Con le tartarughe si fanno i pettini – Quindicesimo capitolo
di Clementina Coppini
Quando salii sul taxi per l’aeroporto, la mattina dopo, avevo esaurito le lacrime. C’era però stata un’evoluzione, nel mio modo di vivere la morte. Dopo tanta stabile frequentazione, ora, quando la incontravo, barcollavo. Iniziava un po’ a ossessionarmi, e quindi ripresi a scrivere poesie. E a berci sopra. Scrissi tre sole poesie. In compenso ci bevvi sopra a lungo, da quel giorno.
In apparenza la mia vita manteneva lo stesso ordine che avevo sempre cercato di darle per ovviare alla devastazione del mio spirito, ma nel vedere Arianna inghiottita sottoterra avevo realizzato come non si possa mai essere certi di ciò che si prova.
Fu così che forse per la prima volta lasciai che la vita mi riducesse a un pettine. Ero sconvolto da una continua sete di superalcolici e desideravo di sentire in bocca il loro sapore sempre più presto. Non quando mi svegliavo, perché appena aprivo gli occhi dopo non aver dormito per la nausea e il mal di testa l’unica cosa che sentivo era il dolore per la situazione in cui mi stavo cacciando. Poi andavo a lavorare e cominciavo con un goccio via l’altro. Goccia dopo goccia, bevendo di nascosto, colmavo la misura. Il lavoro andava male, lo scrivere andava male, perché mi prendeva sempre più di frequente una spossatezza che pareva accidia. La voglia di non far niente mi ammazzava, l’alcol mi ammazzava e alla fine chi si ammazzava ero io. Un giorno, tornando dal lavoro nelle solite condizioni, ebbi l’incidente. Speronai un vecchio e lo ammazzai, e finii contro un muro spaccandomi la testa. La cosa divertente, se in tutto ciò ci fosse qualcosa di divertente, è che eravamo tutti e due ubriachi. I nostri destini etilici si erano incontrati e si erano spezzati a vicenda. Più il suo del mio, perché io dopo qualche giorno di coma mi svegliai. Sveglio è una parola grossa: ero vivo, tutto lì. Vivo e vegetale. Non riuscivo a muovermi, ma avevo gli occhi aperti. Mi trovavo in una stanza d’ospedale, avevo un gran mal di testa ma non ero solo. Vicino a me c’era una vecchia signora elegante. E che ci faceva lì la madre di Francesco? Giovanna Parkin era una bella signora inglese di quasi settant’anni. La conoscevo dalla prima superiore, da quando ero diventato amico di Francesco. Era una donna dalla testa molto fina e aveva una gran classe. Vedova da tempo immemorabile, era ricchissima, ma il denaro, in un essere come lei, rappresentava un accidente, non certo la sostanza.
Era perfetta nel suo tailleur di Hermes e con tutte le sue belle rughe intorno agli occhi blu. La Signora Parkin era il mio mentore e maestro, e se c’era qualcosa che nella vita amavo (o forse dovrei dire avevo amato) quanto lei, non c’era nulla che amassi di più. Era ciò che di più simile a una madre avessi mai avuto. Lei era sempre vicino a me nei momenti peggiori, ma io me la dimenticavo sempre. Ingrata anima, la mia.
“Sono tornata ieri da Parigi. C’era un tempo orrendo e non riusciva a passarmi questa tosse.” Non avrebbe mai confessato di essere venuta per starmi vicino, e la tosse ce l’aveva perché fumava troppo. “Come stai?” disse con il suo accento inglese. Era in Italia da trent’anni e non aveva ancora perso l’accento,Mi guardò meglio e si mise a ridere. “Scusa. Come dovresti stare? Hai un aspetto mostruoso.”
Abbozzai con fatica mezzo sorriso e fu a quel punto che ritornai alla vita. La Signora Parkin mi aveva riportato alla vita tante volte e io mi chiedevo come avevo fatto a dimenticarmelo. Ma non importava, perché ora lei era lì e non mi interessava nemmeno sapere come avesse fatto a sapere quello che mi era accaduto. Forse l’aveva visto in sogno, perché lei era uno sciamano. In abiti firmati, ma sciamano. La sua presenza era un segnale dal cielo che mi diceva che dovevo raccogliere l’anima da terra. Dovevo combattere il mio combattimento, conservare la fede e vincerlo. Mai stato un bravo combattente, e peggio ero come credente, ma più che tutto ero un perdente. Ero quello, avrei dovuto scriverlo sulla carta d’identità. Non sentivo niente di me, in quel momento. Cercavo di capire come andavano le varie parti di me, ma ero troppo frastornato e spaventato e i miei occhi vagavano per la stanza. Eppure la Signora Parkin era vicino a me. Questo era un punto positivo. Uno.












Potreste mettere il link dei capitoli precedenti? Non riesco a trovare il primo
Il primo l’ho trovato. Se cerco “con le tartarughe si fanno i pettini secondo capitolo” escono fuori solo il tredicesimo e il sesto
Se nella ricerca scrivi solo “tartarughe pettini” compaiono tutti i capitoli. ;-)
Grazie:)
Grazie e grazie ancora. Credevo che la mia storiella non interessasse nessuno e invece c’è qualcuno che la legge. Questo migliora indicibilmente questa giornata. :-)
Ed è interessante!Ti dirò semmai che meriterebbe più visibilità, per esempio lasciando la prima parte nella home e su ogni pagina il link diretto per il seguente capitolo. Grazie a te per la piacevole lettura:) Ciao