Global warming: catastrofe annunciata o grande business?

di - SOLDI CHE SCOTTANO – Leggendo l’edizione 2009 del “The World Economic and Social Survey” pubblicato dall’ONU ci si può fare un’idea su cosa ci sia in gioco quando si parla di cambiamenti climatici e sul perché il global warming sia

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SOLDI CHE SCOTTANO – Leggendo l’edizione 2009 del “The World Economic and Social Survey” pubblicato dall’ONU ci si può fare un’idea su cosa ci sia in gioco quando si parla di cambiamenti climatici e sul perché il global warming sia così caro ad alcuni politici, anche ex tali. Si parla tanto di New Deal energetico, della necessità di rafforzare a presenza dello Stato chiamato a correggere le storture del mercato e di montagne di denaro da investire. Si tratta di 86 miliardi dollari all’anno da investire da oggi al 2016 (stima del United Nations Development Programme), ma volendo dar credito ai soloni della McKinsey ce ne vorrebbero, sempre all’anno, dieci volte tanto fino al 2030. Sono cifre mostruose. Tanto per dare un riferimento, e stando ai dati 2008, ci sono soltanto 15 nazioni al mondo che possono vantare un PIL nominale che su base annua supera la cifra raccomandata da McKinsey. In queste condizioni la prudenza non è mai troppa e lasciare che il tarlo del dubbio roda le coscienze di tutti sembra una raccomandazione in linea con il minimo sindacale, anche per coloro che stravedono per il futuro verde dell’economia globale. La ragione è semplice: le multinazionali dell’energia sono cattive, è noto, perché hanno forti interessi economici. Basta ribaltare l’assioma per doversi inevitabilmente chiedere se gli interessi degli “Stati”, visto che il denaro è potere, siano molto più limpidi di quelli delle loro controparti private.

GLOBAL WARNING – Ci sono ottime ragioni, quindi, per seguire a fondo la vicenda delle mail scippate. In alcune di queste si parla apertamente della necessità di negare la pubblicazione a lavori che sono considerati eretici rispetto alla teoria ufficiale del ruolo umano nel processo di riscaldamento planetario. Si legge di pesanti interferenze sia presso la Geophisical Research Letters con minaccia di ritorsioni sia presso lo stesso IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) per la quale si propone addirittura di manipolare l’intero sistema di revisione scientifica. Si ammette serenamente di volersene fregare della richiesta di fornire informazioni in base al Freedom of Information Act. Tanta roba per essere spiegata con le ragioni di Phil Jones o di Gavin Schmidt. Difficile credere che si tratti di semplici scambi di opinioni espresse in un linguaggio un po’ brutale stante la confidenzialità del mezzo. Naturalmente, non basta nemmeno per mettersi a gridare ai quattro venti che esista un complotto mondiale a sostegno della diffusione del panico e impegnato nella manipolazione sistematica dei dati. Però è sgradevole, e molto. In prima battuta perché toglie credibilità a tutti, belli e brutti, su un tema che ha scoperto i nervi di milioni di persone. In secondo luogo perché nuoce gravemente alla salute della comunità scientifica: da giovedì scorso siamo tutti autorizzati ad ammettere qualsiasi ipotesi e a non poter escludere alcuna dietrologia su alcun argomento. Ci ripensino al CRU: se sono convinti delle loro tesi, non possono ignorare che questo atteggiamento poco trasparente non gioverà né alla loro condivisione né al loro approfondimento. E pensino bene agli effetti potenzialmente devastanti della situazione. Togliere credibilità alla ricerca di base sponsorizzata dalle istituzioni toglie credibilità alle istituzioni stesse. E, dovesse crollare la credibilità delle istituzioni, si rischia che cominci a far caldo molto prima del previsto.

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3 Commenti

  1. Gregorj scrive:

    miglior pezzo letto sulla vicenda :-)

  2. Mthrandir scrive:

    Miglior pezzo “non” letto, volevi dire :-)

  3. Pingback: dalle 8 alle 5

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