Spatuzza-Ciancimino: Fini si è davvero confuso?
02/12/2009
Gaspare Spatuzza, stando a quanto trapelato e finora riportato dagli organi di stampa, da quando collabora con la giustizia non ha mai parlato di Nicola Mancino. Pertanto, a prima vista può essere senz’altro convincente la rettifica di Gianfranco Fini giunta ieri sera in diretta a Ballarò. Al Procuratore della Repubblica Nicola Trifuoggi, il 6 novembre scorso a Pescara, aveva spiegato a bassa voce: “Spatuzza parla apertamente di Mancino, che è stato ministro dell’Interno… (incomprensibile)… Uno è vicepresidente del Csm, l’altro è presidente del Consiglio…”. Il Presidente della Camera dopo la pubblicazione del fuorionda si è prontamente corretto intervenendo telefonicamente durante la trasmissione di Giovanni Floris: “Non è Spatuzza che parla di Mancino, ma Ciancimino. Ho fatto confusione”, ha precisato. Insomma, nulla di strano apparentemente, ma ascoltando la registrazione ci si può accorgere che Fini parla di un collaboratore che fa delle dichiarazioni sia su Mancino, sia sul Presidente del Consiglio Berlusconi. La parte incomprensibile dell’audio certamente non aiuta e non ci dà totale certezza. Ma è bene ricordare che, così come Spatuzza non ha mai citato Mancino nelle sue dichiarazioni, nemmeno Massimo Ciancimino ha mai citato Silvio Berlusconi finora: i suoi racconti si riferiscono, infatti, solamente agli incontri che ebbero lui, suo padre e i carabinieri fino al giorno dell’arresto di don Vito (dicembre ’92), ben prima dell’entrata in campo del presidente di Fininvest.
“Lei lo saprà…”, dice Fini rivolgendosi a Trifuoggi. Ma come si può dubitare che un Procuratore della Repubblica – ci chiediamo – non sia a conoscenza di circostanze pubblicate sui giornali mesi prima e che hanno ad oggetto un vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura? Come può Trifuoggi non sapere che Ciancimino nelle sue rivelazioni ha citato Nicola Mancino come garante della trattativa tra mafia e stato del ’92? Insomma, resta il dubbio che non ci sia stata confusione e che per davvero Spatuzza abbia citato Mancino. Se così fosse ci troveremmo di fronte ad un elemento di straordinario interesse che potrebbe aiutarci a risolvere molti misteri. Il coinvolgimento di Mancino in loschi accordi para-mafiosi è ancora da verificare, le sue eventuali responsabilità da accertare, molte circostanze di quei fatti devono ancora essere scoperte. Non è la prima volta, infatti, che il nome di Mancino balza fuori dalle deposizioni in cui si cerca di fare chiarezza sui legami che possono essere intercorsi tra criminalità organizzata e politica a cavallo tra la prima e la seconda Repubblica.
Gaspare Mutolo, Giovanni Brusca e, come già detto, Massimo Ciancimino sono le persone che, nell’ambito delle vicende riguardanti la trattativa intavolata tra uomini dello Stato e Cosa Nostra nel periodo delle stagi, hanno già citato nelle loro dichiarazioni rese ai giudici l’attuale vicepresidente del Csm. “Ho avuto un messaggio. Viene da Mancino” avrebbe esclamato alla vigilia del Natale del ’92 un raggiante Totò Riina, entusiasta di essere stato avvicinato dagli uomini dello Stato, presumibilmente gli stessi uomini che avevano contattato e incontrato don Vito Ciancimino e il figlio Massimo nei mesi precedenti. “Eh! Finalmente si sono fatti sotto – diceva il Capo dei Capi parlando di richieste che avrebbe fatto recapitare alla controparte – ci ho fatto un papello così…”. Si trattava di un elenco di proposte oggettivamente eccessive (abolizione del 41 bis, giudici eletti dal popolo, revisione del maxiprocesso, ed altri punti programmatici) che in 17 anni non saranno mai seriamente prese in considerazione da nessuna forza politica. La trattativa tra pezzi delle istituzioni e la fazione stragista di Cosa Nostra, infatti, non andrà in porto.
E sarà ancora Giovanni Brusca a parlare del fallimento della trattativa, aggiungendo altri particolari inquietanti e tirando ancora in ballo Mancino. I boss sarebbero venuti a conoscenza che nel periodo della trattativa Mancino stava blindando la sua casa romana con porte e finestre antiproiettile. “Ma perché mai si sta blindando, che motivo ha? Non hai nulla da temere perché hai stabilito con noi un accordo. O se hai da temere ti spaventi perché hai tradito, hai bluffato o hai fatto qualche altra cosa”, si chiede Brusca davanti ai giudici lasciando intendere come si sospettasse di un tradimento da parte del vicepresidente del Csm, l’uomo delle istituzioni che avrebbe inizialmente dato la sua benedizione alla trattativa, colui che avrebbe dovuto garantire a Cosa Nostra la necessaria copertura e poi si sarebbe tirato indietro.
Brusca parlava anche di un altro significativo particolare in quello stesso incontro del Natale ’92: “Ma guarda un po’: quando un infame dice la verità non gli credono”, avrebbe affermato Salvatore Biondino prendendo una cartelletta di plastica che conteneva un verbale di interrogatorio di Gaspare Mutolo. Si riferiva al racconto che Mutolo aveva fatto del primo interrogatorio di Paolo Borsellino, quello del primo luglio ’92. Mutolo aveva parlato di un Borsellino molto nervoso al rientro da un incontro col Capo della Polizia Vincenzo Parisi e il nuovo Ministro degli Interni Mancino, appena insediatosi. “Mi ricordo probabilmente che il dottor Borsellino la prima volta che mi interroga, riceve una telefonata, mi dice “sai Gaspare, debbo smettere perché mi ha telefonato il Ministro”, “va beh, dice, manco una mezz’oretta e vengo. Quindi manca qualche ora, 40 minuti, cioè all’incirca un’ora e quando è venuto, è venuto tutto arrabbiato, agitato, preoccupato, ma che addirittura fumava così distrattamente che aveva due sigarette in mano. Io insomma, non sapendo che cosa… “dottore, ma che cosa ha?” e molto lui preoccupato e serio, mi fa che, viceversa del ministro, si è incontrato col dottor Parisi e il dottor Contrada… mi dice di scrivere di mettere a verbale quello che gli avevo detto oralmente, cioè che il dottor Contrada, diciamo, era colluso con la mafia, che il giudice Signorino, diciamo, era amico dei mafiosi… amico… insomma che tutto quel che sapeva diceva…”. Mancino ha sempre negato quell’incontro.
E poi, infine, ci sono le ultime dichiarazioni di Massimo Ciancimino, datate settembre 2009, a tirarlo ancora in ballo: “Quando si voleva aprire un canale per la trattativa, era stato fatto il nome suo (di Mancino, ndr) e di un altro ministro”, ha affermato il figlio di don Vito. “Mancino e Rognoni erano coloro che dovevano essere a conoscenza… quelli che avevano accreditato gli ufficiali”, specificherà qualche settimana dopo. Era proprio uno degli artefici della trattativa, il comandante dei Ros Mario Mori, a raccontare della necessità di Cosa Nostra di ricevere adeguate garanzie istituzionali. “Io ho preso contatto con questi signori qua, ma loro sono scettici perché voi che volete, che rappresentate”, avrebbe chiesto l’intermediario Vito Ciancimino a lui e all’altro ufficiale dei Ros Giuseppe De Donno in uno dei loro primi incontri, quando l’ex sindaco di Palermo, alla fine del ’92, già aveva provveduto ad avvertire la parte mafiosa dell’interessamento degli uomini dello Stato in una trattativa.
Le dichiarazioni di Spatuzza, dunque, se la smentita di Fini si rivelasse solo un gesto di comodo, possono ora aggiungere particolari interessantissimi ai fini del completamento del puzzle. Il pentito potrebbe inserire qualche tassello finora mancante che potrà permetterci eventualmente di avere finalmente su quelle vicende un quadro sufficientemente chiaro che non sia composto solo da stralci di verità. Certo è che, considerando che parliamo di una carica istituzionale, qualsiasi rivelazione di Spatuzza può davvero, parafrasando il Presidente della Camera, rivelarsi una “bomba atomica”.













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stamattina leggi qui: http://www.repubblica.it/2009/10/sezioni/cronaca/mafia-10/dellutri-provenzano/dellutri-provenzano.html
cianci fa il nome di dell’utri. o meglio il pizzino.
che casino sto paese.
secondo me il ragionamento sulla formula “lei lo saprà” è un poco forzato. Può essere anche una formula di cortesia. Ed è chiaro che parla di Mancino ahivoglia a smentire.
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