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pubblicato il 16 novembre 2009 alle 10:30 dallo stesso autore - torna alla home

“Alle sei mi avevano detto che me lo davano vivo: alle sette ho avuto la telefonata che mio figlio ha avuto un infarto”

giuse22 Saladino, morto di carcere. La madre: Voglio sapere perchéUsciamo dalla camera del figlio ed abbiamo ambedue le lacrime agli occhi. Non l’avevo vista ancora piangere. Una roccia, così mi era sembrata mentre raccontava con decisione della tragedia capitata al suo ragazzo. Devo essere forte – mi dice – perché Geppo me l’aveva chiesto: “se mi succede qualcosa qui dentro è colpa loro e tu devi andare fino in fondo”. Nel cuore di Rosa sono tante le perplessità su quella profezia che a qualcuno pareva il delirio di un giovane agitato, e che ora sembra paradossalmente essersi avverata.
LA STORIA - Vi sarà presumibilmente nota la storia di Giuseppe Saladino, il trentaduenne deceduto nella notte tra il 6 ed il 7 ottobre nel carcere di Via Burla a Parma dopo esservi stato ricondotto per non aver rispettato gli arresti domiciliari che gli erano stati concessi nella mattinata, per l’essere, per legge, “evaso”. Come si sa, non si può ancora stabilire per quale ragione lì dentro poi sia morto. Come tiene a precisare l’avvocato Letizia Tonoletti che, dopo essere stata per qualche mese il legale del ragazzo, ora ne rappresenta la madre, parte offesa da quando la procura ha aperto il procedimento penale per il reato di omicidio colposo nei confronti di ignoti, prima di interrogarsi a livello mediatico sulla vicenda, forse sarebbe stato opportuno attendere i risultati dell’autopsia. Il termine massimo previsto per la consegna dell’esito è il nove dicembre prossimo. Ancora poco e poi si potrà iniziare a ragionarci sopra con maggiore consapevolezza. Come avrete letto sui giornali le ipotesi sulle cause del decesso al momento tirano in ballo gli psicofarmaci e/o la droga. Ma, per quanto forti, sono ancora ipotesi.
Non si comprende per quale motivo, nel verbale redatto dalla polizia dopo una perquisizione dell’appartamento della famiglia Saladino Martorana, avvenuta nel pomeriggio del 7 ottobre, poche ore dopo che, con una telefonata, il direttore del carcere aveva comunicato alla madre che nella notte suo figlio era rimasto vittima di un presunto arresto cardiaco, si faccia riferimento con precisione a morte avvenuta per “assunzione di sostanze stupefacenti”.

ASPETTI OSCURI - “Una leggerezza”, mi dice l’avvocato quando le chiedo di rispondermi in merito. Ne ho parlato anche con la madre. La donna mi ha detto che nel momento in cui Giuseppe rientrava in casa, solo dieci minuti dopo rispetto all’arrivo dei poliziotti in borghese, giunti a controllare che fosse in casa a scontare gli arresti domiciliari, nel pomeriggio del 6 di ottobre, non era in una condizione tale da suggerire una qualche alterazione. Suo figlio non era in un qualche stato confusionale, come, invece, era sembrato mentre guidava la macchina all’una e trenta dello stesso giorno, per portarsi dal carcere verso casa sua. “Se non ho i riflessi pronti è colpa della puntura che mi fanno ogni 15 giorni. La sto ancora smaltendo”. Più o meno in questi termini, così aveva giustificato il suo stato insolito, tanto allarmante che la sorella, allora incinta, si era offerta di tornare alla guida al suo posto. Ancora non è possibile verificare le affermazioni del ragazzo, in quanto, come peraltro ci spiega l’avvocato, sono ancora secretate per l’indagine in corso le cartelle cliniche del suo ultimo periodo di vita carceraria nell’ultimo mese passato in Via Burla, a settembre, dopo la fine del periodo di osservazione psichiatrica cui era stato sottoposto nell’ospedale psichiatrico di Reggio Emilia. Ad ogni modo, non ci sono motivi per pensare che Giuseppe dicesse il falso. Non si sa a quale terapia farmacologica sia stato soggetto dopo esser uscito dall’ OPG di Reggio, ma non è da escludere che fosse la medesima che aveva condotto nella struttura, né che – appunto – non fosse quella cui si riferiva parlando di quelle “punture”. Al momento non è semplice capire per quale ragione il giudice, mesi fa, non aveva accolto la richiesta da parte del legale di condurre l’osservazione di Giuseppe in un ospedale civile, piuttosto che in quello giudiziario psichiatrico, dal momento che, anche secondo il Sert di Parma, che lo aveva in cura da anni, non era un soggetto in doppia diagnosi come tossicodipendente e come soggetto psichiatrico. No, da quel che è noto, Geppo non aveva manifestato segni di agitazione o di squilibrio prima di entrare in carcere.

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