Economia

Al Gore apre la crisi della green economy

AMICI E NEMICI - Quel mondo dovrebbe svolgere un ruolo unico di cinghia di trasmissione tra la crescente lobby della green economy, (di cui lui è un esponente a tutti gli effetti) con il mondo politico, specie a livello internazionale. I summit e le centinaia di persone coinvolte dimostrano come lui sia il testimonial, il marchio, su cui un’intera comunità fa riferimento. La stessa comunità che poi crea i contenuti dei rapporti delle nazioni unite e delle informative dei governi, se viene meno quella spinta unitaria i capi di stato si affideranno a chi ha già soluzioni pronte e praticabili. I professori universitari, i produttori di energie rinnovabili, i riciclatori di rifiuti e i venditori di lampadine a basso consumo non possono pensare di vincere senza alleati e senza scendere a compromessi In Europa, ad esempio, dove le energie da sole, vento e geotermia sono un pezzo importante del mix produttivo il partito “verde” deve decidere quale fonte utilizzare al loro fianco. In Inghilterra, Francia e Germania (per tacere dell’Italia) si vuole fare affidamento sull’energia nucleare. Gore ammette che l’atomo, visto il basso livello di Co2 che produce, è un “un grande elefante bianco radioattivo nel mezzo della stanza” sottolineando come spesso gli ambientalisti preferiscano ignorare l’argomento. Peccato che “Our Choice” rispecchi la stessa inconcludenza: ne elenca gli svantaggi (pericolosità, scorie, costo troppo elevato degli impianti e incertezza sulle nuove tecnologie, eccesso di aiuto pubblico) e lascia intendere che siano superiori ai vantaggi, ma non pronuncia una scomunica definitiva. Anche perché a quel punto dovrebbe sciogliere alcuni nodi: gli impianti esistenti devono essere spenti subito o tenuti in vita? E per quanto?  Le energie rinnovabili quando saranno in grado di sopperire all’energia prodotta dall’atomo? Le centrali sono un male minore o maggiore rispetto alle fonti fossili? Il mondo della green economy è tendenzialmente contrario, ma non in maniera risolutiva. Stessa impasse si può notare su argomenti simili: è giusto sussidiare i carburanti ottenuti dalle colture (biodiesel e simili): distruggono foreste e suoli o ci emancipano dalle fonti fossili? Il gas naturale è più accettabile del petrolio? Bisogna dialogare con le compagnie petrolifere per sostenere il metano e penalizzare il petrolio o vanno considerate sempre e comunque il nemico?

DIASPORA - Così come “una scomoda verità” definì cosa era kosher per definirsi dei soldati alla lotta contro il riscaldamento globale, “Our Choice” rischia di essere l’avvio della diaspora degli alfieri verdi in mille rivoli con poca forza politica. L’onda di popolarità che la “green economy” ha avuto per tutto il 2009 ora subirà una potente risacca. Il vertice di Copenaghen, ammesso che si trovi un’intesa, non produrrà decisioni legalmente vincolanti, ma solo politicamente, come hanno spiegato Obama e Hu Jintao martedì scorso, due giorni dopo aver fatto chiaramente intendere che non si andrà oltre qualche dichiarazione di principio. L’assenza della prospettiva di un compromesso farà esplodere i distinguo, le divisioni anche tra chi la pensa più o meno allo stesso modo. Negli Usa il “Climate bill” rischia di crollare sotto una pioggia di emendamenti, alcuni anche su punti che sembravano ormai assodati. Perché sostenere l’energia solare se poi ho la sicurezza che i pannelli solari li costruiscono in Cina? Questo è il tenore delle obiezioni di senatori e congressisti Usa. L’Europa in particolare, al momento la punta più avanzata di questo impegno, si troverà isolata e a sua volta subirà quel processo di erosione interna che ha già colpito il patto di Stabilità e il trattato di Lisbona. La strada verso il baratro sembra segnata: crisi di crescita o fine di un’illusione? Aspettiamo il prossimo libro di Al Gore per scoprirlo.

Un commento a Al Gore apre la crisi della green economy

  1. maria teresa

    Come diceva Hillary… “Si fan le campagne con la poesia ma si governa con la prosa.”

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