MAI OLTRE IL GRA – Lo scambio rifiutato dal sindaco si può sintetizzare così: diventare azionista di una società più grande e più ricca, ma perdendo il controllo e la “
vocazione locale” di Acea. Alemanno ha scelto di giocare in difesa, come dimostra anche il piano industriale appena approvato in cui la distribuzione elettrica è vista stabile e la crescita è affidata al business della termovalorizzazione e della cogenerazione (attraverso la costruzione di nuove linee nell’impianto di San Vittore, la realizzazione di un rigassificatore ad Albano Laziale, l’ampliamento della discarica Sao). La dimensione nazionale di Acea invece si concentrerà sui servizi idrici, dove grazie alle prime privatizzazioni del settore fatte dieci anni fa e poi variamente bloccate la società può contare su circa 8 milioni di clienti. Senza grandi ambizioni peraltro: il piano prevede una crescita media annua del 13,5% del margine operativo lordo, da 623 milioni di euro del 2008 agli 851 milioni del 2012. L’utile prima delle imposte previsto per fine periodo di piano è di 425 milioni di euro. Il precedente piano indicava un Ebitda di 858 milioni nel 2012 e un utile pretasse a 456 milioni. Mentre esplode il debito che passa dagli 1,63 miliardi di fine 2008 ai 2,03 miliardi previsti a fine 2012. In precedenza, Acea aveva indicato un indebitamento di 1,65 miliardi al 2012. Insomma la promessa dei manager agli azionisti è di creare un’Acea con più debiti e minor capacità di fare utili. Tutta colpa della crisi?
LA DUNA DI ALEMANNO – I conti della trimestrale previsti per venerdì 13 (pure!) confermeranno le difficoltà del settore elettrico. Tra le righe sembra che l’attuale gestione dia per
scontato il divorzio con Suez-Gdf che la priverebbe della produzione di energia elettrica. Un mercato che nel nuovo piano viene considerato più fonte di turbolenze da ridurre che possibile fonte di guadagno. La “dote” di 1,5 milioni di clienti di Acea diventa poca cosa se gran parte dell’elettricità deve essere comprata sul mercato da altri e inoltre diventa attaccabile dalle offerte di chi (Enel, Eni, Edison e Sorgenia) ha invece un parco centrali che permette maggiore margini sui prezzi finali. La morale è che il sindaco, rifiutandosi di far “esplodere” Acea, ora si trova il problema opposto: un’implosione verso settori meno remunerativi e una marginalizzazione nell’elettricità. La multa europea rischia di azzerare il dividendo 2009, le scarse prospettive di crescita falcidieranno quello degli anni successivi. Il tutto senza peraltro rispondere alla domanda principale: la pregiudiziale a far scendere dalla quota di controllo assoluto varrà per sempre? L’impressione è che se e quando lui o il suo successore decidessero di trovare un compratore la valutazione di Acea sarà paragonabile a quella di una Duna del ‘90.




fuori le banche e le multinazionali parassitarie e colonialiste francesi con i loro servetti dall’Italia