Uscito il nuovo film della Pixar. E dopo una doppietta entusiasmante come Ratatouille e Wall-E era più che giusto aspettarsi un capolavoro o temere la parabola discendente.
Il ritorno di Docter alla regia, dopo il gioiellino che è stato all’occhiello della Pixar per molti anni, Monsters Inc., avviene in un periodo strano. Arriva prima che la casa di produzione si dedichi, per l’anno che verrà, a un altro sequel di Toy story (terzo capitolo della saga). E arriva dopo due vere e proprie bombe esplose in faccia a tutto il pubblico dell’animazione occidentale come Ratatouille e Wall-E (la cui storia, tra l’altro, era a cura dello stesso Docter). E per capire quanto fossero validi questi esempi basta rileggere cosa scrivevo un anno fa sul robottino della Pixar. Qual è
quindi il ruolo designato di questo Up? Quello del perdente in partenza: un raccordo tra idee fulminanti e il ritorno al sequel, prima dell’attesa nel 2012 del ritorno a un’opera originale. Quel John Carter of Mars che sembra però ancora troppo lontano per i nostri stanchi ed annoiati occhi. E allora concentriamoci su quello che ha da offrirci la fabbrica dei sogni del XXI secolo ora.
CARL FREDRICKSEN – Protagonista di questo film di avventura tropicale, per bambini e composto da scene di azione estreme è… un vecchietto. Seguiamo nella prima parte del film l’evoluzione muta della sua vita. Altro magistrale esempio di come alla Pixar siano in grado di raccontare vita ed emozioni pure senza bisogno di spendere nemmeno una parola. Veri e propri maestri e giocolieri dell’immagine. Partiamo quindi dall’infanzia di un piccolo Carl che sogna avventure esotiche, fa amicizia con una bambina che ne condivide lo spirito, fino a che questa non diventa la storia della sua vita. Man mano che il tempo passa, però, un crudele destino rende Carl solo ed isolato, finché non decide di fare un ultimo marameo alla vita e partire per coronare il sogno di una vita. Anzi di due: sua e della moglie. Per strada troverà i consueti strani compagni di viaggio e un nutrito branco di cattivi ben riusciti. Voglio ripeterlo una volta sola ancora. E poi basta lo giuro. E’ una cosa che sta sotto gli occhi di tutti, macroscopica e dai caratteri, ormai, della granitica verità assodata. La Pixar non sbaraglia la concorrenza. Nossignori. Perchè la Pixar non ha concorrenza. Che cosa hanno da offrire, oggi, le case dell’animazione mainstream occidentale? Dreamworks e Disney hanno da sempre la certezza che i “cartoni animati” siano roba da poppanti. La Pixar no. Pur non rinunciando alla scelta di parlare al bambino, la casa americana sa infarcire i suoi film di strati su strati di profondità. Ne sono testimonianza i paragrafi che seguiranno, che pur evidenziando i limiti della pellicola la trattano comunque da opera d’arte fatta e compiuta. Non come quel nugolo di volgarità, smielate banalità e luoghi comuni della casa di Shrek o quella di Bolt e il prossimo venturo Christmas Carol. Facciamo un esempio, e solo uno, rapidamente. Le citazioni. Sembrano essere ormai immancabili in film del genere. Ma se in Dreamworks e Disney esse sono completamente avulse dalla storia, piantate per aria e riprese pedissequamente (nonché tratte da un immaginario collettivo troppo scontato per non sollevare sbadigli), in Pixar esse sono raffinate, funzionali e inerenti alla narrazione. L’assalto al dirigibile della casa di palloncini non può non richiamare la Crimson Permanent del mai troppo elogiato senso della vita dei Monty Phyton. E, credetemi è tutto magnificamente inserito come solo un Tarantino saprebbe fare.
GIOCARE FUORI CASA - D’altronde se invece si guarda all’animazione più di nicchia, seppur occidentale, si trovano altri esempi che meglio potrebbero dare del filo da torcere alla Pixar. Si ha, ad esempio, un Selick (anche se con Coraline si trova un po’ ripiegato su se stesso). Accompagnato dal meno conosciuto Sylvain Chomet, o la casa canadese di Frédéric Back (ma qui cominciamo ad andare indietro nel tempo). O spostandosi in Russia un grandioso Alexandr Petrov. Il fatto è che tutti questi nomi sono forse al livello artistico della Pixar ma di certo non possono nemmeno sognarsi il loro bacino di pubblico. Che tuttavia non si esime per nulla dalla lotta. Testimonianza sono, oltre a una serie impressionante di lungometraggi (che comunque, ripeto, non vanno considerati un blocco qualitativo unico perché tra un Docter e un Lasseter di differenza ce ne corre, e pure tanta), anche una pletora interminabile di corti. Che su internet, e non solo, fanno il giro del mondo per la loro carica di idee mai scontate. Insomma, l’unico grande e vero rivale sembra essere solo il Giappone. E qui cominciano i dolori e in più di un caso questo Up ne esce con le ossa rotte. Un Oshii, un Satoshi Kon sembrano volare troppo in alto. Eppure anch’essi sono in realtà troppo adulti, non riescono davvero a parlare a tutti. Rimane solo la gigantesca ombra del maestro Miyazaki. Come il maestro la Pixar è in grado di intrattenere bambini e adulti, con scelte magiche e di qualità. E quindi c’è solo da correre al cinema perché è un obbligo morale ammirare il Bello quando riesce ad arrivare dietro casa sul grande schermo.



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