Croci e minareti

07/12/2009 - LE QUESTIONI REALI - Il fatto che il crocifisso rappresenti uno dei valori dell’unità nazionale è certamente (anche) corretto, ma in realtà per gran parte del popolo italiano esso è solo un simbolo di fede religiosa cattolica. Quindi la domanda

     
 

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LE QUESTIONI REALI - Il fatto che il crocifisso rappresenti uno dei valori dell’unità nazionale è certamente (anche) corretto, ma in realtà per gran parte del popolo italiano esso è solo un simbolo di fede religiosa cattolica. Quindi la domanda vera è: il popolo italiano (o la sua maggioranza) ha il diritto di decidere se e quale simbolo appendere sulle pareti scolastiche o deve piegarsi al dissenso della minoranza anticlericale e a quello degli organi europei? Questo è il punto nodale della diatriba, anche se molti non vorranno ammetterlo. La questione potrebbe danneggiare non poco il difficile processo di integrazione europea e favorire le posizioni più ostili, come quelle rappresentate dalla Lega. E qui si innesta il fattore svizzero. Il referendum elvetico ha vietato la costruzione di nuovi minareti. Non di moschee: le moschee sono i luoghi di culto islamici e non erano oggetto del referendum. Il minareto è la torre dalla quale i muezzin ricordano pubblicamente ai fedeli che è l’ora della preghiera, cinque volte al giorno. Un po’ come le campane delle chiese cattoliche. Com’è noto in Italia le campane non possono più essere suonate negli orari o con l’intensità di una volta, per rispetto alla quiete pubblica. Gli orari islamici di preghiera non possono invece essere spostati o modificati, e quindi gli svizzeri hanno detto no ai minareti per evitare gli “schiamazzi” pubblici dei muezzin. Un’altra ragione è quella di evitare lo stravolgimento architettonico indotto da quelle strutture. Tuttavia, anche in questo caso, è difficile pensare che ci sia dietro solo una questione tecnica. La vera ragione è probabilmente quella di porre un freno all’invadenza della fede islamica, in una nazione tradizionalmente vicina ai valori cattolici. Anche in Svizzera, quindi, siamo in presenza di una frizione tra i diritti di una maggioranza (cattolica) e i diritti di una minoranza (islamica), risolta a favore della prima con lo strumento democratico del referendum. La combinazione dei due eventi (una maggioranza italiana che esce mortificata da una sentenza europea, e una maggioranza svizzera che “si fa rispettare” perché non è subordinata agli organi europei) potrebbe influenzare molto l’opinione pubblica italiana. Ma d’altro canto agli italiani, in fondo in fondo, interessa ben poco del crocifisso appeso nelle scuole: molti di loro, fino a oggi, non si erano nemmeno accorti della sua presenza (o assenza). Tutto quindi potrebbe finire a tarallucci e vino. Finché l’Europa non ci toglierà anche quelli…

     
 

16 Commenti

  1. John scrive:

    Mah… l’articolo ricostruisce la vicenda (citando le fonti originarie) collocandola nel suo contesto, e fa alcune considerazioni (senza esprimere posizioni) peraltro semplificate per questioni di spazio, che si possono condividere o meno.
    Sulla questione Svizzera si limita a dire “nazione tradizionalmente vicina ai valori cattolici”.
    Non intendo perdermi oltre in commenti che introducono questioni che l’articolo non ha inteso trattare, e prendono un pezzetto di frase (o di commento) per imputare all’articolo affermazioni che non sono presenti.
    Dire “nazione tradizionalmente vicina” è diverso da dire “ferrea tradizione cattolica”.
    Dire “organi europei” è diverso dal dire “organismo dell’UE”.
    La Corte Europea è un organo europeo, e l’efficacia delle sue sentenze è garantita dal Consiglio dell’UE, altrimenti non avrebbero alcuna forza esecutiva. Questione peraltro del tutto accademica, visto che la Svizzera è parte del Consiglio e firmataria della Convenzione.
    Infatti l’articolo non è un trattato sui meccanismi di funzionamento degli organi europei ma si è limitato (sul punto) a dire come viene percepita la sentenza, all’inizio infatti è scritto: “Facile immaginare il pensiero di tanti: in Svizzera decidono gli svizzeri, in Italia decidono gli stranieri”.
    Concetto (quello della percezione) che avrei dovuto ribadire anche alla fine, evidentemente, per evitare equivoci.
    Lo scopo dell’articolo non era quello di prendere posizione a favore di una tesi anzichè l’altra, ma a quanto pare così è stato interpretato da buona parte dei commentatori. Pazienza.

  2. Alexandro scrive:

    Anche se è passato parecchio tempo, vorrei far presente che da cittadino svizzero mi sono vergognato per quel referendum, ma da ateo (non associato ad alcuna organizzazione)trovo corretto che in Svizzera non vengano esposti simboli religiosi negli edifici pubblici. Ad essere sinceri, quando ho frequentato le scuole in Italia non mi sono sentito oltraggiato dal simbolo religioso, ma quando è in discussione un princìpio non ha importanza il grado di disagio del singolo. Quello che più mi infastidisce è l’atteggiamento ben poco cristiano che parecchi genitori esibiscono quando l’argomento torna ad essere attuale. Quanto può minacciare la fede, la mancanza di quello che per la maggior parte dei ragazzi, è un oggetto d’arredamento che passa inosservato?

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