Dall’attacco a Einaudi a quello alla cultura il passo è breve. Soprattutto a vedere chi lo conduce
Ogni volta che mi reco nella piccola biblioteca comunale mi precipito davanti allo scaffale della datata collezione einaudiana dei Coralli: copertina rigida rossa, sovraccoperta bianca, formato 20×13 (circa). Prendendo un libro qualsiasi di trenta o quarant’anni fa (e anche più: ho finito di leggere di James Purdy, Il nipote, stampato il 13 luglio 1963 per conto di Einaudi dalle officine grafiche U. Panelli, Torino) oltre a constatare la sua quasi perfetta conservazione (il tenue giallo dona ulteriore grazia alle pagine) ci si accorge di avere davanti a sé una piccola opera d’arte libraria
contemporanea. L’occhio in tali pagine mai si stanca: questo perché i bei caratteri garamond sono della giusta grandezza; altresì i margini sono stati salvaguardati e, soprattutto, l’interlinea tra una riga e l’altra è di 3 millimetri. Glielo dico sempre alla bibliotecaria: questa è una delle poche collezioni qui presenti di cui andare fieri, altro che le novità, altro che la ricerca spasmodica di richiamare i giovani alla lettura con titoli all’ultimo grido. Un lettore che vuole definirsi tale in Italia deve necessariamente rimanere ammirato sia dall’importanza dei titoli editi, sia dalla sapiente manifattura con la quale furono stampati da Giulio Einaudi Editore.
SAGGI – A questo ho pensato leggendo un articolo di Michele Smargiassi su La Repubblica (29.11.2009) dal titolo: «Il capo della Mondadori contro Einaudi: “Travolto dalla sua megalomania”. Tale lettura m’informa, inoltre, che sabato scorso, a Bologna, la casa editrice Il Mulino ha tenuto la sua annuale Lettura; tra le voci che si sono avvicendate sul palco ha spiccato quella del direttore della divisione libri della Mondadori, Gian Arturo Ferrari, il quale ha tuonato – così riporta Smargiassi – contro l’editore torinese; a Einaudi, infatti, viene addebitato il suo fallimento per un progetto culturale “insensato”. Ora, come correttamente Repubblica riporta in uno specchietto in alto pagina, la casa editrice Einaudi nacque nel 1933 per iniziativa del ventunenne Giulio. Negli anni 70 cominciò la crisi finanziaria protrattasi sino alla vendita dell’azienda alla Mondadori di Berlusconi nel 1994 (triste anno per l’Italia, in tutti i sensi). E penso: sessantun’anni d’insensatezza? Ora, può anche essere che certe critiche di Gian Arturo Ferrari verso Giulio Einaudi colgano nel segno. Ma, dico a me stesso: Einaudi era un editore puro, faceva solo quello di mestiere. Gian Arturo Ferrari invece chi è? Un dirigente alle dipendenze di un signore che, tra le altre cose, è anche presidente del consiglio. E quali sono i fini ai quali deve sottostare un dirigente-dipendente che non siano quelli della legge di mercato, vale a dire far quadrare il bilancio dell’azienda da lui diretta e cercare di aumentare i profitti?
LIBERTA’ – E cosa c’entra questo con l’editoria? Sì, d’accordo: anche l’impresa editoriale deve seguire tali regole, pena la sua scomparsa. Ma essere editore di libri di qualità presuppone anche qualcos’altro che non siano mere ragioni economiche. Sarà pure stato un progetto culturale megalomane quello di Giulio Einaudi, ma insensato no. Di senso ce l’aveva eccome, criticabilissimo per carità, persino non condivisibile per certi versi: eppure tale progetto pedagogico non cercava subdolamente di conquistare il consenso delle masse attraverso l’ottundimento cerebrale delle stesse come fa l’attuale padrone della Mondadori e dell’Einaudi. Quando Gian Arturo Ferrari sostiene che il libro di qualità in Italia ha un mercato di circa il 10 per cento e che questo, in fin dei conti, non è poco, egli non fa che confermare che il restante 90 per cento del mercato non lo è. E se la maggioranza delle pubblicazioni non è di qualità, di che cos’è composta se non di materiale intellettuale scadente? Un vero editore come Einaudi si è sempre battuto contra questa concezione pubblicando libri che ribaltano le percentuali suddette in favore della qualità. L’attacco a Einaudi è un attacco contro qualsiasi sistema di editoria che mira a fare cultura, a fare pedagogia, che mira, in altri termini, a orientare gli intelletti di una nazione. La cultura einaudiana sarà pure stata una cultura egemonica di sinistra; ma era almeno un tentativo di dare uno spessore culturale a un paese che, a parte nobili eccezioni, pare privo di una qualsiasi impronta culturale degna di questo nome.
CULTURA, ALTRO - L’avventura editoriale di Giulio Einaudi è uno dei pochi vanti culturali di cui la storia della nostra repubblica può andare fiera. Ricordo la rabbia e la delusione quando la Mondadori berlusconiana prese il controllo della proprietà di via Biancamano. In buona sostanza: dal 1994 chi compra Minima moralia o L’uomo senza qualità dà i soldi a Berlusconi. Sono passati 15 anni da allora, e mi si dica se – pur tra i tanti meritevoli libri da lì in poi pubblicati – si può ravvisare una minima traccia di politica culturale nella nuova Einaudi o è
solo un aggrapparsi ai meriti del prima, alla ricchezza del catalogo, al fascino del mai sopito del bianco culturale, al solco tracciato da una sapiente mano editoriale: c’è stato, infatti, qualche Vittorini, qualche Pavese, qualche Fortini, qualche Calvino a consigliare, a suggerire cosa pubblicare e cosa no? No, non c’è stato. Meglio allora aver tentato un progetto editoriale megalomane con tendenza egemonica che perpetuare questo pouf editoriale che dopo ogni uscita clamorosa suscita il vaporoso odore del letame bovino semisecco schiacciato con stivale di gomma: pouf, roba indegna persino per una buona concimazione biodinamica. Fanno un bel fare, allora, gli attuali dirigenti einaudiani a conservare un pallore di progetto, a portare avanti un nome e una storia, un’idea e un senso culturale. È vero: l’Enciclopedia è stata un fallimento editoriale, un’impresa forse folle, anche alla luce di quello che poi è avvenuto con la diffusione della rete (wikipedia, google eccetera). Ma chi la critica l’ha mai presa in mano, sfogliata e letta sia pure una voce sola? Bene, se l’avrà fatto si sarà accorto che c’è più cultura e scienza in in paragrafo di tale opera (redatta da autori insigni) che in quindicimila pagine di fuffa mondadoriana. Per carità, è vero che Einaudi, grazie alla lungimiranza di bravi dirigenti e bravi redattori, pubblica ancora, a volte, ottimi libri: ma sono libri col silenziatore, libri che non possono nulla di fronte ai megafoni televisivi, libri che sanno in partenza di non provocare che minimi pruriti individuali, facilmente rimossi da un fottuto finto liberalismo mediatico.























Condivido in tutto e per tutto caro Luca. Ancora tengo un Anatole France degli ultimi anni 80 in ottimo stato di conservazione. Un Anatole France, inutile dirlo, che non viene più pubblicato, introvabile: la rivolta degli angeli.
@ Fabristol
Grazie mille.
@ Madda
Hai messo la foto del padre Luigi non quella del figlio Giulio
http://georg...
L’editoria italiana e l’inutile consumo di energie dei propagandisti del nulla Chris Jordan, (particolare). QUI l’opera completa. NazioneIndiana posta una intervista interessante a Michela Murgia che lavora all’Einaudi. Mi sembra possa essere u…