Obama in Asia: Cina e Giappone fanno la voce grossa

23/11/2009 - E’ ORA DI CAMBIARE - La seconda visione, definibile “progressista”, vede l’alleanza e i trattati tra USA e Giappone come sostanzialmente ineguali. In generale, questa visione non nega che la presenza delle truppe americane abbia contribuito alla stabilita’ della regione,

     
 

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E’ ORA DI CAMBIARE - La seconda visione, definibile “progressista”, vede l’alleanza e i trattati tra USA e Giappone come sostanzialmente ineguali. In generale, questa visione non nega che la presenza delle truppe americane abbia contribuito alla stabilita’ della regione, ma sostiene che la situazione regionale e internazionale e’ oramai completamente differente da quella di 60 anni fa o solo di 10 anni fa, ragion per cui e’ giunta l’ora di aprire una stagione di cambiamento. Secondo i progressisti, pur continuando a coltivare le relazioni con Washington come la pietra angolare della politica estera nipponica, Tokyo dovrebbe finalmente farla finita con l’esssere lo yes-man dello zio Sam e “riorientare” le sue alleanze verso l‘Asia, smettendola di considerare i suoi ingombranti vicini russi e cinesi come delle minacce, ed iniziando invece a coltivarli come dei partner sempre piu’ affidabili e con sempre maggiori interessi in comune. Inoltre, ricalibrando le sue alleanze, il Giappone andrebbe incontro anche a quelle che appaiono le sfide globali del Ventunesimo secolo. Questioni aperte come la stabilizzazione di paesi fragili come l’Iraq e l’Afghanistan, i rapporti con governi scarsamente rispettosi dei diritti umani come il Myanmar, le ambizioni nucleari di Iran e Corea del Nord e il riscaldamento climatico possono essere affrontate solo con strategie inclusive e multinazionali, in cui tutti i maggiori attori internazionali trovino un minimo comun denominatore.

CHI CI PERDE, CHI CI GUADAGNA – Per il momento, questo approccio ha portato Hatoyama a raggiungere un accordo temporaneo con Obama: ladecisione finale sulla base Futanma sara’ preso solo dopo le elezioni locali del gennaio prossimo. Lo Yomiuri Shimbun, autorevole quotidiano conservatore giapponese, ha scritto che l’indecisione del governo Hatoyama sta erodendo la fiducia del prezioso alleato nordamericano. Questo e’ in parte vero, ma oggi la notizia e’ che chi ha piu’ da perdere da un’eventuale modifica dei rapporti tra Tokyo e Washington non sono affatto i giapponesi. Oramai, in una regione in cui l’influenza economica, politica e militare della Cina cresce sempre piu’ rapidamente, e’ per l’amministrazione Obama che le relazioni con il paese del Sol Levante sono piu’ cruciali che mai. Questa rimessa in discussione dei rapporti di forze tra le maggiori potenze globali, che segue inevitabilmente lo sballato unilateralismo dell’amministrazione Bush, e’ stata ulteriormente chiarita dalla fermata cinese del tour asiatico di Obama e sancita dalla dichiarazione congiunta diramata dopo il suo incontro con il leader piu’ potente del pianeta: Hu Jintao, segretario generale del Partito Comunista cinese e presidente della Repubblica Popolare Cinese.

LA POLVERE SOTTO IL TAPPETO ROSSO – In quel documento si parla di “partnership strategica” (quasi un’alleanza) tra Washington e Pechino. Come spiega Francesco Sisci su La Stampa, “dietro questa formula c’è […] l’assicurazione che gli Usa non tenteranno di fermare la crescita economica e politica cinese con azioni sovversive interne o contenimenti esterni.” Inoltre, il documento riconosce le differenze storiche tra Occidente e Estremo Oriente riguardo al concetto di “diritti umani”. Cio’ significa che Pechino non dovra’ piu’ temere nemmeno le critiche verbali di Washington, se non sotto forma di parole estremamente vaghe. E difatti gli atti piu’ “liberali” dell’Obama asiatico sono stati quando ha risposto alle domande di alcuni studenti universitari (accuratamente scelti dal partito tra i piu’ fedeli alla linea) e quando ha speso una mattinata a farsi intervistare da un giornalista di Southern Weekly, che gli ha chiesto se “trova ancora il tempo di giocare a basket ora che e’ Presidente”. (Intervista giudicata completamente inutile dal dissidente cinese Michael Anti). Per il resto, Obama a Pechino si e’ ben guardato di discutere seriamente l’argomento della liberta’ e dei diritti umani, non ha cercato di andare a messa come fece Bush per sollevare il problema della liberta’ religiosa, non ha cercato di incontrare qualche dissidente perseguitato, non ha accenato alla difesa di Taiwan ne tantomeno al Tibet e non ha fatto cenno alle probabili esecuzioni, eseguite a fine ottobre, di alcuni tibetani arrestati l’anno scorso a Lhasa in seguito alle proteste contro l’occupazione cinese. Tutti argomenti che Obama ha letteralmente spazzato sotto il tappeto rosso steso ai piedi di Hu Jintao, il leader di una superpotenza che oggi gli Stati Uniti non possono assolutamente permettersi di avere contro. “L’ultima ironia poi”, scrive sempre Francesco Sisci, e’ “che questo girotondo sui diritti umani è stato condotto dal presidente più liberal della storia degli Usa.” “In cambio di questo la Cina riconosce gli interessi geopolitici americani in Asia […] In concreto, questo porta la Cina a fare due aperture importanti su due temi scottanti per Washington, l’Iran e l’Afghanistan”.

NON E’ TUTTO ORO… - E’ molto poco per gli Stati Uniti, ma in questa congiuntura storica ed economica e’ tutto quello che possono ottenere. Il New York Times ha fatto notare che, grazie al suo primo viaggio in Asia, Obama ha senza dubbio capito che la sua popolarita’ tra la gente (e’ stato accolto un po’ ovunque come una star, piu’ che come un Presidente) “non si traduce automaticamente in successi diplomatici negli incontri a porte chiuse nella Kantei (la Casa Bianca giapponese). Senza parlare della Grande Sala del Popolo di Pechino.” “La Cina è stata irremovibile – osserva sempre il New York Times – Obama ha scoperto una superpotenza in ascesa che è ben decisa a dire no agli Stati Uniti”. Ancora più duro il Washington Post: “Obama torna dalla Cina senza risultati sui dossier importanti, dal nucleare iraniano alla rivalutazione del renminbi. E’ poco per un presidente che fece campagna elettorale promettendo grandi cambiamenti nella diplomazia. L’unica cosa che è cambiata è il tono conciliante degli Stati Uniti”. Anche Timothy Garton Ash, sul britannico The Guardian, ammette che “la Cina ha ottenuto molto, Obama no.”

PASSAGGIO DI CONSEGNE – In poche parole, il primo viaggio in Asia di Obama potrebbe essere stato solamente un passaggio di consegne tra l’America e l’Asia. Al di la’ delle critiche spietate della stampa statunitense, che forse non riesce a digerire il traumatizzante ma inevitabile declino della leadership americana, e nonostante la simpatia e l’abile ars oratoria del primo Presidente afro-americano, il baricentro del potere mondiale potrebbe essere definitivamente slittato verso Pechino, con buona pace delle teste d’uovo del “Progetto per un nuovo secolo Americano”.

     
 

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