Se non l’avete letto, leggetelo. Se non ne avete mai sentito parlare, andate a cercarlo in libreria e poi compratelo e poi leggetelo. Ne vale la pena. Cerasa è un bravo (e giovanissimo: appena 27 anni) giornalista de Il Foglio. In genere si occupa di politica, ma non disdegna la cronaca. Ha scritto, prima di questo, un libro sulla vicenda di Rignano Flaminio (presunto caso di pedofilia in ambiente scolastico) dal titolo “Ho visto l’uomo nero”(Castelvecchi, pagg. 180, euro 14).
Sebbene sia un bel volumetto di duecento pagine abbondanti, La Presa di Roma si lascia buttar giù tutto d’un sorso. Letto in meno di due giorni. La prosa è chiara, limpida, di ottima qualità, nonostante qualche asperità da imputare con ogni probabilità alla giovane età dell’autore che, pure, è già giornalista esperto. E sgamato, anzi, sgamatissimo. La documentazione è più che solida. Le idee espresse brillanti.
In certi momenti viene quasi voglia di lasciarsi andare ad un applauso e, all’occorrenza, segnarsi di offrire all’autore qualcosa da bere, se mai capitasse di incontrarlo.
Ce n’è di cose in questo piccolo libro.
C’è, in primis, tutto un fascio di proprietà – di marche semantiche giornalistiche – che per una volta mi concederò il lusso di definire con una sola parola: serietà. Cerasa non si lascia prendere la mano, a differenza di tanti colleghi celebri e celebrati non si lancia in requisitorie accalorate da tribuno della plebe, non assume il piglio del caratteristico del moralizzatore di turno. Si limita a fare il suo mestiere, e lo fa bene.
Analizza con attenzione le ragioni della débacle della precedente amministrazione romana alle Comunali 2008, e quelle della conseguente ascesa della nuova, a partire dalla costruzione del consenso nelle aree periferiche della Capitale, abbandonate a sé stesse dalla giunta Rutelli prima e da quella Veltroni poi.
Si misura con la cronaca e il concetto-cardine-elettorale della ‘sicurezza’, sia nella sua dimensione reale che in quella ‘percepita’.
Concede ampi spazi alla descrizione (dettagliatissima) del ‘Modello Roma’ rutelliano-veltroniano e dei suoi ‘padri’ (Goffredo Bettini e Gianni Letta) e alla ricostruzione della peculiare biografia politica di Alemanno.
E poi studia con interesse la rete di poteri che nasce dall’economia capitolina e che è la linfa vitale dell’amministrazione dell’Urbe (eccellenti i passaggi sull’Ama e Manlio Cerroni, sui valzer delle nomine nelle municipalizzate, sulle necessità – e abilità – alemanniane nel ritessere i rapporti ormai logori con quei centri di potere che avevano costituito le chiavi di volta della longevità amministrativa del centrosinistra: imprenditori, palazzinari, tassisti et cetera).
C’è, infine, la lucida indicazione di un percorso: quella che individua proprio in Alemanno il più papabile successore di Berlusconi nelle vesti di leader del centrodestra.
In poche parole: di roba ce n’è tanta, e tutta merita attenzione.
Detto senza pudore: questo libro è un gioiellino.
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P.s. Al sottoscritto, che in zona limitrofa è nato e cresciuto e ci vive, sarebbe bastato il primo capitolo, quello su Ponte di Nona e le radici del malessere periferico, per dare al libro il massimo dei voti con lode. Amen.
Andrea Catena


Dubito fortemente che questo libro sia un “gioiellino” come dice l’autore della recensione.Infatti l’esordio letterario del giovane Cerasa è stato davvero deludente.Il libro “Ho visto l’uomo nero”, infatti, è stato un flop, in quanto assolutamente carente nella documentazione e totalmente mancante di obbiettività (Cerasa prendeva smaccatamente le parti delle persone sotto accusa).In quanto alle “asperità nella prosa”, direi che la definizione mi sembra alquanto generosa.Nel precedente capolavoro, Cerasa ringraziava Maurizio Costanzo e Giuliano Ferrara, “senza i quali il libro non sarebbe mai nato”.Visti i risultati, chissà chi se questa volta il figlio del giornalista di Repubblica, avrà deciso di ringraziare qualcun’altro…
Dimenticavo, Alemanno futuro leader del centrodestra? Ah, bè, se lo dice Cerasa, sarà senz’altro vero….