di vertigoz
postato alle 10:39 del 4 Settembre 2008 in InterniTorna alla home

E’ recente la notizia secondo la quale quell’autorevole testata che è l’Osservatore Romano avrebbe scritto che il criterio di morte cerebrale non è più al passo con le recenti scoperte scientifiche e andrebbe pertanto rivisto. In pratica non dovremmo più considerare morto un individuo quando il suo cervello smette di funzionare in maniera irreversibile (il che includerebbe evidentemente Giuliano Ferrara) ma quando il suo cuore smette di battere. La prima considerazione che viene da fare è: dall’alto di quale pulpito scrive l’Osservatore Romano? Siamo talmente abituati al fatto che i pretastri dicano la loro su qualsiasi cosa che non ci chiediamo nemmeno più quale autorità abbiano per dire le cose che dicono. E dire che anche il Vaticano ha già preso le distanze.

ESPERTI DI CHE? - In un paese dove i calciatori diventano opinionisti, i tronisti diventano scrittori e gli scrittori vorrebbero fare i calciatori, evidentemente viene considerato del tutto normale che persone esperte in cristologia siano per questo promosse d’ufficio a una competenza tout court su qualsiasi tema di interesse etico e bioetico. Prendete il caso di Eluana Englaro, su cui ieri la Regione Lombardia si è espressa ordinando che fosse ri-alimentata, anche perchè nessun ospedale voleva occuparsi della sua morte. Se un alieno osservasse questa situazione potrebbe notare maliziosamente che conoscere a menadito l’esatto numero e l’esatta location dei miracoli di Cristo Gesù, non renda per questo esperti in qualsiasi argomento su cui Cristo comanda, con una predilezione speciale per temi di nascita, morte e tutto quel che sta nel mezzo. Ovviamente non è in questione la libertà di opinione e divulgazione della stessa (ciascuno pensa e scrive quello che vuole), ma la pretesa che gli studiosi di cristologia abbiano per questo un’autorità morale particolare spendibile su qualsiasi tema, quasi avessero conseguito un dottorato in Trivial Pursuit. La seconda considerazione da fare è che quelli di interesse bioetico sono temi che interessano direttamente tutti e su cui pertanto nessuno può dirsi “esperto”, proprio perché hanno a che fare con dei valori che in quanto tali sono strettamente personali e inalienabili, un po’ come la squadra del cuore.

DELLA MORTE… - In altri termini su queste questioni siamo tutti esperti, e tutti abbiamo diritto di dire la nostra, anche perché qualora - non voglia Iddio - finissimo per qualche accidente in uno stato di morte corticale, cerebrale o cardiaca che dir si voglia, non vorremmo certo che qualche togato porporato decida per noi, magari sulla base di qualche minuscolo comma contenuto in qualche appendice alle Sacre Scritture. Avendo fatto per sei anni il chierichetto mi risulta peraltro che Cristo Gesù non sia mai espresso sul concetto di morte cerebrale, lasciando probabilmente la materia indeterminata a vantaggio del libero arbitrio delle future generazioni. Va detto infine, ad onore del vero, che l’Osservatore Romano non esprime a questo riguardo le posizioni della Chiesa Cattolica, ma le sue proprie in quanto la Chiesa su questo tema si è mostrata incredibilmente lassista (probabilmente erano distratti) a vantaggio di una definizione di morte che favorisse il più possibile i trapianti. Fatte salve queste debite premesse vorrei passare a dirimere un po’ di confusione (o a crearne) sul concetto di morte. Nonostante questo concetto sembri estremamente pacifico per il senso comune per i filosofi non lo è manco per niente (e quando mai). Leggendo i libri di Peter Singer e del suo allievo italiano Carlo Defanti (Ripensare la vita, Il Saggiatore, e Soglie. Medicina e fine vita, Bollati Boringhieri) si scopre infatti quanto segue. Non esiste da qualche parte un criterio di morte che aspetti di essere scoperto, ma si tratta semplicemente di postularne, o se preferite stipularne, uno. Quando ci chiediamo se un individuo è morto qualora il suo cuore smetta di battere o il suo cervello smetta di funzionare non ci stiamo ponendo una domanda a cui la scoperta di qualche fatto potrebbe apportare un qualche contributo. Sappiamo a tal proposito tutto ciò che c’è da sapere. Si tratta semplicemente di prendere una decisione: quando vogliamo considerare morto un individuo?

IL CONCETTO - Questo discorso è controintuitivo ma lo diventa meno se consideriamo la morte come un processo e non come uno stato. In altri termini non c’è un punto esatto e preciso in cui un individuo diventi morto, come non c’è un’altezza esatta a partire dalla quale un individuo può considerarsi alto. Sappiamo per certo che chi è alto 2 metri è alto, e che chi è alto 1.60 non è alto (ma se fosse un pigmeo probabilmente lo sarebbe), ma non sappiamo bene come regolarci in caso di individui che come me sono alti 1,77. Si tratta semplicemente di stabilire che gli individui sopra una certa soglia di altezza siano considerati alti (qualora ciò fosse utile a qualche scopo) e gli individui oltre una certa soglia di morte siano considerati morti. Il problema non è un puramente teorico, bensì estremamente pratico. Immaginiamo uno scienziato che decida di mettersi a studiare le proprietà che rendano incontrovertibilmente alto un individuo. Anche qualora mappasse tutto il genoma, studiasse a fondo l’ormone della crescita e spaccasse l’atomo in quattro non avrebbe con ciò recato alcun contributo alla definizione di altezza. Possiamo decidere che la morte è la mortedel cervello, o la morte della sola corteccia, o la cessazione del battito cardiaco ma questo è in primo luogo è un problema etico, e solo in un secondo luogo un problema scientifico (per quanto sia un problema a cui la scienza può fornire utili spunti di riflessione). Il criterio di morte, come spiega Singer, è stato deciso dalla commissione di Harvard tanti anno fa su basi pragmatiche. Si trattava in altri termini di trovare un criterio che rendesse possibili i trapianti d’organo, considerato che questi vanno effettuati a cuore battente, pena il deterioramento degli altri organi.

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