L’ausiliare del traffico
22/11/2009 - Cercai un infermiere, un dottore ed infine arrivò una ragazza, giovane, forse timida, forse inesperta, che si spaventò quando dal casco tirai fuori il bambino, con quegli occhi chiusi e quei colori irreali. Provai ad abbozzare una spiegazione, l’auto al
Cercai un infermiere, un dottore ed infine arrivò una ragazza, giovane, forse timida, forse inesperta, che si spaventò quando dal casco tirai fuori il bambino, con quegli occhi chiusi e quei colori irreali. Provai ad abbozzare una spiegazione, l’auto al sole, chissà da quanto tempo, il bambino dimenticato lì. Azionò un allarme, chiamo con un cellulare un numero che rispose subito, arrivò una più anziana che si mise le mani nei capelli, che cominciò a correre insieme al piccolo fino ad un ascensore. Ma prima di andar via mi guardò con odio, un odio che non dimenticherò mai, un odio che mi superava e raggiungeva tutto il male del mondo, un “ma come si fa?” che mi lasciò impietrito. La più giovane, per un attimo lucida mi disse di restare lì, che non potevo seguirli. Di me, disse il suo volto contagiato dall’odio della più anziana, si sarebbe occupata la polizia, come se la legge avesse potuto sopperire a quel giudizio divino che avrebbe dovuto fulminarmi all’istante. E anche la polizia arrivò. La loro rozzezza, giusta figlia dello stesso equivoco, non mi toccò più. Pensavo al piccolo e desiderai
intensamente che ci fosse qualche possibilità, che nel violento gioco della vita non uscisse così, per una banale dimenticanza, per una tragica rottura di un chissà quanto pesante tran-tran quotidiano. Ci misi molto a dire che non ero il padre, solo quando continuavano ad insultarmi e non dirmi cosa potevo fare per sapere qualcosa del bambino. Allora si calmarono, allora raccolsero da chissà quale meandro della mia memoria un numero di targa.
Un “ci scusi ma noi pensavamo” mi riabilitò nelle ricerche della persona, nel vaglio dei possibili uffici che accoglievano chi aveva parcheggiato lì. Alla fine dopo diverse telefonate si arrivò ad una inserviente di un grande magazzino, ad una donna sotto pressione che aveva fatto i salti mortali per non arrivare in ritardo, ad un marito sceso insieme a lei che aveva messo quel pargolo in braccio nell’auto della moglie e non nella sua convinto che potesse lei portarla al nido. E il bambino era stato lì, a dormire in silenzio, fidandosi della presenza della mamma, mamma che già pensava a quando poter riabbracciare quel bimbo che stava proprio dietro alla sua schiena. Quella che arrivò al pronto soccorso era già la donna spezzata per la perdita del figlio, quell’essere condannato a mezzo stampa per inadempienza e compatito da molti che vedono in lei la inutile corsa verso il nulla della nostra società. Io vidi una donna disperata ma fui proprio io a calmarla. Le dottoresse chiamate dai redenti poliziotti mi avevano fatto sapere che, insomma, bisognava aspettare ma vivo era arrivato, che vivo era stato immerso in un bagno per abbassargli la temperatura, che vivo e reattivo sembrava quando lo misero in una incubatrice più grande, perché lui appena nato non era ma meritevole di tutto quello che di bello e di brutto gli avrebbe riservato la vita. Allora mi abbracciò incapace di esprimere un ringraziamento che non meritavo, che non ero mio ma della fortuna di essere arrivati in tempo. Non dimenticherò mai le sue lacrime, grosse e tonde come quelle dei bambini, inconsolabili ed infinite come quelle che le avrebbe regalato il suo bimbo appena si sarebbe ripreso. Inconsolabili ma in fondo felici di chi sa, come i bambini, che ci sarà un altro giocattolo oltre a quello negato, ci sarà un abbraccio dopo il rimprovero che lo ha affranto, come la madre che capisce che ci sarà un altro giorno e un altro ancora in cui potrà abbracciare il suo bimbo. Come chi, come me, sa che c’è ancora una vita davanti in cui poter fare qualcosa di buono.













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C’è un momento nella vita di tutti, un momento in cui la vita di qualcun altro dipende da noi: a volte è più facile riconoscerlo, a volte è mascherato dalle circostanze e si rischia di non rendersene conto
Mio marito ha iniziato a leggere a metà, alle mie spalle… e ogni riga era sempre più sconvolto.. ho dovuto dirgli che è un racconto e non una cronaca…
Sei bravo! Davvero bravo!!!!
Un saluto, Lisa
..mitico Pietro, un racconto degno della tua grande intelligenza. mi sono angosciato e commosso, ma come si dice “tutto e bene quel che finisce bene” a presto. ciao. piero
Vi ringrazio dei complimenti.
In effetti il mio principale obiettivo è quello di scrivere delle storie realistiche che possano essere “vissute” da chi legge.
E questo cerco di farle dandogli azioni, cercando di far passeggiare il lettore quando si deve pensare e correre quando non c’è tempo (come in questo caso).
Ho ancora qualche emozione da raccontare se, come spero, avrete la pazienza di leggermi ancora
nessun lavoro è inutile se fatto bene. Bravo