Per il centrodestra italiano, l’altro ieri, è stata una di quelle domeniche in cui ti siedi e guardi gli altri giocare. Gli altri sono il popolo del Pd, quello che si è messo in fila ed è andato a votare ai gazebo. Uomini e donne che in una domenica di sole hanno scelto di dedicare un quarto d’ora del dì di festa per questo rito democratico che ad alcuni appare naif, ad altri una straordinaria intuizione. Io sono tra i secondi ma, ammetto, non è mai facile giudicare i partiti diversi dal tuo. Perché in politica vige la regola del “tanto peggio, tanto meglio” più che quella che “l’erba del vicino è sempre più verde”. E quindi giù a smontare, smitizzare, minimizzare le primarie del centrosinistra. Va bene, è un giochino, anche simpatico. Ma rimane un giochino al massacro.
Se il centrodestra guardasse queste primarie del Pd, invece, ci scoprirebbe moltissime cose buone. Prime fra tutte l’affluenza, la mobilitazione, la partecipazione. Che in una democrazia matura sono dati positivi, sempre e comunque, indipendentemente dalla parte politica da cui provengono.
Poi c’è la legittimazione popolare di una classe dirigente. Veltroni prima, Bersani poi, sono stati scelti attraverso uno strumento tanto semplice quanto innovativo: le primarie aperte a tutti. Perché i partiti non sono e non devono essere congreghe di congiurati pronti a spartirsi una fetta di potere ma movimenti aperti, pronti alla contaminazione culturale e all’ascolto della società civile. Che tutto questo venga da sinistra, lascia l’amaro in bocca a chi, nel PdL, ha creduto fin da subito ad un movimento che nasceva tra la gente (a piazza San Giovanni) e che la gente richiamava fin dal suo nome.
Così non è stato, se è vero che questo Popolo della Libertà ha individuato una classe dirigente interamente nominata. Così come sono nominati i parlamentari. Un partito così sta in piedi solo per la forza straordinaria e polarizzante di Silvio Berlusconi, capace di cancellare ogni limite e di colmare ogni lacuna. Dietro di lui, il nulla. E dopo di lui, il diluvio.
Se il centrodestra vuole garantirsi un orizzonte di governo che superi la vita, biologica o politica, del suo leader è giunto il momento di copiare dagli odiati nemici almeno il metodo. La democrazia, si sa, è un sistema pessimo e pieno di insidie. Ma è ancora l’unico che garantisce ricambio, competizione leale e merito. Su questi valori abbiamo fondato anni di battaglie sociali, economiche, politiche. Al centrosinistra che accusavamo di volere una società immobile ed uguale per statuto, opponevamo la forza dirompente della meritocrazia, il valore di chi, a parità di condizioni di partenza, vince. Il nostro partito, invece, è diventato il simbolo della fissità, dell’incapacità di innovare e di innovarsi, del rifiuto di ogni regola di mercato. E’ ora di aprire una riflessione. Senza isterismi, ma con serietà.






















un elettore del PdL che la pensa così è una rarità
ciò detto,
penso che tu pretenda troppo per un partito che è nato sull'onda dell'emotività e dietro una sola figura forte. L'ipotesi gradualità (prima i vertici locali etc), quella portata da Alé Mannò per intenderci, invece secondo me è più praticabile e fattibile. In questo modo vincerebbe chi è radicato sul territorio, e la politica in generale.
Forse una via di mezzo tra il partito di un “uomo solo” e un partito dalla “centomila anime” (in conflitto tra loro e senza capacità di sintesi) sarebbe la soluzione preferibile. Fermo restando che tra il primo e il secondo preferisco il secondo.
A me piace molto l'accenno alla società immobile, e all'incapacità di rinnovare e rinnovarsi. Che in questo paese, purtroppo, è pratica ancora ampiamente bipartisan.
C.
Questo editoriale anticipa quel che diranno i pidiellini il giorno dopo la fine politica di Berlusconi. Solo allora i nodi verranno al pettine. Per ora si provvede con cura a nasconderli e a rinviare a domani il problema.
Beh, insomma, mi pare che Fini il pettine l'abbia già sfoderato.
La sua è ancora una posizione minoritaria (come quella di Bressan, Dalla Vedova etc.), ma qualcosa si muove, forse perché la fine politica di Berlusconi appare a tutti imminente ed un altro Mr. Predellino non si improvvisa su due piedi, per cui meglio pensare di tornare ai vecchi meccanismi di selezione collettiva (magari in versione modernista)
anche un elettore del pdl dotato di un minimo di capacità argomentativa e che non si limiti al torpiloquio è una rarità.
Anche questo non è del tutto vero: tra i notisti di Giornalettismo c'è più di qualche “elettore del pdl” e mi pare che le due caratteristiche citate siano un dato comune (a meno che Comicomix abbia messo in piedi uno zoo per esemplari rari…)