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Editorialedi Carlo Cipiciani (Comicomix)
pubblicato il 21 ottobre 2009 alle 09:00 dallo stesso autore - torna alla home

Renato Brunetta ha annunciato che l’assenteismo nella pubblica amministrazione sta tornando. Dopo aver vantato per mesi mirabolanti risultati nella sua lotta ai “fannulloni”, con riduzioni dell’assenteismo del 30%, ha ammesso che in agosto ed in settembre esso è tornato ad aumentare. Il ministro ha anche trovato il “colpevole”: se stesso, reo di aver deciso – abrogando parte della sua “riforma” – la riduzione da 11 a 4 le ore della reperibilità giornaliera per i controlli medici. Secondo il ministro quindi ci sarebbe una stretta relazione tra le ore di reperibilità giornaliera per i controlli medici e la tendenza dei dipendenti pubblici a “fare i furbi”. E quindi correrà ai ripari. Un’ipotesi che definire “azzardata” e non molto “scientifica” è molto benevolo.

Sui dati della rilevazione delle assenze ci sono state numerose polemiche in questi mesi. C’è chi ha apprezzato il lavoro del ministro, come Giuseppe Pisauro su Lavoce.info, pur criticandone i metodi “odiosi” ed “eccessivi”. C’è stato anche chi ha fatto notare, partendo dalle analisi di Giulio Zanella su Noisefromamerika, che l’assenteismo si sta riducendo nella Pubblica amministrazione dal 2004, molto prima dell’arrivo di Brunetta che quindi non ne avrebbe gran merito, e che il metodo di rilevazione del ministro è poco “scientifico”, basato su un campione “auto selezionato” e quindi non molto attendibile.

Le discussioni sui dati di Brunetta sull’assenteismo sono appassionanti. Ma rischiano di far perdere di vista il vero nocciolo della questione, che è quello di un miglioramento dell’efficacia, dell’efficienza e dell’economicità della nostra Pubblica amministrazione. Ed è su quest’aspetto che,  lo ripetiamo, il ministro avrebbe molto da fare. Mentre finora non ha neppure cominciato, preferendo parlare d’altro e gettare polvere negli occhi alla pubblica opinione.

Il problema della Pa non sono i “fannulloni”. Sono le procedure barocche, la mancanza di tempi certi, l’eccessiva commistione tra indirizzo politico e gestione, una dirigenza poco responsabilizzata, dipendenti poco motivati. La sua riforma non fa quasi nulla su questi aspetti. Istituisce un nuovo organismo (ma non bisognava semplificare?), la “Commissione per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle amministrazioni pubbliche”, che promuoverà sistemi e metodologie centralizzati per il “miglioramento della performance delle amministrazioni pubbliche” che andranno applicati in tutto il variegato mondo della Pa, dallo sportello del cittadino del comune di Canicattì ai servizi interni della Ragioneria generale dello Stato.

La riforma poi non prevede la misurazione delle performance delle amministrazioni (un sistema di benchmark e di rapporto tra servizi offerti, costi sostenuti e risultati raggiunti) ma una poco comprensibile valutazione dei singoli, basata su parametri rigidi e di non semplice applicazione, oltre che di dubbia efficacia sulla effettiva “produttività” degli uffici. E non centra quello che è il problema dei problemi: l’assenza di un sistema  di obiettivi di attività annuali, assegnati all’inizio dell’anno alle strutture in base alla loro attività, che sarebbe il principale grimaledello per attivare il circuito virtuoso “Obiettivi-costi-risultati-premi” per  migliorare davvero la nostra pubblica amministrazione.

Cose noiose, poco appassionanti. Meglio concentrarsi sulle bastonate ai “fannulloni”. Quando il ministro avrà aumentato nuovamente la fascia di reperibilità per le visite mediche avremo forse qualche giorno di malattia in meno (e qualche bronchite trascurata). E avremo certamente molte persone a scaldare una sedia in più.

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