Si può essere coerenti con i propri sogniogni giorno.
Era questo il mio sogno? Questo il motore segreto che mi ha spinto in tutti quegli anni di studio? Era questa la mia idea di giustizia? Secondo gli altri ho tutti i motivi per essere felice: per mio padre che è fiero di essere padre di un giudice, per mia madre che è convinta che con questa posizione finalmente mi farò una famiglia, per gli amici che si immaginano stipendi favolosi e già si vedono in giro in piazza con me, in una auto che se non è un bolide sportivo sarà almeno una berlina più lunga di un autobus.
Ma non è questo quello che volevo, non era pronunciare decine di volte in un giorno sentenze che cambiano la vita a persecutori o vittime, innocenti o falsi accusatori. La mia idea era quella di dare tutto me stesso per creare una isola di giustizia intorno a me che potesse essere contagiosa, che, piano piano, si potesse estendere sempre più per cambiare il mondo. Le prime volte che mi sedevo qui lo facevo con questo sogno in tasca, con una energia che staccava sull’enfasi degli avvocati e sui piagnistei di accusatori ed accusati, che sovrastava sulle pressioni che tanti colleghi facevano, sui sottili messaggi che aleggiavano nelle riunioni con il capo. Ma poi questa energia si affievoliva nella ripetitività, nella mole di lavoro, nella impossibilità di studiare ogni caso quanto dovuto, nella coda di processi che resta anche dopo le notti insonni, dopo i fine settimana di lavoro, nel confronto con gli altri, più efficienti, più veloci, più infinitamente ingiusti. Così, piano piano, la carte venivano lette superficialmente, appena sfogliate, valutate solo nel sommario e nel nome degli avvocati. E si finiva per entrare in aula senza nemmeno guardare più gli imputati ma solo avvocati e pubblici ministeri cercando di pesare nella loro sicurezza e nelle loro aspettative dove risiedesse la verità.
Eppure riuscivo, nello smarrimento di questo caos, a tenere testa alle altre ambizioni, quelle che, in molti colleghi che erano partiti con i miei stessi sogni, avevano preso il posto dell’idea di giustizia. La carriera, i soldi o semplicemente il potere, il puro piacere di sentirsi capace di condannare una persona perché si pensa che sia cattivo, perché è antipatico o perché il suo avvocato, rivolgendosi al giudice, non ha mostrato la dovuta referenza. Ecco, il sentirsi un Padreterno, tentazione tante volte provata e tante volte respinta, non mi ha mai allontanato dalla legge. Almeno fino ad oggi. Si trattava di un caso penoso ma semplice, una caso di omicidio/suicidio che era riuscito nella prima parte e fallito nella seconda. Un uomo, 70 anni, aveva portato sua moglie in carrozzella vicino al fiume. Era il fiume dove si erano conosciuti cinquanta anni prima e lì vestiti di tutto punto come per un matrimonio, si erano buttati nelle acque profonde ed infide. Lei, fiaccata dalla malattia e dal freddo era sparita tra i flutti mentre lui, svenuto era stato sbattuto sulla riva. Il pescatore che lo aveva salvato aveva dovuto subire le sue imprecazioni e la sua rabbia per non aver seguito la moglie. Si crucciava perché nemmeno in quel caso non era riuscito a fare niente per lei, a starle vicino nella morte. Quell’uomo, indagato per omicidio, non aveva voluto parlare con avvocati o preti. Nei suoi occhi leggevo solo che non aspettava che il momento per riprovarci.



