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Chico Forti e l’ombra del complottismo

Un afoso pomeriggio romano di qualche settimana fa un amico stimato mi chiese di occuparmi del caso di “Chico” Forti, un nome che in verità non mi diceva nulla. Mi spiegò che si trattava di un italiano condannato per omicidio in Florida e al centro di una vasta campagna innocentista che chiedeva la riapertura del processo sostenendo che non c’erano prove della sua colpevolezza e che – anzi – era stata dimostrata la sua innocenza e che tuttavia le istanze di appello venivano puntualmente ignorate. Infine, aggiunse che i media riportavano la versione dei fatti fornita dagli stessi innocentisti senza che risultasse alcun lavoro di verifica delle loro affermazioni.

LA RICERCA – Raccolsi l’invito e di lì a poco spesi un po’ di tempo per una ricerca online dalla quale emersero alcuni punti fermi:

1. Effettivamente in rete e sui giornali veniva diffusa una ricostruzione dei fatti sostanzialmente ritagliata da quanto raccontato sul sito innocentista Chicoforti.com, che però non forniva alcun riscontro documentale per verificare la correttezza delle affermazioni;

2. La ricostruzione era condita con una fantasiosa teoria complottista, secondo cui Enrico Forti (detto “Chico”) era stato incastrato per aver ficcato il naso nelle indagini sull’omicidio di Gianni Versace e sul connesso suicidio di Andrew Cunanan, affidate alla squadra investigativa di Miami comandata da tale Gary Schiaffo. Secondo la teoria il giudice Victoria Platzer era stato membro della squadra di Schiaffo, il pubblico ministero Reid Rubin era stato avvicinato da Schiaffo, il difensore di Forti (un certo avvocato Ira Loewy), era amico del già citato Reid Rubin, per cui i tre avrebbero agito di comune accordo;

3. La ricostruzione dei fatti illustrata sul sito innocentista era contraddittoria e illogica in più punti e non collimava nemmeno con l’unico riferimento documentale che ero riuscito a reperire (sul sito del Tribunale) e nel quale sia il nome dell’avvocato (Donald Bierman) sia il nome del giudice (Denis J. Murphy) erano diversi da quelli dichiarati;

4. Dalla trascrizione integrale di un’intervista giornalistica al padre della vittima, a uno degli investigatori e a uno dei difensori, si evince che la tesi accusatoria fu basata su una serie di argomentazioni ed elementi più ampia e meglio strutturata rispetto a quanto riferito dagli innocentisti.

LE CONCLUSIONI – Ce n’era abbastanza per concludere che le tesi innocentiste non presentavano i requisiti di attendibilità e verificabilità necessari per mettere in dubbio la correttezza della sentenza emessa dalla giuria. L’articolo che dava conto di questa conclusione è stato pubblicato il 9 luglio scorso e ad esso sono conseguite colorite reazioni molto simili a quelle tipiche dei complottisti. Nell’articolo, dopo una premessa intesa a precisare che il modello processuale americano è generalmente considerato valido ed efficiente e che pertanto le sue sentenze sono attendibili fino a prova contraria, ho illustrato i risultati della mia ricerca sulla vicenda di Chico Forti (con relativi link alle fonti) concludendo che in mancanza di riscontri documentali verificabili, le dichiarazioni degli innocentisti non bastano a mettere in discussione la sua responsabilità. Soprattutto, mancano i documenti principali, ossia gli atti processuali, circostanza che inevitabilmente richiama alla mente una tecnica utilizzata dai complottisti undicisettembrini. Questi dapprima raccontano la “verità ufficiale” e poi ne mostrano lacune, contraddizioni e falsità. Quando però si va a verificare ciò che dice veramente la “verità ufficiale”, si scopre che non dice affatto ciò che i complottisti le attribuiscono. Di qui l’invito a rendere disponibili i documenti processuali: non si può sostenere che un processo sia stato ingiusto e viziato, senza mostrare gli atti processuali contestati. I toni dell’articolo sono stati moderati, come testimonia  l’espressione di stima e comprensione per gli sforzi dei familiari e degli amici di Enrico Forti.

LE REAZIONI – Tuttavia c’è gente che da un lato rivendica il diritto di scrivere e raccontare tutto ciò che gli pare e come gli pare, dall’altro si rifiuta di riconoscere lo stesso diritto a chi esprime un pensiero diverso dal proprio. La speranza che nella vicenda di Forti avrei avuto la fortuna di incontrare interlocutori più equilibrati, è presto svanita. La prima incursione è arrivata da una certa Magda Ramazzotti con questa domanda: “Scusi mi definisce meglio il nome? John B ….sta per?”.  Su Internet c’è un sacco di gente che scrive con un nick. C’è chi si chiama Pirata, chi Coccodrillo, chi Bella Ciao, e così via. Con un nick si può  parlare di qualsiasi cosa, dalla riproduzione delle mosche in Madagascar ai Bunga Bunga, senza problemi. Ma provate a dire che gli attentati dell’11 settembre sono stati compiuti da 19 dirottatori suicidi, e state ben certi che qualcuno chiederà conto della vostra identità. Ma “John B” non è un nick, è il mio vero nome e l’iniziale del mio vero cognome e bastano 10 secondi di ricerca su Google per scoprire anche il resto. La questione è che non fa differenza se mi chiamo John Belushi o John Bianchi, perché io non referenzio mai un’affermazione con i miei titoli, qualifiche e esperienze. Questo è il primo comandamento che mi sono imposto nel debunking, per cui ciò che scrivo è sempre verificabile sulle fonti e sui riferimenti puntualmente citati o facilmente reperibili in rete. Dopo la Magda, è arrivato il sig. Claudio Giusti, apparentemente con l’unico e irrefrenabile impulso di contestare quello che lui ha definito il mio “entusiasmo” per il sistema penale americano e di  proclamare la mia ignoranza in materia. Forse Giusti, ex esponente di Amnesty International, nutre rancori personali contro l’ordinamento statunitense, ma sta di fatto che ciò che lui ha definito “entusiasmo” è l’opinione di tanti autorevoli giuristi, documentata in analisi e pubblicazioni accademiche, come quella linkata. Ciò nonostante il sig. Giusti ha prima contestato il principio della separazione delle carriere fra pubblico ministero e giudice, scrivendo che “negli Usa nulla di questo accade e la gente passa con noncuranza dai ruoli giudiziari a quelli politici e viceversa”. Se è per questo anche in Italia siamo pieni di esempi di magistrati che diventano politici ma per “separazione delle carriere” si intende una cosa del tutto diversa e gli ho citato una fonte che spiega i termini della questione.  Imperterrito, Giusti mi ha consigliato di leggere “qualche giornale americano e qualche biografia”. Poi ha aggiunto: “Il suo entusiasmo per il sistema giudiziario americano mi pare malriposto. Il 95% delle condanne viene ottenuta con il patteggiamento e il processo è un caso raro”. A me pare che un 95% di condanne con patteggiamento (Giusti non ha citato la fonte del dato) rappresenti un eccellente risultato, visto che di regola gli innocenti non patteggiano… E ancora: “Come ho detto infinite volte il sistema penale americano funziona perché non fa i processi, non fa gli appelli e non motiva le sentenze. Il testo consigliatomi, salvo alcune imperfezioni, conferma quanto vado dicendo da anni. Si legga qualche buon testo IN INGLESE”. Insomma, Giusti vuole a tutti i costi che io legga qualcosa in inglese. Giornali, biografie, testi. Ma non sono io a dire che il sistema americano funziona. Lo dicono i giuristi. Senza volerlo lo ammette anche Giusti, peraltro. Se il 95% delle condanne avviene con il patteggiamento, è pacifico che la storia si chiude lì, non serve processo, non servono appelli, non servono motivazioni. Ma tutto questo non c’entra un fico secco con il caso Forti, perché il processo a Forti c’è stato, ed è di quello che dobbiamo parlare. Ma Giusti non ha inteso ragione. Prima ha linkato un suo post  in cui parla del caso di Chico Forti in termini tutt’altro che favorevoli agli innocentisti (e noterete che Giusti ha scritto buona parte delle stesse considerazioni che ho fatto io, anche se lui non ha indicato alcuna fonte) e poi ha affermato che non era sua intenzione parlare del caso Forti. Ma allora Giusti è venuto a commentare un articolo su Forti senza intendere parlare di Forti e tuttavia linkando un suo post in cui parla di Forti, per il mero gusto di frantumare un po’ di marroni o per il bisogno di attaccare chiunque scriva del sistema processuale americano in termini diversi rispetto alla sua opinione? La risposta non mi interessa, a dire il vero, perché la ragione per cui ho tirato in ballo gliinterventi di Giusti è un’altra e la spiegherò più avanti.