di Alessandro D'Amato (Gregorj)
postato alle 08:34 del 25 aprile 2008 in Interni Torna alla home

I tre referendum propagandati da Beppe Grillo vanno nella direzione giusta, anche se è dura ammetterlo. Ma anche se venissero approvati a furor di popolo, non cambierebbero quasi nulla dell’attuale situazione dell’informazione in Italia.

Qualcosa bisognerà pur dirla, sul V-Day dell’informazione convocato in pompa magna da Beppe Grillo per oggi in tutte le piazze d’Italia. E’ dura accettarlo per uno che non lo ha in grandissima simpatia: nel merito, le questione poste dal suo pacchetto di referendum sull’informazione sono tutte rispettabilissime, e la ragione è nettamente dalla sua.

I TRE REFERENDUM – Lo hanno spiegato bene su NoisefromAmerika l’altroieri: il finanziamento pubblico all’editoria “viene elargito in gran parte ai maggiori editori. Per esempio, Mondadori, Il Sole 24 ore e Rcs si accaparrano da soli il 29% di questi sconti, che corrispondono ad un totale per questi tre editori di più di 50 milioni di euro“. Il resto serve a tenere in piedi un coacervo di testatine politiche o “di casta” che non vende una copia che sia una nel mercato ma sopravvive grazie ai sussidi e all’inclusione nelle mazzette dei ministeri e delle società di rassegna stampa. L’abolizione dell’Ordine dei giornalisti mi trova d’accordo (e lo dico da iscritto): posto che il diritto a esprimersi e ad informare appartiene a tutti i cittadini di uno Stato, attribuire un “patentino” per meriti (più che dubbi) sul campo era anacronistico già nel 1963, figuriamoci oggi. L’obiezione che si potrebbe avanzare è che abolendolo completamente si avrebbe una giungla selvaggia di sedicenti giornalisti che non dovrebbero rispondere più a nessun requisito di professionalità: ma per evitare la diffusione di notizie “false et tendenziose” – che oggi, ad Ordine in funzione, vanno peraltro da dio – ci sono i lavoratori con maggiore esperienza nel campo all’ingresso, e lo strumento della querela a fatto avvenuto.

LA GASPARRI -
L’ultima legge di riforma del settore mediale, poi, ha creato solo danni riuscendo nell’impresa di fallire completamente i suoi obiettivi. Bene abolirla, anche se probabilmente un referendum del genere difficilmente passerebbe il controllo della Corte Costituzionale, visto che creerebbe un vuoto legislativo e la Consulta ha l’horror vacui. Ma di certo i suoi promotori questo lo sanno benissimo, e non vedono l’ora di beccarsi la censura per poi scattar su con l’indignazione un tanto al chilo. Poi, ci sarebbero le considerazioni “politiche” sul fatto specifico. Mi fa orrore anche il solo pensare che Grillo si possa mettere in testa – attraverso questo tipo di strumenti – di lanciare un’Opa su quel che resta della Sinistra Arcobaleno dopo il lavacro delle urne. Quando scrive cose come questa, “appropriandosi” dei dieci milioni di astenuti e parlando come se davvero fosse in grado di riportarli tutti alle urne (se è vero, perché non l’ha fatto già quest’anno?), fa un po’ inquietudine. E l’appropriazione di una data significativa per la sinistra italiana, il 25 aprile, sembrerebbe andare proprio nella direzione della strumentalizzazione politica dell’evento. Molto più coraggioso sarebbe stato convocare il V-Day di lunedì: così avremmo avuto la comprensione del reale peso dei grillini. Ma alla fin fine, facciamo finta che questo non sia rilevante e andiamo al punto.

IL PUNTO - Che è questo: serviranno i tre referendum, anche se venissero approvati a furor di popolo, a migliorare lo stato dell’informazione in Italia? La risposta è no. Perché il problema – che vale per tutti i media, non solo per quelli di quel signore il cui cognome comincia con la B – è che di “paladini della libera informazione” non è che siano pieni i giornali. Basta approfondire un po’ la conoscenza di talune dinamiche lavorative per rendersi conto che “la voce del padrone” è quella più ascoltata, rispettata, condivisa, anche quando il padrone stesso non la fa sentire: essere “più realisti del re” è un hobby diffuso in qualunque professione, anche in questa. E in Italia non esistono – se non per quanto riguarda il gruppo Espresso, e non certo per volontà della proprietà – editori puri. Tutti hanno interessi da tutelare, amicizie da tenersi strette, legami che è impossibile sciogliere. Eppure, l’informazione è un bene pubblico, la cui tutela dovrebbe prescindere da tutti gli interessi particolari, non solo quelli pubblicitari o padronali. Ma rimane comunque di proprietà privata. Che poi questa proprietà sia diretta (i pacchetti di maggioranza nei consigli di amministrazione) o indiretta (i gruppi politici che si spartiscono le poltrone), è una questione di lana caprina. E, al di là di ogni retorica, la sopravvivenza del giornalismo come funzione di utilità sociale è strettamente connessa al significato che di volta in volta questo riuscirà a dare alla parola ‘indipendenza‘. L’informazione, che un tempo veniva definita la “scuola per adulti” (Gramsci), oggi, muovendosi all’interno di fedeltà di gruppo contrapposte, perde progressivamente quel prestigio che gli era riconosciuto. Tutta una serie di nodi gordiani ne blocca le potenzialità e la rilevanza. Ecco, al netto dei referendum, se il giornalismo come settore non riuscirà a sciogliere o tagliare questi nodi, difficilmente riuscirà a perdere quella che appare contemporaneamente come una sua vocazione e contraddizione: essere un bene pubblico… di proprietà privata.

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