L’epopea di qualcuno nato per donare la gioia. E che alla fine, ci riesce.
Sono nato per dare gioia. Così c’è scritto sulla scatola che è stata la mia prima casa. Ma se questo era il mio destino non è stato facile raggiungerlo. Tante volte ho disperato di arrivarci mai. Eppure, proprio quando la situazione attorno ti sembra irrecuperabile… Beh, meglio raccontare con ordine.
Sono un bambolotto, uno di quelli snodabili, che agita le gambe e le braccia
in maniera ridicola. Ho anche un piccolo altoparlante ed una batteria, una di quelle che dura poco più della pazienza di un bimbo, che lancia un urlo ogni volta che il mio braccio da un colpo di karate. Sono a torso nudo ma non posso avere freddo: non è previsto. Sulle prime non mi sembrava un grande problema. Sono nato in un posto caldo, umidissimo, tra le voci di mille bambini che parlavano fitto fitto in tono sommesso come per una preghiera od un rito strano. E in effetti al ritmo di quella voce i miei pezzi venivano aggiunti e passati di mano in mano fino ad arrivare, protetti da una scatola e mille legacci in un grande cesto che altri ragazzini, schiena piegata da mille viaggi portavano alla luce. C’era molta polvere fuori ma la plastica mi proteggeva: allora vidi che tutti i bambini erano bianchi in viso, gli occhi a mandorla ed una espressione assente, come una bambola a cui hanno amputato il sorriso. Uno scossone improvviso mi azionò il comando e lanciai il primo vagito, il mio primo urlo. Nessun bambino sembrò provarne gioia e io mi vergognai per quello che avevo fatto. Mi nascosi ancor di più nella plastica e mi preparai per quello che capivo essere un grande viaggio. Pochi minuti ancora e mi fecero compagnia tanti giocattoli come me, in grandi scatole che chiudendosi, ci regalarono buio e altri scossoni. Quando rividi la luce fu tanto tempo dopo, in mille copie più forti del sole, in un posto senza polvere, dove alcuni uomini ci prendevano e riempivano silenziosamente e pigramente degli scaffali. I loro discorsi sapevano di donne e calci, di città che si scontravano di domenica e di lotterie da vincere una volta per tutte.
L’atmosfera sembrava tranquilla e solitaria ma piano piano arrivò gente: i primi passi veloci e frequenti di bambini che mi cercavano alzandosi sulle punte, che mi chiamavano per nome, che erano inseguiti da urla e passi più rapidi di adulti. E ben presto anche quel luogo si riempì di una disperazione diversa dal mio luogo natale. Non sussurrata, non vissuta in maniera eclatante, ma urlata a squarciagola, sbattuta con forza sulle gambe di quegli adulti. Così dovevano fuggire i bambini che mi avevano assemblato, così avrebbero dovuto strepitare per quell’umido da stalla, per quelle ceste che gli avrebbero fermato per sempre la debole crescita che avevano. Ma questi erano abbracciati e baciati, per essi venivamo presi dagli scaffali, questi dunque erano coloro a cui era destinata la nostra gioia. Un bambino più piccolo con il labbro inferiore all’insù, già pronto per un altro pianto, mi indicò con il dito e subito due mani nervose mi afferrarono, mi portarono alla cassa ed ad una busta che era il passaporto per la nuova casa. La casa era immensa, la stanza dove mi scartarono era grande quanto il mio luogo natale ma qui c’era solo un bambino e mille giocattoli, sulle dispense, sugli armadi e in ceste enormi. Mi guardai attorno: quello era di certo il luogo della felicità. Mi sentii inutile: già avevano fatto tutto gli altri. Dalla cucina altre urla arrivavano, di grandi e piccoli, e pianti e piatti che cadevano. Ad un certo punto sentii il mio nome e una ragazza di colore e statura diversa dagli abitanti di quella casa cominciò ad armeggiare per liberarmi dalla scatola. Non aveva tempo, si vedeva dal guardare continuamente la porta da cui poteva entrare una persona o un rimprovero. Alla fine trovò la forbice giusta e i lacci che mi legavano alla parte interna della confezione di cartone e ricorse al piano di sotto.
Il bambino mi guardò pochi secondi; non pareva nemmeno ricordare che per me aveva lottato e pianto. Lessi nei suoi occhi la brama di potere, la volontà di imporre la sua legge a forza di strepiti e urla. Mi prese tra due dita, evitò con abilità il cucchiaio di pappa che stava cercando di trovare la strada della sua bocca grazie al mio diversivo. Ma lui fu più rapido e lo chiuse quanto bastava per rovesciare a terra il liquido verde che era da tempo nel piatto e nelle esortazioni di tutti. A quel punto la donna nervosa che per prima mi aveva preso dallo scaffale si tolse certi occhiali scuri per un sole che quella mattina non c’era né fuori né dentro i suoi occhi e afferrando la mano del piccolo, minuscola nella sua, cominciò a prendere il cucchiaio per portarlo
alla sua bocca. Ma così facendo il liquido verde partì a razzo come il pianto del bimbo, un pianto stizzoso e cattivo che si materializzò nella presa del mio braccio e nella sua torsione decisa ed intenzionale che mi portò alla rottura. La madre non sopportava più quel pianto e se la prese con la ragazza dicendo che non era capace (lei) nemmeno di dare da mangiare ad un bambino, di non far sporcare (lei) tutto il seggiolone, di evitare che lui rompesse tutto quello che aveva davanti. La ragazza, non intuendo che i rimproveri erano isterici sensi di colpa rivolti a se stessa, pensò, per un solo momento, a quando, dopo un lungo viaggio aveva visto lo squallore dei palazzi di una città e li aveva barattati, nelle sue speranze, con la promessa felicità. Poi la madre inforcò gli occhiali ed andò via lasciando il bimbo con il cucchiaio ormai vuoto, la ragazza con i sogni infranti e me che, incastrato sotto il divano del mio ultimo volo, dimenavo urlando il moncherino che una volta era il mio braccio e la mia potenza.



