SEMPLICE SEMPLICE – Se difetti devono esserci in questo paese delle creature selvagge, questi sono da ricondurre alla fase più esplicita della sceneggiatura. La personalizzazione di ansie e paura del fanciullino è, per quanto tecnicamente ben fatta, la primissima cosa a cui si può pensare. Non brilla certo per genialità, quindi, la soluzione cercata e messa in atto da Jonze. Come non ne brilla in realtà lo svolgimento. Perché questa gita nel mondo di mostri pelosi assume i caratteri della casualità, e si fallisce nel compito di legare indissolubilmente le vicende di Max allo spettatore. Non si crea un collegamento forte e si ha per tutta la pellicola l’impressione che Max sia davvero troppo staccato dal mondo in cui è precipitato, che tutto gli scivoli addosso con troppa facilità. Fermi restando due punti. Il primo è una qualità tecnica strepitosa, ma questa non è una novità per Jonze, abituato a virtuosismi non solo affascinanti, ma anche legati intimamente alla semantica delle sue pellicole (quindi il fine a se stesso è largamente bandito). Il secondo è una colonna sonora che riesce sempre con puntualità a sottolineare tutti i passaggi cruciali del film, oltre ad essere meravigliosamente godibile anche a sé stante.
DISEDUCATIVO – Alla fine della scampagnata nel paese delle creature selvagge rimane comunque moltissimo, a dispetto del mancato coinvolgimento totale
dello spettatore. Affascina i più piccoli, regalandogli un nuovo film pronto ad entrare nell’immaginario collettivo di un’intera generazione (come era, ad esempio, un “Labyrinth”). Fa riflettere i più grandi su quanto rispetto e forza possa esserci nella testa di un bambino. Cosa che non tutti riescono a cogliere, scandalizzandosi per il fatto che l’eroe sembri un pazzo e un violento e che non si farebbero nessuno scrupolo a darlo in pasto a uno psicologo. In un mondo dove il conformismo è la norma, gli psicologi si arricchiscono curando la normalità. Max è normale, è forte più degli altri. E le sue bambinate sono da prendere per quello che sono, perché un piccolo morso dovuto alla paura di perdere l’amore materno non è nulla. Non è aggressività repressa, non è “voglia di chiedere aiuto” (una terribile espressione psicologica che mi fa accapponare la pelle). E’ solo amore. Perché se per interpretare correttamente un gesto del genere dobbiamo ricorrere a uno psicologo allora siamo noi i pazzi dissociati che non sanno interpretare le azioni e le emozioni umane. Come testimonia la dolcissima e riconciliante sequenza di Max al sicuro nel caldo della bocca di KK, personificazione della madre. Un atto di voglia d’amore e di protezione che ha pochi eguali nella storia del cinema.




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Ho invidiato il protagonista del film fin dall’inizio.
I suoi “urli” li ho sempre voluti fare da piccola, correre per casa con in dosso quel buffo costume da coniglio.
Per un momento quel costume mi ha fatto pensare a Donnie Darko xD ihih chissà perchè!
Notevole fotografia che mi ha fatto avere l’acquolina in bocca per tutta la proiezione.. bellissimi toni, bellissima luce e controluce nel regno di quelle strane creature..
Difficile poi non riconoscere la voce della scatenata Karen O degli altrettanto scatenati Yeah Yeah Yeahs nelle musiche!
Ho subito cercato il cd della colonna sonora e ci son entrata in fissa.
Bello bello.
Promosso!