La crisi è finita? A giudicare da cosa dicono i piccoli imprenditori italiani no. Viaggio dentro una parte d’Italia che sta pagando il conto più salato. E a cui serve fortuna, talento, ma anche la Politica con la P maiuscola per ripartire
“La ripresa è iniziata? Mah…di sicuro non per me!” Alberto P. è il titolare di una micro impresa tessile che lavora in subfornitura e liquida così, davanti al caffè del nostro bar la notizia del balzo positivo del superindice Ocse. “Io non voterò mai per la sinistra, ma quando sento Berlusconi dire certe cazzate mentre sono mesi che lavoro a singhiozzo mi arrabbio” dice Serenella F., socia di una snc che produce
componentistica per auto, 9 dipendenti ci cui 6 a casa in cassa integrazione.
L’ALLARME DI CONFINDUSTRIA – Anche nelle stanze dei vertici confindustriali si guarda con scetticismo a certe dichiarazioni trionfali. Qualche segnale positivo c’è, la congiuntura non è più nera come qualche mese fa, ma c’è consapevolezza che non servono solo gli annunci: il sistema paese deve svoltare. Soprattutto pensando alle piccole imprese, spina dorsale dell’economia italiana. Perché anche quelle più solide potrebbero non farcela, nonostante la ripresa prima o poi arriverà. L’allarme lo ha lanciato Giuseppe Morandini, presidente della Piccola industria di Confindustria, in occasione dell’XI forum di Confindustria sulle PMI a Mantova. “Non ci sono ordini. Viviamo in una situazione di straordinaria difficoltà. La ripresa non è chiaro quando ci sarà e comunque sarà lontana” verso i mercati di Cina, India e Brasile. “Fa piacere sentire ripetere che la piccola impresa è la colonna portante del Paese, la spina dorsale dell’Italia, il patrimonio che nessun altro al mondo ha. Ora però vogliamo i fatti”. Secondo lui sono a rischio circa un milione di PMI.
I DATI MOVIMPRESE – Perché forse sarà vero che “piccolo è bello”. Ma è sicuro che piccolo è soprattutto fragile. Quando il gioco si fa duro, i primi a soccombere sono i piccoli. Un dato basta a spiegarlo: nei primi 9 mesi del 2009, mentre la crisi iniziava a farsi sentire nel nostro paese il data base delle Camere di Commercio Movimprese, che registra iscrizioni e cessazioni delle imprese, lo stock complessivo delle imprese italiane è sceso di appena 8.970 aziende. Però, limitando l’analisi alle microimprese, alle ditte individuali che sono circa la metà, il calo degli iscritti è stato di -34.289. Guardando alle sole cessazioni, su 280.262 imprese cancellate nei primi nove mesi del 2009, il 75,1% sono microimprese. Il saldo tra iscritti e cancellati nei primi nove mesi del 2009 rispetto allo stock del 2008 mostra complessivamente un aumento (seppur lieve) dello 0,3%, mentre lo stesso dato calcolato sulle microimprese ci dà -0,6%. Il Presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello lo dice in modo chiaro: “Le imprese italiane stanno resistendo al prolungarsi della crisi mettendo in campo tutte le proprie risorse. Non dobbiamo nasconderci le grandi difficoltà in cui si trovano tantissime piccole imprese, prima fra tutte quella sul versante del credito che mette a rischio investimenti e posti di lavoro. In forte debito di ossigeno ci sono però migliaia di piccoli imprenditori e di artigiani, soprattutto del Sud e del Nord-Est che stanno pagando più degli altri la crisi. Il momento della verità arriverà alla fine dell’anno, quando in tanti dovranno decidere se ci sono le condizioni per andare avanti o no”.
IL CREDIT CRUNCH – E’ uno smottamento che rischia di trasformarsi in una frana, e poi in una valanga. Che ha molte cause antiche (bassa capacità di innovazione, difficoltà ad adattarsi alle sfide della globalizzazione, ecc…) ma che ora colpisce anche le imprese piccole più agguerrite. Strozzate dalla crisi degli ordinativi, da fornitori (nel caso delle tantissime PMI che lavorano in subfornitura) che dilazionano sempre più i pagamenti e dalla restrizione del credito (il credit crunch). Negli ultimi 12 mesi la crescita del credito bancario al settore privato ha continuato a contrarsi, ma mentre per le imprese medio grandi è passato dal +13,4% di fine 2007 al +1,4% di giugno 2009, per le piccole imprese si è passati dal +6,4% al misero +0,4%, e per la famiglie produttrici (imprese familiari
o ditte individuali) dal +5,9 al +0,9%. Secondo il recente Rapporto di Previsione del Centro Studi Confindustria oltre alla stretta creditizia, l’aumento degli spread penalizza fortemente la piccola impresa italiana, nonostante la diminuzione dei tassi d’interesse di riferimento. “A me hanno chiesto di rientrare così, da un giorno all’altro” dice Antonio, piccola impresa tessile in forte crescita, fino ad un anno fa. Diversi rappresentanti di categoria delle imprese piccole e delle artigiane riferiscono di associati che lamentano “brusche riduzioni delle linee di credito” e “pressanti richieste di rientrare”.
LE CAMBIALI IN PROTESTO – Il morso della crisi si sente, eccome. “Aspettavo un pagamento da Milano per dei lavori fatti ad un negozio, una grande catena di calzaturifici. Ho aspettato 8 mesi” dice Roberto C., artigiano umbro. “Ti è andata bene” dice Marco, il fratello. “A me hanno dato una cambiale, ed è finita in protesto”. Secondo l’Ufficio Studi della Camera di commercio di Monza e Brianza su dati Repr, le cambiali protestate nei primi sei mesi del 2009 in Lombardia superano i 170 milioni di euro, il 50,8% in più del primo semestre 2008. Nelle principali province italiane per numero di imprese, considerate insieme a quelle lombarde, il valore delle cambiali è aumentato in media del 39,9% rispetto allo scorso anno, con picchi di aumento a Modena, Monza e Brianza, Mantova e Verona. Il 35% degli imprenditori lombardi lamenta insolvenze nei pagamenti, imputando a queste ultime la carenza di liquidità della propria impresa: percentuale più alta a Bergamo (45,5%), Milano (35,9%) e Varese (37,5%).




Vedi Carlo, sarei tentato di dire “chi è causa del suo ma pianga se stesso”. Le PMI di fatto costituiscono l’architrave su cui poggia l’attuale maggioranza di destra. Sono quelle che si sono affidate nelle mani della più becera propaganda leghista, quelle stesse aziende che solleticano i peggiori umori del forza-leghismo. Il guaio è che sono quasi il 90% delle nostre imprese. Il loro fallimento, di fatto, sarebbe il fallimento del nostro-sistema paese.
Buona parte della nostra PMI è specializzata in produzioni paleo-industriali, con una struttura dei costi analoga a quella delle imprese dei paesi del terzo mondo, grazie a lavoro in nero e all’evasione fiscale. Tanto è vero che da quando non possono più contare su alta inflazione e svalutazione immediatamente perdono quote di mercato ed esportano meno. Le economie avanzate, oggi, esportano soprattutto servizi. La PMI di casa nostra, in realtà, a livello di prodotto ha davvero poco da dire. Sul processo possono lavorare solo riducendo i costi di produzione, che il più delle volte, dato il basso livello d’automazione, non generano alcuna economia di scala, e riducendo il costo del personale. Ma questo significa competere testa a testa con la Malesia o l’Indonesia, e, per di più, sul loro stesso terreno.
Il vero l problema allora è aumentare la qualità dei nostri prodotti anziché la loro quantità e su questo competere con gli altri grandi. Solo questo può determinare un aumento del nostro PIL. Questo governo invece ha relegato la ricerca scientifica (come ho ricordato nell’articolo sugli Ogm) in serie B, brevettiamo meno degli altri e nel mercato mondiale siamo oramai ai margini.
Oggi leggo sul giornale che Berlusconi si è vantato che l’Italia ha scavalcato la Gran Bretagna. Bene, peccato che siamo crollati al 47.mo posto nella classifica della competitività dietro ad un plotone di paesi in via di sviluppo. Complimenti. Ma questo, è sicuro, nessun tg lo ricorderà.
P.
In effetti, Pietro, la tentazione viene…Ma va repressa…perchè, come dici giustamente tu, il vero problema è aumentare la qualità dei nostri prodotti anziché la loro quantità e su questo competere con gli altri grandi. E per questo servono risposte “politiche”, che il governo non dà.
Grazie mille..
Un sorriso C.
Non so nel resto dell’Italia, ma in Lombardia la piccola impresa è tecnologicamente allineata con la grande impresa, ormai l’automazione industriale ha dei costi molto bassi, e c’è anche un efficenza superiore in molti campi, perchè le economia di scala esistono, ma esistono anche diseconomie, legate alla rigidità della media e grande industria, dovuta all’intensità di capitale e ha una struttura burocratica fantozziana.
L’idea che l’aumento delle dimensioni comporti un aumento dell’efficenza è un mito paleomarxista, ogni attività ha una sua dimensione ottimale, e ampio spazio per la piccola impresa ci sarebbe, quello che dice Carlo è leggermente diverso, che la media o grande impresa sopravvive meglio sopratutto perchè grazie al ricatto occupazionale ha l’apoggio della politica e dei sindacati e le banche temono molto di più un fallimentodi un grosso debitore che quello di un piccolo.
Oltre a ciò per la grande impresa i ritardi nei pagamenti sono solo un po di debito in più, mentre per la piccola significano il fallimento.
mi spiace leftorium, ma tu manchi di conoscenza, anche di base, di una benché minima azienda medio-piccola-piccolissima.
le produzioni paleoindustriali che nomini tu, non sono altro che la media del mercato odierno condito da difetti congeniti di cultura industriale italiana..questo per una parte di aziende che soffre molto più di altre e che produce poco o nulla di interessante anche prima della crisi
il resto, vien da se, che se ancora presenti sul mercato, esportando anche, significa che c’è un prodotto interessante (non si viene dalla cina a comprare in italia le patatine fritte, santo cielo) aggravato da una politica economica interna/estera penosa, ma comunque di livello più che interessante.
poi c’è l’eccellenza, non molta, ma più di quella che tu pensi che ci sia, che esporta in condizioni gravose, senza alcun aiuto e che produce utili a raffica, strozzata però da una tassazione allucinante e stremata da costi produttivi dettati da ignoranza industriale (decreti di sicurezza inutilie dannosi per il lavoratore stesso) e quindi, perde di competitività.
d’altro canto non ci si può certo immaginare niente di buono da un paese che considera “metalmeccanico” una segretaria, un negoziante, un operaio elettrico
condivido l’analisi dettata dallo sfruttamento eccessivo della moneta debole per esportare a prezzi competitivi; una strada intrapresa dall’inghilterra con molti moltissimi rischi che però, nel frattempo, sputtanano un qualsivoglia mercato perché i roast beef possono fare prezzi dumping continuando ad avere un margine, anche se minuscolo, a danno di noi continentali.
quello che invece è completamente sbagliato e considerare il mercato dei servizi, tutti, un mercato florido a se stante e puntare su quelli per poter offrire domani un paese con una qualità migliore: ogni servizio, per definizione, è un aggiunta ad un prodotto o un consumo. senza di essi, è inutile.
l’esempio classico è il corriere: in giro è pieno di corrieri (Espressi, nazionali, internazionali) che si fanno una concorrenza al ribasso impossibile, però con il calo fisiologico produttivo, i corrieri sono fermi. quindi è perché non ci sono servizi? o è perché l’industria reale, quella che deve usufruire dei servizi, non è in grado di vendere?
indubbiamente nasce un altro punto discordante: ci dimentichiamo come il mondo sia popolato di persone e non di macchine e che non tutti i mercati sono quelli automobilistico/alimentare/eletrronico dove i volumi sono calcolati in centinaia di migliaia/milioni di pezzi.
certe aziende considerate piccole dallo stato, sono in realtà grandi, molto grandi per quel determinato mercato, alché, scomparendo un’azienda considerata piccola, si tradurrebbe in un’area ampiamente vuota di quel mercato.
oltretutto vige un secondo fattore fondamentale, che è l’indotto: in cina è poco presente per moltissime applicazioni e, anche prodotti sviluppati e costruiti in EU, hanno qualità ben peggiore di quelle cinesi, proprio per poter combattere su prezzo e quantità.
e qui si arriva all’ultimo punto, quello del prezzo. purtroppo non sempre, cioè quasi mai, vale la regola del più caro, più bello, allora lo compro. la mente umana è già di per se complicata, figurati quella aziendale in medio-piccola (secondo lo stato) di cento dipendenti.
trovi realmente muri di gomma in cui invece di un approccio tecnico-economico a lungo periodo, si vedono scelte dettate dall’ignoranza o dalla scarsa attenzione alla valutazione del prodotto finito e si cerca di avere sconti dell’ordine dell’uno percento al prezzo finito al cliente finale.
quindi, la prossima volta, analizza correttamente la faccenda e non buttarti su “italiani..pizza e taxi, grazie e cazzi”
Vabbè tu vivi in mondo di sogni e soprattutto di banalità.
Lo sai che cosa esporta il grande nord-est? Mobili, tessuti, piastrelle in ceramica, agricoltura e calzature. Insomma, la stessa struttura produttiva della Cambogia, appunto. Le economie avanzate esportano soltanto servizi: la prima voce di esportazione degli USA sono prodotti di intrattenimento (film e musica) la prima degli UK sono servizi finanziari. le nostre ridicole aziendine dei tanti Trevisan o delle sure Brambilla hanno messo in crisi i tedeschi dalle risate. Gli “imprenditori” del nordest (nota le virgolette) hanno lavorato sul processo: a livello di prodotto – ripeto – non hanno nulla da dire. Possono al più competere testa a testa con gli sweat shop malesi e indonesiani, nient’altro.
In America imprenditore è sinonimo di innovatore. Qui sono solo degli evasori assistiti, che danno all’Italia il primato di essere il paese OCSE con il più basso tasso di innovazione. Di conseguenza, è chiaro e logico che le loro esportazioni ormai aumentino meno del PIL ((ringraziate anche Berlusca) e che non sono in grado di reggere una concorrenza di qualità, e nonostante tutti i trucchetti i cinesi dello Shenzen costano sempre meno dei marocchini di Asiago.
Stammi bene mr. dreameconomy.
un sarcasmo a dir poco malevolo il tuo, che denota una scarsa, anzi, pessima lettura della realtà.
gli usa esportano servizi, film e musica..e quindi? il film è IL business? non mi pare che stiano in piedi perché ci sono i rambo o i terminator, anzi cascano male perché l’industria che produce “cose reali”, è in netta crisi, data dal fatto innegabile di una produzione con qualità e criteri mai realmente analizzati (anche se la cultura delle riunioni e del pragmatismo inutile è stata esportata da loro) e, di conseguenza, trascinata fino ad oggi dove, tecnologicamente in ambiente industriale, sono fermi agli anni 90, altro che sud italia. basti pensare alle normative ul/csa che, di fatto, impediscono l’importazione di prodotti altamente tecnologici ed innovativi sul mercato americano, costringendo ad economie e a scelte illogiche sul piano industriale, andando contro quello che tu sbandieravi prima come ridotto costo di produzione.
le aziende tedesche, se mai tu ne abbia visitata una, hanno ne più ne meno gli stessi problemi che abbiamo noi in italia, ovvero problemi con l’est e le relative fabbriche aperte per questioni di finanziamenti elargiti dallo stato (quello che per noi accade nel sud) e problemi di approviggionamento di materie prime a costi accettabili non suscettibili a sbalzi continuamente drogati, nonché al collegamento fisico con l’europa che non è diventato snello ed efficiente come avrebbe dovuto (e vale per tutti i paesi eu, inghilterra esclusa).
quello che realmente viene immesso sul mercato, non è altro che quello che potrebbe essere immesso sul mercato in un altro paese che abbia quell’indotto (industrie piccole, non cineoperatori), con o senza i classici trucchetti aggiraleggi di tutte le aziende piccole (ad esempio alcuni tipi di verniciatura non a norma in italia).
ciò che tu introduci ad argomento nel tuo precedente post, imprenditore innovatore in america – ladro farabutto in italia, denota un supporto tecnico logico di scarso livello raggiunto tramite i classici canali di finto approfondimento e mai di persona.
bisogna considerare soprattutto la difficoltà economica dello “stare in piedi” in italia: tra studi di settore, tassazione a livelli stratosferici e regolamentazioni futili recepite in malo modo ed applicate peggio dall’europa, non ne può certo uscire un paese per giovani con idee.
ciò che oggi sarebbe necessario fare con estrema urgenza è il valorizzare l’indotto, portatore sano di know how e tecnologie indispensabili al paese ed alle industrie dello stesso, invece che delocalizzare il montaggio delle lavatrici all’est.
se proprio delocalizzazione deve essere, allora che sia almeno con una ragione commerciale per evitare parte del protezionismo e creare una rete di vendita/assistenza reale ed a buon mercato a tutto vantaggio sia dell’azienda che del cliente finale acquirente del prodotto. oggi, purtroppo, si tende a credere che o bianco o nero, quindi o ladro straricco che gira in azimut od operaio sfruttato malpagato servo della gleba.
mi spiace, ma le tue considerazioni NON si basano su alcun dato reale.
Dubito, per quel che conosco l’ambiente, che un piccolo imprenditore medio si consorzi alla holding. La motivazione di molti di questi qui è non avere padroni. Preferiscono morire da soli che vivere da soci minori.
Non so, in parte è vero. ma è anche vero che piuttosto che fallire…Certo, non sarà un processo culturale facile, siamo un paese di individualisti anarcoidi e ai piccoli imprenditori per anni li hanno blanditi con la storia del “piccolo è bello”..Però bisognerà pur provarci, no?
UN sorriso semplice
C.
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