Le destinazioni dei viaggi sorprendono gli itinerari e stravolgono le coordinate, questa l’infinita bellezza dell’intraprenderli o forse dell’essere intrapresi da loro.
Daniel Everett è professore di lingua e letteratura alla Illinois State
University ed è divenuto famoso nel mondo accademico e non solo soprattutto per gli importanti studi linguistici ed antropologici da lui condotti sulla tribù dei Mura- Pirahã o anche Pirahã, un gruppo etnico che abita le impervie latitudini del Rio delle Amazzoni. Everett, dopo essersi laureato presso il Moody Bible Institute, per la sua straordinaria versatilità linguistica viene inviato nel 1977, appena ventiseienne, come missionario di fede presso i Pirahã. Avrà il difficile compito di tradurre il Nuovo Testamento ed evangelizzare quel manipolo di circa 400 uomini senza dio.
ALIENI - Everett si trovò di fronte ad un popolo che pareva giunto da galassie finora inesplorate, alieno al mondo circostante eppure cosciente di possedere tutto quanto indispensabile per sopravvivere in esso. I Pirahã godono dell’abbraccio dei due fiumi, il Maici e l’Autaces, si muovono nella foresta tropicale spinti dalla necessità di dover sopravvivere, lo fanno cacciando animali o coltivando la terra. E’ un popolo insonne, non v’è tempo per dormire, solo un paio d’ore. La notte è fatta per essere attraversata da parole e suggestioni. Nonostante i numerosi contatti con le altre forme di “vita civilizzate” nulla è riuscito a modificare il loro stile di vita, la loro sospensione atemporale. Nessun mito, nessun rito o storia, un linguaggio sciolto da ogni tipo di relazione e familiarità con qualsiasi altra lingua esistente. Non ci sono troppe parole per descrivere il loro mondo, la loro lingua è una manciata di poco più di dieci fonemi, conoscono solo i numeri 1 e 2, nessuna subordinata e un paio di parole per indicare i colori. Il loro modo di comunicare è ciò che più di tutto ha affascinato gli accademici. I Pirahã non saranno mai in grado di coniare lunghe frasi come “Il ragazzo della sorella di John” piuttosto che “il gatto che ha ucciso il topo che mangiava il malto“. La loro esistenza sembra dunque contraddire le teorie linguistiche di Noam Chomsky, nella fattispecie quelle della grammatica universale, che afferma i principi della grammatica come condivisi da tutte le lingue e soprattutto essere innati per tutti gli esseri umani. Tutto ciò che conosciamo di questo popolo è frutto degli studi di Daniel Everett, il quale a distanza di trent’anni si sente pronto a tirare un bilancio su quest’esperienza non tanto come ricercatore e studioso, ma piuttosto come uomo.
LA FEDE - Quando si avvicinò alla tribù amazzonica, lo fece armato di fede
e del Nuovo Testamento, tradotto con zelo e dovizia, convinto che chiunque fosse dotato di un alito vitale avesse bisogno di un dio d’adorare o piuttosto da invocare perché preda della disperazione. Il modo ritenuto più efficace per evangelizzare le tribù indigene era considerata la traduzione dei testi sacri e Everett così fece. Si trasferì con famiglia al seguito nel villaggio dei Pirahã. Parlava loro della sua fede, di Dio che dovette diventare “Mahi Hiliah” “padre che sta in alto” non essendoci parole adeguate per la sfera divina alla tribù completamente estranea. Non v’è spazio in questi “uomini nuovi” per tutto ciò che li trascende, per tutto ciò che vive al di fuori della loro esperienza, così che anche ogni relazione nella loro lingua deve essere legata a fatti ed esperienze di cui sono stati testimoni o a cui qualcuno ne è stato, la loro vita e la loro lingua è il mondo conosciuto. Vivono il presente nel presente. Everett racconta che quando uno di loro gli chiese “Hey Dan, com’è fatto Gesù? E scuro come noi o chiaro come te?” “Beh-rispose- non l’ho mai visto, ha vissuto molto tempo fa, ma ho le sue parole.” Lo studioso dichiarerà che dopo aver detto loro che lui parlava di Gesù, ma non lo aveva mai conosciuto, né visto i Pirahã si dichiararono apertamente non interessati a nessuna storia lo riguardasse. Fino al punto che un gruppo rappresentativo della tribù si sentì in dovere di parlare al missionario in buona fede, consigliandogli di risparmiarsi la fatica di convincerli d’aver bisogno di un tale chiamato Gesù che nessuno ha mai conosciuto, piuttosto che di Dio, anche lui difficilmente identificabile.
SENZA DIO - Al missionario Everett oltre che la delusione per aver mancato ai suoi intenti evangelici non rimase che un ripensamento sui motivi del fallimento e il ritorno dopo più di cinque anni nel mondo civilizzato e pieno di divinità multiformi americano. Quando decise di riprovare a portare a termine l’evangelizzazione della tribù amazzonica oltre al Nuovo Testamento si dotò del Vangelo secondo Matteo, diligentemente tradotto e pronto per la diffusione e la conversione delle anime. Si procurò finanche un registratore nel quale aveva provveduto a trasferire con la sua voce la traduzione del testo sacro mettendolo a disposizione dei Pirahã.























Che sonora lezione ci han dato quei “primitivi”.
Gran pezzo, conosco un bel po’ di persone che dovrebbero assolutamente, necessariamente leggerlo
(anche se temo che noi civilizzati siamo un po’ meno aperti e molto più ottusi di quei quattrocento laggiù…)
vero, gran bel pezzo Anna
Se ho ben capito il missionario Daniel Everett nell’ annunciare la “buona novella” alla tribù amazzonica ha perso la fede??
L’evangelizzazione, o almeno chi testimonia la parola di Gesù Cristo, dovrebbe farlo in maniera credile ed efficace, anzi, rendersi anche conto di ciò che si dice e in ciò che si crede!
Ma c’è chi rimane spiazzato, cosa attualissima ai nostri giorni, anche perchè tra i credenti c’è una convinzione che la pratica religiosa sia compatibile con atteggiamenti anti-evangelici o eticamente inaccettabili…infatti non si percepisce più a fondo la contraddizione tra vangelo e, per cosi dire, anti-vangelo!
…ma, c’è un ma, Gesù Cristo non appartiene alla mitologia: è veramente vissuto, su questo non ci sono dubbi ovviamente!
Immagino la faccia di quelli: ““padre che sta in alto”? Ma te sei scemo?” XD
Everett ha conosciuto un modo di pensare radicalmente diverso dal suo, e con molta onestà ha dovuto ammettere che per quanto (o in quanto) semplice e rudimentale, è assai più aderente al mondo reale e terreno di quanto non lo siano le elucubrazioni mentali partorite dalla millenaria successione di sacerdoti e filosofi occidentali e orientali.
E se ci fosse Giamba, qui e ora, sento che per la prima volta in vita sua direbbe “bravo Frank”
Sono d’accordo con Lucia. Sostanzialmente, il problema era la sua fede insufficiente, ed infatti nessuna colpa si può certo attribuire a quei “primitivi”. Che vivessero bene senza Dio nessuno lo mette in dubbio, d’altronde neanche Dio ha mai preteso di obbligare alcunchì ad avere fede in lui. Da questo a generalizzare che l’uomo non ha nessun afflato trascendente ce ne corre, e da qui a dire che le persone che credono in un Dio hanno sbagliato tutto, è l’anticlericalsimo e l’ateismo, cioè il rifiutare Dio (che non è averne il dubbio, sono cose diverse). Cordialità
Un pezzo bellissimo.
Non so perchè, ma leggendolo mi sono sentito molto vicino a questa tribù di “selvaggi”. Ed è bellissima la conclusione (e morale) della storia:
“c’è dignità e profonda gratificazione nell’affrontare la vita e la morte senza il conforto del paradiso o il timore dell’inferno e nel navigare verso il grande abisso con un sorriso.” Perfetto: 10 e lode
Un sorriso “selvaggio”
C.
Per capire che non esiste nessun dio,questo signore ha impiegato così tanti lustri stravaganti?Precedentemente non aveva mai osservato un ragno essere costretto a tessere la sua splendida tela al solo scopo di farvi impigliare una mosca per poi suggere il di lei materiale organico per mantenersi in vita? A quale stratosferica intelligenza divina sarebbe venuto in mente di sistemare un mondo in cui la vita si tiene a scapito di un’altra vita?Questa modesta riflessione avrebbe potuto svilupparla anche al primo anno dell’asilo,o no?
@Frank(come la cicoria) ho vistyo giamba imperversare in altri blog…le tematiche sempre le stesse!
Bell’articolo soprattutto questo punto “Per loro la religione rimaneva una superstizione inutile”…….
non ricordo chi ha scritto un libro sul fatto che le religioni sono l’infanzia dell’evoluzione umana….
beh se conoscono solo i numeri 1 e 2 non potranno mai capire il mistero della trinità
[...] Viaggio al termine della fede [...]
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