Mai più too big to fail

30/10/2009 - La crisi non è finita, i crediti in sofferenza nei bilanci degli istituti di credito continuano ad aumentare, la riforma della regolazione per evitare nuovi eccessi finanziari procede lentamente. Finalmente però i vertici americani e europei hanno capito che il

     
 

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La crisi non è finita, i crediti in sofferenza nei bilanci degli istituti di credito continuano ad aumentare, la riforma della regolazione per evitare nuovi eccessi finanziari procede lentamente. Finalmente però i vertici americani e europei hanno capito che il vero problema è la dimensione delle banche e la prima volta si sta anche tentando di porvi rimedio

La commissione europea ha ottenuto che la ING (quella del conto arancio, per intenderci) fosse spezzettata in varie aziende più piccole (assicurazioni da una parte e banca dall’altra, asset americani e asiatici divisi e probabilmente dismessi dal gruppo principale). Anche l’amministrazione Obama sta pensando ad un sistema di tassazione che faccia “pagare” ai grandi gruppi finanziari l’assicurazione che lo Stato deve garantirgli quando vanno in difficoltà. Le chiamano TBTF, un sigla degna di un virus o di una malattia.  Come dice il governatore della Banca d’Inghilterra Mervyn King: “Il problema con le TBTF è che lo sanno”. Qualunque regola venga imposta loro non basterà a dissuaderle dal prendere rischi eccessivi: il “moral hazard” sarà sempre una tentazione troppo forte per non sfruttarla.

LA CARA VECCHIA EUROPA  - Tra Londra e Bruxelles si sta imponendo la visione che le TBTF siano semplicemente “too big” e vanno ridotte di conseguenza cominciando da quelle che sono state costrette a  richiedere l’aiuto pubblico o sono state direttamente nazionalizzate. Una lista importante che contiene Royal bank of Scotland, Lloyds, Northern Rock, Ing, Fortis. Gruppi che tre anni fa erano tra le prime venti banche d’Europa. Se da loro nasce un nocciolo di istituti più piccoli, più sani e più assennati, crisi del genere diventeranno meno probabili. Se, come nel caso di Ing e Northern Rock, gli Stati dovessero ottenere anche una buona parte degli aiuti concessi per i salvataggi, nel giro di 5-10 anni i debiti pubblici dovrebbero ridursi a sufficienza per ridare margine di manovra anche alle politiche economiche. Solo a quel punto la crisi finanziaria sarà materia per i libri di storia.  Ma anche senza questo la battaglia ai grandi gruppi è salutare da molti punti di vista: riduce il rischio sistemico, permette alle banche mal gestite di fallire, la concorrenza dovrebbe tenere sotto controllo i tassi d’interesse rendendo il credito più accessibile per i clienti. Erano gli anni ’80 quando per primo l’economista Galbraith sottolineava come l’imporsi delle società per azioni (le public company) aveva fatto spostare il vero obiettivo di manager e soci dal profitto alla dimensione.

GOVERNI IN ORDINE SPARSO - Un’intuizione che gli studiosi e i regolatori avrebbero dovuto approfondire di più, soprattutto considerando la particolarità del business “finanza” che non ha nemmeno le limitazioni fisiche di molte produzioni (usa poca energia e la materia prima “denaro” non ha dimensioni e quindi può essere moltiplicata all’infinito). Perché non si lavora tutti in quella direzione? Più che delle controindicazioni esistono degli ostacoli oggettivi, i grandi gruppi sono nati e si sono sviluppati perché servivano un gran numero d’interessi:  i politici, i mercati finanziari, gli azionisti li vedono come occasione di potere e prosperità, e probabilmente lo sono. Il premio per chi si mostra sensibile alle loro grida d’aiuto è più che evidente. Non a caso le proposte di “spezzatino” arrivano dalla Commissione Ue e dal governo di Londra, cioè gli enti più attenti ai vantaggi del mercato e della concorrenza. Ma è impossibile che i governi italiano, spagnolo, tedesco o francese assumano atteggiamenti analoghi di fronte al fallimento di uno dei loro “campioni”. Un’asimmetria doppiamente dannosa, sia perché garantisce l’esistenza delle Tbtf, ma soprattutto perché condanna il mercato all’oligopolio visto che le varie Bnp, Santander o Unicredit comprerebbero le “piccole banche” nate dalle dismissioni imposte alle banche salvate nel resto d’Europa.

LE DUE ANIME DELL’AMERICA – Dopo aver perso tempo dietro al populistico tentativo di bloccare i bonus dei manager, il governo americano si è accorto di guardare nella direzione sbagliata: la prima fase del salvataggio ha evitato il collasso, ma ha generato parecchi mostri: le fusioni e le acquisizioni forzate (Bank of america- Merril Lynch ,Jp morgan-Bear Stearns) hanno paradossalmente diminuito il numero degli istituti maggiori e aumentato la loro dimensione, facendo crescere il rischio sistemico. Il caso semi comico di Aig dimostra che la lezione non è stata imparata. Il segretario al Tesoro Tim Geithner sta pensando ad una legge che disincentivi la crescita delle Tbtf prevedendo un aumento della tassazione più che proporzionale sulla dimensione e imponendo dei requisiti patrimoniali più alti per chi gestisce quantità di denaro apprezzabili per il resto del sistema. Nella migliore delle ipotesi le banche più grandi dovrebbero prendere meno rischi sui mercati finanziari di quelle più piccole e in un contesto in cui il trading di titoli (specie i derivati) dovrebbe esser più regolato. Sembrano comunque palliativi incapaci di limitare la rendita di posizione delle Tbtf, né di ridurre il rischio. Servirebbe un intervento sulla struttura stessa delle banche rendendo economicamente svantaggioso superare una certa dimensione. Una prospettiva “troppo” lontana dalla mentalità americana e forse anche dalla dottrina economica dove pensare di “punire” la crescita è un’eresia.

GALLINA VECCHIA – La Grande depressione aveva portato due grandi conquiste: la legislazione Antitrust (anche allora si diceva che punire il successo di un’azienda era da socialisti) e la divisione tra banche commerciali e banche d’affari. E infatti il vecchio Paul Volker, presidente della Federal Reserve con Jimmy Carter e Ronald Reagan ha suggerito di riproporre, rafforzandola la divisione: chi accoglie i depositi dei risparmiatori deve essere garantito al 100%, ma gli deve essere impedito di prendere rischi sul mercato finanziario. Chi “gioca” con i titoli deve essere tenuto lontano dai portafogli dei cittadini e assumersi tutti i rischi, soprattutto quello di fallire. Secondo il Wall Street Journal, Volker, scelto da Obama  per presiedere l’Economic Recovery Advisory Board, ha perso la sua battaglia con Geithner pur proponendo una strategia più collaudata e probabilmente più efficace. Nessuno dei due però sembra aver trovato la risposta definitiva: entrambe le soluzioni non avrebbero ridotto gli effetti del fallimento di Lehman sui mercati finanziari, né il propagarsi del “bad assets” dei subprime e dei derivati senza valuta.

     
 

3 Commenti

  1. kelith scrive:

    ma…mi son perso qualcosa alla fine…
    una volta non erano tutti lì a chiedere fusioni e riorganizzazioni per avere sicurezza di stabilità e una gestione efficace (perché poi…)?

  2. lconforti scrive:

    in effetti è stato il mantra di un decennio, più grandi=più solidi era l'equazione indiscutibile. è andata diversamente, qualcuno, non io, probabilmente dovrà rivalutare l'ex governatore della Banca D'Italia Antonio Fazio che diceva che in Italia devono esserci quattro gruppi di dimensioni equivalenti e nessuno straniero a rompere gli…equilibri. Se tutto il mondo avesse seguito il suo esempio la propagazione della crisi sarebbe stata molto più debole

  3. Luca Buracchi scrive:

    Fra l’altro, per trovare critiche alla debolezza di Fannie Mae e Freddie Mac (fatte in tempi utili, diciamo), occorre andare alle Considerazioni Finali di Antonio Fazio del 2003.
    Quando, sarà il caso di ricordarlo, il modello yankee andava talmente di moda che per Tremonti bisognava copiarlo ed incentivare la gente a fare mutui per consumare….

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