiungo che ogni media riveste particolare importanza nei contesti appropriati, che comprendono come dici l’aspetto socioeconomico, come comprendono anche le capacità sensoriali e motorie. Senza contare che nel mondo sempre più orientato alla produzione (soprattutto industriale) in cui abbiamo vissuto dalla metà del novecento, molti bambini hanno passato lungo tempo abbandonati alla televisione (oggi in Itallia più regolamentata e tuttavia spesso meno difesa).

        Personalmente, per la parte che mi è toccata di quel tipo di esperienza, mi sento un figlio fortunato della TV pedagogica degli anni ’60, che era lontana da fini commerciali. Inoltre, fino all’avvento della televisione commerciale, la cultura alla televisione non costituiva affatto episodi sporadici come qualcuno lamentava qui in un commento. La qualità della RAI la collocava ai primi posti nel mondo (del resto, lo stesso valeva per la scuola), e anche nelle trasmissioni di evasione costituiva un buon terreno culturale comune e dava una conoscenza reciproca di classi, regioni e culture, contribuendo sensibilmente a far accettare e apprezzare la differenza come forma di un patrimonio comune.

        Oggi la televisione potrebbe dare ancora di più perché ci sono tanti soggetti e una maggiore scelta, ma l’importanza di un servizio di qualità gratuito e accessibile non si può considerare diminuito, considerando che il benessere diminuisce e la popolazione di oggi è da un lato mediamente più anziana, e dall’altro più eterogenea.

        Voglio azzardare un’analogia che mi sembra azzeccata e non casuale: se peggiora la frequentazione di un luogo (penso a un parco cittadino sporcato e sede occasionale di commerci loschi), il fatto che le persone che hanno un modello da proporre (penso a cultura, socialità, affettività, solidarietà, rispetto, che vivono tutti in un giardino) abbandonino il campo lo lascia senza controllo. Questo lo rende luogo d’elezione per scorribande e violenze, e ne diminuirà da un lato le possibilità d’inclusione, dall’altro le possibilità di vivervi serenamente.

        La metafora che ho usato funziona secondo me per ogni luogo di cultura, come funziona anche per le istituzioni e la politica, e in generale costituisce l’aspetto che io avvicino al significato che resta sempre importante della parola Resistenza.

  3. Magari si riuscisse a trasportare la cultura, la vera cultura in Tv: non che non ci sia, ma si tratta comunque di un legame che è, ed è sempre stato, casuale e sporadico: un vero peccato!

    Bel pezzo!

  4. Rado il Figo

    Sarebbe già un risultato positivo che almeno non venisse spacciata per “cultura in tv” roba come Boyager e Mistero.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>