Cultura

L’ausiliare del traffico

22 novembre 2009

Anche una vita che non ci piace può farci essere fieri di quelli che siamo

La prima occhiata, stamattina, alla pettorina è stata diversa dalle altre. Non so perché ma mi sono messo a piangere. Lacrime vere, grosse e tonde come quelle dei bambini, lacrime a fiume con singhiozzi inconsolabili, proprio come quelle dei bambini. E proprio come i bambini si consolano con una storia io cercherò di calmarmi raccontandovi quello che mi è successo ieri. Sono un ausiliare del traffico, un passo al disotto degli odiatissimi vigili: per noi l’odio è misto alla commiserazione di essere ragazzini, raccomandati per giungere in un posto in cui sostanzialmente non si fa nulla se non qualche multa per divieto di sosta. Purtroppo è tutto vero: uno zio messo in croce da mia madre si è messo in contatto con un suo conoscente al comune che parlando con un superiore e un responsabile ed un usciere e chissà quanta altra gente nel quotidiano italico scambio infinito di favori, mi ha fatto avere questi tre mesi estivi di sussistenza.

Non mi ha fatto piacere: quando ci si sente falliti, inutilmente preparati fino alla laurea in qualcosa che non interessa nessuno, non è la raccomandazione che può far stare meglio. Né il sollievo negli occhi di mia madre, quel suo attaccarsi ad una qualche speranza che io trovi qualcosa da fare, mi ha consolato. Sono un problema che non so risolvere. Un problema rimandato di altri tre mesi. Così, ogni mattina, il rito di prendere la pettorina è una sorta di tortura, un ripetersi che si è falliti e indossare questa onta come il cappello da asino che si usava una volta a scuola, un cappello da mostrare a tutti. Molti colleghi smaniano per fare i turni di sera, quelli vicino al fiume, quelli delle auto che si affollano caoticamente intorno a locali di tendenza, a bancarelle di cianfrusaglie e centinaia, migliaia di belle ragazze dai succinti abiti estivi. A me non interessa quella vita, non riuscirei ad approfittare ulteriormente di questa raccomandazione per fare un giro alle 10 e un altro a mezzanotte per dimostrare che si sta ancora lavorando, fare il numero richiesto di multe (troppo facile, come sparare nel mucchio) poi piegare la pettorina ed andarsene in giro come tutti gli altri.

No, io vado la mattina, percorro le strade roventi a beccare quelli che pensano che a quell’ora tutti i vigili staranno in qualche posto fresco a non fare il loro lavoro. Così ieri, in questa settimana che la tivù ha per l’ennesima volta battezzato la più calda della stagione e del secolo, ho percorso l’ampio piazzale che mi lascia sempre sudato ed un po’ inebetito senza trovare una sola auto che non avesse lo scontrino giusto, segno che ormai si è diffusa la voce che lì, in quel piazzale, chi non paga riceve la multa. Stavo andando via, stavo cambiando strada quando l’allucinazione ha preso forma. Non mi sembrava possibile, era solo un riflesso pensai, per cui proseguii per raggiungere un posto meno rovente. Ma poi uno scrupolo, una curiosità, mi spinse a tornare indietro. Solo la mano di una bambola, filtrata da dentro un vetro sporco. Solo una mano di plastica, un essere inerte in un posto in cui l’unica cosa viva era la mia ombra. Quando però questa manina, lentamente, si girò mostrando le dita, un brivido gelato mi salì dal cuore inondando la mia testa. Senza il tempo di un singolo pensiero fui sul finestrino dell’auto, illogicamente attaccato alla maniglia della portiera ovviamente bloccata. Dentro, il bambolotto di pochi mesi, affondato in un seggiolino con gli orsacchiotti, stava con gli occhi chiusi, occhi scavati in una fronte rossissima, con pochi capelli neri che ancora non avevano avuto il tempo di crescere. Staccai le mani dalla portiera per recuperare il cellulare: 4 squilli al 112, nessuna risposta, al 113, al 118 ma il tempo passava e quella mano sembrava non muoversi più. Non c’era tempo, non c’era tempo, faceva troppo caldo e potevano essere rimasti solo minuti o secondi. Andai allo sportello anteriore e cominciai a batterci prima con il gomito poi con le mani nude, poi con il cellulare ma non si rompeva. Cercai nel piazzale qualcosa di solido, una pietra, un qualsiasi rifiuto pesante che potesse liberarlo da quell’inferno ma non c’era nulla, assolutamente nulla. Stavo impazzendo, lo vedevo a pochi centimetri e non riuscivo a liberarlo. Stavo per richiamare quando mi venne l’idea: cominciai a prendere a pugni lo specchietto retrovisore dell’auto e poi a calci, fino a che si staccò restando miseramente appeso ad un filo come i tanti specchi afflosciati che si vedono in giro e che aspettano un padrone che li risistemi. Lo specchietto diventò un’ascia verso il finestrino che finalmente cedette, rilasciando l’aria rovente dell’interno dell’auto. Aprii la sicura, e poi lo sportello, poi con mani sempre più frenetiche le tante sicure dei seggiolini che assicuravano il bimbo alla sua tortura. Quando toccai il bimbo ebbi paura che non fosse servito a niente: era così cocente che non potevo pensare che fosse ancora vivo. Lo abbracciai come se il contatto con me lo avesse potuto rinfrescare.

Cercai di mantenergli alta la testa come faceva mia madre ogni volta che le passavano un bimbo, ma quella testa ricadeva inutilmente. Cercai di sentirgli il polso, ma i neonati hanno un polso debolissimo. Cercai di sentire un battito di vita alla gola e lì un gonfiarsi e sgonfiarsi microscopico mi mise le ali ai piedi. Cominciai a correre verso il mio motorino, corsi alla velocità più alta che permetteva il suo corpicino schiacciato contro il mio. Arrivai al motorino con le chiavi in mano, centrai la serratura come il bersaglio un tiratore con l’arco, misi la testa e metà del corpo del bimbo nel mio casco. L’ospedale non era lontano, non poteva comunque esserlo alla velocità che andavo: i miei sensi erano agli incroci, la mia memoria navigava tra le mappe a vagliare tutti i possibili itinerari, il mio cuore pompava sangue come se avesse potuto donargliene anche al piccolino. Balzai dal motorino che proseguì qualche metro prima di crollare anche lui esausto. Il frastuono rimbombò nel pronto soccorso vuoto: troppo caldo anche per ammalarsi.

6 commenti a L’ausiliare del traffico

  1. Pingback: Tweets that mention L’ausiliare del traffico -- Topsy.com

  2. maria teresa

    C’è un momento nella vita di tutti, un momento in cui la vita di qualcun altro dipende da noi: a volte è più facile riconoscerlo, a volte è mascherato dalle circostanze e si rischia di non rendersene conto

  3. Mio marito ha iniziato a leggere a metà, alle mie spalle… e ogni riga era sempre più sconvolto.. ho dovuto dirgli che è un racconto e non una cronaca…
    Sei bravo! Davvero bravo!!!!

    Un saluto, Lisa

  4. Piero

    ..mitico Pietro, un racconto degno della tua grande intelligenza. mi sono angosciato e commosso, ma come si dice “tutto e bene quel che finisce bene” a presto. ciao. piero

  5. marblestone

    Vi ringrazio dei complimenti.
    In effetti il mio principale obiettivo è quello di scrivere delle storie realistiche che possano essere “vissute” da chi legge.
    E questo cerco di farle dandogli azioni, cercando di far passeggiare il lettore quando si deve pensare e correre quando non c’è tempo (come in questo caso).
    Ho ancora qualche emozione da raccontare se, come spero, avrete la pazienza di leggermi ancora

  6. antonella

    nessun lavoro è inutile se fatto bene. Bravo

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>