Nuova fatica editoriale per il più famoso vice presidente della storia degli Stati Uniti. Il simbolo mondiale dell’ambientalismo torna alla carica spiegandoci perchè il mondo deve darsi una ripulita. E, come al solito, si dimentica di dirci come.
Al Gore è la pietra miliare, il termometro dello stato di salute della Green Economy. Il suo libro Our Choic
e è uscito negli Usa il 3 novembre, appena prima che l’incontro tra Barack Obama e Hu Jintao affossasse il vertice Copenaghen. Nel rapido crollo del valore di questo vertice sul clima c’è la metafora della prima vera crisi che sta attraversando “l’economia verde”. A Luglio, durante il G8 dell’Aquila, sembrava chiaro che la capitale danese dovesse subentrare a Kyoto aggiornando il famoso protocollo firmato 12 anni fa. Da gennaio 2010 (o meglio dal 2012 data di scadenza del protocollo) avremmo detto “Copenaghen” per riassumere i nuovi standard per la lotta al riscaldamento globale. Non sarà così e in Danimarca si faranno solo chiacchiere: senza l’impegno dei due più grandi emettitori di anidride carbonica nel globo, Usa e Cina, ogni tentativo diventa velleitario, anzi dà spazio di manovra ai “Kyotoscettici” sia tra i paesi (Russia, India e, nella Ue, proprio l’Italia), sia all’interno di essi. Attenzione a liquidare come un incidente di percorso il cambio di rotta (soprattutto di Obama) degli stessi governanti che all’Aquila s’impegnarono in maniera molto netta e specifica. In estate nella caserma della Finanza, i Grandi non solo accettavano l’assunto che il riscaldamento del pianeta è in corso ed è colpa delle attività umane, ma definivano l’aumento massimo (2° c) accettabile e dunque il livello di emissione annua globale a cui l’umanità doveva tendere per tenere sotto controllo il global warming. In queste dichiarazioni, così come nella direttiva 20-20-20 dell’Unione Europea, la politica addirittura sorpassava la comunità scientifica, pressoché unanime nel definire il collegamento tra gas serra e aumento della temperatura media, concorde nell’individuare il peso preponderante dell’uomo in questo fenomeno, ma tutt’altro che sicura sui livelli numerici (parti per milione di gas serra nell’atmosfera) entro i quali il riscaldamento può essere messo sotto controllo o persino invertirlo. Non a caso il protocollo di Kyoto definiva un anno base (il 1990) e imponeva di tornare a quei livelli o di praticare una riduzione rispetto a quella soglia, ma ammettendo l’impossibilità di sapere se sarebbe stato sufficiente o persino utile a bloccare lo scioglimento dei ghiacci
e altre amenità simili.
LA SINDROME “LISA SMPSON” - Invece per tutto il 2009 la conversione alle energie rinnovabili, gli investimenti nel riciclo dei materiali e in tutte le tecnologie che permettevano di utilizzare meno energia per le stesse attività e produzioni di sempre non erano solo frutto di un’affermata sensibilità ecologista, ma “la” risposta alla crisi economica dell’occidente industrializzato che poteva trasformare la transizione verde in un’enorme ricostruzione del suo sistema produttivo. La credibilità di questa soluzione e la sua accettazione presso le opinioni pubbliche erano notevolmente debitrici di Al Gore e del suo documentario “Una scomoda verità” che gli era valso l’Oscar e il Nobel. Ma l’ex vicepresidente americano è l’idolo dell’iperidealista Lisa Simpson. Esattamente come avrebbe fatto lei, quando il mondo ha smesso di considerarlo un illuso e accorgersi della bontà dei suoi argomenti, ha alzato ulteriormente l’asticella delle aspirazioni anziché sfruttare l’occasione per imporre la propria agenda. Se molti ambientalisti criticarono le dichiarazioni dei grandi di luglio, le prime in cui anche Cina e India accettavano di avere un ruolo in questa battaglia, perché prive di “obiettivi intermedi”, ora bisogna ammettere che neanche nel campo degli illuminati verdi le idee sono così chiare.
LA NOSTRA SCELTA: UN MONDO PERFETTO - La nuova fatica di Gore si presenta così: “Una scomoda verità identificò il problema e ora la Nostra scelta offre la soluzione”. Il libro è bellissimo dal punto di vista estetico: 400 pagine con foto da tutto il mondo e una trattazione a 360 gradi puntigliosa e molto ben documentata. Le parole dell’autore e della sua squadra sono il frutto di circa 30 “solutions summit” con i più grandi esperti di vari settori (la lista alla fine del libro è impressionante sia per quantità che per qualità). La delusione è totale al momento della lettura: ottima la spiegazione delle cause e del funzionamento del riscaldamento globale; totalmente deficitaria la parte in cui si spiega come combatterlo. Soprattutto manca una chiara definizione delle priorità: quali sono le soluzioni immediate (più facili o più urgenti) e quelle da rimandare perché più a lungo termine. I
l mondo degli ambientalisti non sembra capire dove ha già vinto (le energie rinnovabili ormai sono sostenute da tutti i governi) e dove non può vincere ora (la frugalità come stile di vita, il blocco dell’agricoltura meccanizzata). Il picco dell’idealismo lo si raggiunge quando si parla della crescita della popolazione: più siamo e più emettiamo (letteralmente), come porvi rimedio? Non si toccano argomenti delicati come contraccezione di massa o pianificazione familiare fatta dai governi. Basta far studiare di più le donne, dar loro degli sbocchi lavorativi fuori di casa, garantire a tutte il diritto di decidere quanti figli fare e quando. Infine un sistema sanitario decente dovrebbe garantire una prospettiva di vita sufficiente da far sì che i genitori scelgano di fare pochi figli. Facile, basta distruggere pratiche culturali e religiose discriminatorie vecchie di millenni, mariti analfabeti e maneschi, sistemi educativi inesistenti, pandemie e mancanza di igiene. Leggendo Gore non sembra tanto più difficile che piantare qualche turbina eolica.























Come diceva Hillary… “Si fan le campagne con la poesia ma si governa con la prosa.”