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pubblicato il 21 novembre 2009 alle 09:00 dallo stesso autore - torna alla home

La presidente di Confindustria, parlando degli obiettivi che l’Europa dovrebbe porsi dopo la conferenza sull’ambiente che si aprirà il prossimo 7 dicembre a Copenaghen, anche alla luce del recente incontro bilaterale Cina-Usa che ha dato un colpo notevole alle speranze di chiudere con un accordo globale ed impegnativo sul clima, ha affermato che se il vertice non si concludesse positivamente, l’Europa non dovrebbe porsi obiettivi di riduzione delle emissioni unilaterale, perché sarebbe punitivo per le imprese. Ad essa si è accodata anche la ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo.

Ci dev’essere uno strano godimento a combattere battaglie di retroguardia. L’Italia è anche recidiva sull’argomento. Lasciamo perdere il fatto che le proiezioni della stragrande maggioranza degli studiosi, fatte proprie dal vertice G8 de L’Aquila, annunciano scenari apocalittici entro il 2030, in pratica dopodomani, se non s’inverte la tendenza del riscaldamento globale, che sarebbe molto più che punitivo per le imprese e per i cittadini d’Europa e, soprattutto, d’Italia, più esposta per motivi “strutturali” ai mutamenti climatici.

Restando nel più prosaico terreno degli affari, l’efficienza energetica e lo sviluppo della produzione di energia da fonti rinnovabili sono due dei business più in crescita degli ultimi anni. La Germania, grazie rispettivamente al programma per l’efficienza energetica negli edifici e gli incentivi per produrre elettricità con le fonti rinnovabili (soprattutto il solare) è all’avanguardia. La cattivissima Cina che si prepara a far fallire l’accordo globale di Copenaghen, vanta ormai la leadership nella produzione di moduli fotovoltaici, è la numero uno nella installazione di solare termico ed è in rapidissima crescita nell’eolico, migliorando continuamente i suoi record di produzione elettrica da rinnovabili.

Non solo: la cattivissima Cina starebbe per annunciare un taglio dell’intensità delle emissioni di carbonio, rispetto al tendenziale 2020, del 40-45%. Perché la classe dirigente cinese magari non accetta obiettivi vincolanti alla propria crescita economica “imposti” da altri, ma preferisce accordi di riduzione carattere volontario. E li mette in pratica, perché la classe dirigente cinese è consapevole che la sua economia ha la necessità di diventare sostenibile, perché la Cina è tra i paesi che – sempre in base alle simulazioni ed alle previsioni della comunità scientifica – rischia di pagare un prezzo elevatissimo, proprio come l’Italia, al surriscaldamento globale.

Sarebbe un bene per l’Europa e per l’Italia  se a Copenaghen si raggiungesse un primo accordo globale e vincolante. Ma sarebbe comunque importante non mettere in discussione il primato europeo, perché quelli che investono ora sulla green economy lavorano per creare occupazione, sviluppo e benessere, ovvero per i propri interessi. Noi invece preferiamo guardare al passato, bruciandoci il futuro dello sviluppo economico e rischiando così di perdere per l’ennesima volta il treno del cambiamento. Che passerà, anche se noi preferiremo non salire a bordo.

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