Interni

Un paese bloccato tra ritardi e conflitti d’interesse

29 ottobre 2009

Dal Digitale terrestre, al Wimax alla Banda larga mobile. L’Italia è in forte deficit nel campo delle telecomunicazioni e rischia di perdere la strada che porta al futuro. Colpa di una politica miope dominata dal conflitto d’interesse.

Quasi certamente vi sarà capitato di imbattervi in misteriosi termini ed acronimi quali: Digitale terrestre, Wimax, Wifi, Umts, Hdspa ecc. Vi siete mai chiesti però quali implicazioni politiche ed economiche, in particolare nel nostro paese, stanno dietro queste parole? Tutto ruota intorno alla “guerra” che riguarda le frequenze di trasmissione. Nel nostro paese, inoltre, l’avanzata delle nuove tecnologie di trasmissione è frenata dal perdurare delle vecchie, sostenute soprattutto dalla politica e dai potentati economici. Insomma, si tratta dell’ennesimo effetto collaterale dei tanti conflitti d’interesse che dominano – ma forse sarebbe meglio scrivere opprimono – questo paese. Lo scontro principale riguarda le bande di frequenze Uhf (ultra high frequency, 460-870Mhz) che oggi sono utilizzate dalla tv “analogica” via etere, ma che dovrebbero liberarsi entro il 2012 a vantaggio della tv “digitale terrestre”, con il conseguente switch off (spegnimento) di quella tradizionale. Il metodo digitale sfrutterà le stesse frequenze, ma in modo più efficiente: in altre parole a parità di banda di trasmissione si avranno a disposizione più canali. Le tv, tuttavia, non avranno bisogno di tutti questi nuovi canali che, quindi, potrebbero essere destinati (magari mediante una nuova asta) a servizi con tecnologia a banda larga, come “internet veloce” ovunque e a basso costo. Queste frequenze, infatti, permetterebbero di coprire con facilità maggiore il territorio, con costi minori e con una più alta qualità di connessione. Il problema è che non si sa ancora se le emittenti italiane rinunceranno o no a queste frequenze.

LEGGE GASPARRI - Negli Usa – notoriamente, in questo campo un mondo a parte – lo switch off è avvenuto già nel 2009 (salvo rarissime eccezioni). L’asta per le nuove frequenze “liberate”, inoltre, già si è fatta, in modo d’avere reti di trasmissione già pronte nel momento in cui le frequenze saranno effettivamente disponibili. Il dibattito nel nostro paese, invece, è sostanzialmente fermo. C’è una sola legge che “regola” (ovviamente il mio è solo un eufemismo) il delicato tema. La famigerata legge Gasparri. Legge palesemente insufficiente ed irrazionale, che dà forma giuridica al conflitto d’interessi, creando altri conflitti e nuove concentrazioni innaturali. Con ogni probabilità solo una sollecitazione dell’UE potrà sbloccare la discussione e, magari, rimettere in moto l’intero settore delle nostre telecomunicazioni. Infatti, ad essere toccato dal cosiddetto “refarming” (in pratica il ricollocamento dei nuovi servizi) sarà anche lo spettro di frequenze finora destinate alla telefonia mobile. Ad oggi ad avere le bande “migliori” sono i servizi più vecchi, p.e. il Gsm, mentre i nuovi servizi come Umts/Hspa sono su bande più alte, dove è difficile offrire una buona copertura e un servizio di qualità ad un numero crescente d’utenti. Si pensi che in città come Roma o Milano già oggi, lo spettro a disposizione di queste nuove tecnologie tende a saturarsi in certi orari. Il refarming in Italia dovrebbe essere portato a compimento, si dice, entro il 2012. Tuttavia, anche per la refrattarietà delle società di telefonia mobile ad accollarsi il costo, è facile immaginare un ulteriore “sforamento”. E pensare che la Finlandia l’ha già completato mentre Francia e Regno Unito lo completeranno entro il 2009. Stesso problema si presenta col Wimax (oggi, da noi, con frequenze intorno ai 3,4-4,6GHz) dove, però un quarto delle frequenze è in “manu militari” e quindi non può essere usato dagli operatori civili (contrariamente ad altri paesi UE).

ZONA RETROCESSIONE - Lo scorso luglio, da una ricerca sul “Connectivity scorecards and broadband study”, commissionata da Nokia-Siemens Networks e curata dalla London Business School, è emerso come la performance del nostro Paese risulti assai modesta: scorrendo la lista delle 25 maggiori economie basate sull’innovazione, bisogna scendere fino al 19° posto – in piena zona retrocessione – per trovare il nostro paese, distanziato in modo abissale dagli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna e dal blocco scandinavo, che occupano come al solito le prime posizioni. Solo Repubblica Ceca, Portogallo, Ungheria, Grecia e Polonia fanno peggio. Dei paesi del G8 siamo gli ultimi, molto lontani da Germania e Francia che ci precedono. La ricerca aveva una particolarità. Non si concentra tanto sulla quantità, la qualità o l’efficienza delle infrastrutture di connessione a banda larga, quanto sul modo in cui vengono utilizzate, anche dal punto di vista della produttività economica: la cosiddetta “connettività utile”, un parametro che taglia trasversalmente il mondo delle imprese, delle istituzioni e dei cittadini stessi. L’Italia ha un rendimento piuttosto scarso in tutti e tre i settori, anche se i segnali meno confortanti arrivano dal segmento delle imprese. Il bassissimo livello di penetrazione ed utilizzo dei server, per esempio, indica una condizione ancora primitiva nel settore del commercio elettronico, in netto ritardo, per esempio rispetto a quanto avviene negli Stati Uniti, nell’est asiatico, ma anche in molti paesi europei. Si pensi al fatto che il principale megastore online del mondo, Amazon, abbia aperto da anni le sue filiali in Gran Bretagna, Germania e Francia e non in Italia. Anche questo può servire come indicatore di quanto il nostro paese sia ancora lontano da raggiungere una maturità nel commercio elettronico. Come migliorare le cose? Secondo i curatori della ricerca, si dovrebbe iniziare dalla formazione: le pubbliche amministrazioni dovrebbero aumentare in aziende e privati la consapevolezza dei vantaggi potenziali che derivano dall’essere in grado di usare in modo efficace la banda larga e le tecnologie Internet. “Tali politiche possono dare impulso – si legge – all’adozione e all’aumento dell’efficacia dello sfruttamento della banda larga in paesi che indugiano su tali misure”.Nondimeno, possono dimostrarsi utili per affrontare i “digital divide” esistenti all’interno di qualsiasi società e che comprendono anche un vuoto da colmare nelle competenze e conoscenze degli utenti fra i diversi segmenti di popolazione”. Peccato che, finora, le politiche messe in atto dal governo sono andate in direzione diametralmente opposta. Tagli lineari degli investimenti e, nel contempo, dispersione in mille rivoli, spesso clientelari, di fondi e capitali pubblici. In meno di due anni di governo Berlusconi si è assistito ad un repentino aumento della Spesa pubblica senza che, contemporaneamente, ci fosse un sensibile miglioramento della qualità dei Servizi offerti. L’Italia, anche nel fondamentale settore delle telecomunicazioni, è ancora una volta in forte ritardo sulla strada che conduce al futuro.

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