Il giocattolo

01/11/2009 - La ragazza mi tolse l’impaccio di quella mia umiliazione e, guardandomi, mi regalò il primo sorriso della mia vita, muta solidarietà tra animi infranti. Nei suoi occhi avrei potuto leggere l’ansia di quel nuovo viaggio che, dal cesto dei giocattoli

     
 

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La ragazza mi tolse l’impaccio di quella mia umiliazione e, guardandomi, mi regalò il primo sorriso della mia vita, muta solidarietà tra animi infranti. Nei suoi occhi avrei potuto leggere l’ansia di quel nuovo viaggio che, dal cesto dei giocattoli infranti mi avrebbe portato alla nuova meta. Un sacco bianco, altri giocattoli infranti, uno rosa, pezze che furono vestiti e borse, uno nero, enorme, che ci scarica tutti in un container caricato da enormi gru su enormi navi che, ancora una volta, scavalcano enormi oceani. Riconosco casa, o almeno un caldo soffocante, diverso da dove sono nato. Qui l’aria è secca e rovente, il sole sembra più vicino, lo tocchi con la pelle, vera o di plastica non importa, e ne resti scottato. Gente in fila, senza quasi vestiti, urlanti in lingue di nuovo sconosciute, si accalcano verso il telo dove siamo, vestiti e giocattoli come pesci su una brace. Una ragazza bianca guarda un bimbo e fa cenno di avvicinarsi, poi mi prende con dolcezza e, sapendo al primo colpo come funziono, rievoca il mio umiliante ed inutile movimento. Ma sento dall’altra parte risate, di scherno penso, ed invece forzatamente giratomi, sono di gioia. Un bimbo dagli occhi enormi e bianchissimi si agita su delle stampelle per raggiungermi, mi accoglie come il più bel regalo della sua vita, forse perché il primo, e poi ridendo ancora con i suoi denti lunghi e bianchissimi, si allontana per paura di dovermi restituire. Corre sulle stampelle, sale su un pendio che due gambe avrebbero difficoltà a scalare ma la sua gioia è tanta. Arriva in una casa di fango, una inutile protezione per quell’inferno di calore. Una donna magra e stanza alza lo sguardo per sorridere a quel bimbo che, con sua sorpresa ride e la fa ridere quando, posate le stampelle e sedutosi a terra le mostra il mio urlo ormai spento e il mio moncherino che si agita con forza. Mi imita con il suo moncherino e insieme sembriamo una bella coppia. Lui ride e la madre si illumina e ride anche lei. Accenna ad un passo di danza in mio onore, mi raccoglie e prova il mio meccanismo, chiama un altro bimbo, ancora con due braccia e due gambe ed insieme fanno festa.

Ecco, il bimbo è cresciuto e anche se ha gambe e un braccio di legno che nemmeno ti accorgi che non sono umane, mi tiene sempre con se e dopo tanti anni, a ricordo di quel primo sorriso, è capace di scoprirgli le labbra a mostrare denti ancora più lunghi e sempre bianchissimi.
Anche io, se potessi, sorriderei. Perché sono un giocattolo fortunato: ho dovuto scavalcare due continenti per vincere la tristezza ma alla fine ho trovato un posto dove portare la felicità. La felicità che è come un fiore che fatica a trovare la luce nella più florida delle serre e invece va a sbocciare, bello e prezioso, consolante e vivo, tra le sterpaglie del deserto.

     
 

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