Renato Brunetta ha annunciato che l’assenteismo nella pubblica amministrazione sta tornando. Dopo aver vantato per mesi mirabolanti risultati nella sua lotta ai “fannulloni”, con riduzioni dell’assenteismo del 30%, ha ammesso che in agosto ed in settembre esso è tornato ad aumentare. Il ministro ha anche trovato il “colpevole”: se stesso, reo di aver deciso – abrogando parte della sua “riforma” – la riduzione da 11 a 4 le ore della reperibilità giornaliera per i controlli medici. Secondo il ministro quindi ci sarebbe una stretta relazione tra le ore di reperibilità giornaliera per i controlli medici e la tendenza dei dipendenti pubblici a “fare i furbi”. E quindi correrà ai ripari. Un’ipotesi che definire “azzardata” e non molto “scientifica” è molto benevolo.
Sui dati della rilevazione delle assenze ci sono state numerose polemiche in questi mesi. C’è chi ha apprezzato il lavoro del ministro, come Giuseppe Pisauro su Lavoce.info, pur criticandone i metodi “odiosi” ed “eccessivi”. C’è stato anche chi ha fatto notare, partendo dalle analisi di Giulio Zanella su Noisefromamerika, che l’assenteismo si sta riducendo nella Pubblica amministrazione dal 2004, molto prima dell’arrivo di Brunetta che quindi non ne avrebbe gran merito, e che il metodo di rilevazione del ministro è poco “scientifico”, basato su un campione “auto selezionato” e quindi non molto attendibile.
Le discussioni sui dati di Brunetta sull’assenteismo sono appassionanti. Ma rischiano di far perdere di vista il vero nocciolo della questione, che è quello di un miglioramento dell’efficacia, dell’efficienza e dell’economicità della nostra Pubblica amministrazione. Ed è su quest’aspetto che, lo ripetiamo, il ministro avrebbe molto da fare. Mentre finora non ha neppure cominciato, preferendo parlare d’altro e gettare polvere negli occhi alla pubblica opinione.
Il problema della Pa non sono i “fannulloni”. Sono le procedure barocche, la mancanza di tempi certi, l’eccessiva commistione tra indirizzo politico e gestione, una dirigenza poco responsabilizzata, dipendenti poco motivati. La sua riforma non fa quasi nulla su questi aspetti. Istituisce un nuovo organismo (ma non bisognava semplificare?), la “Commissione per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle amministrazioni pubbliche”, che promuoverà sistemi e metodologie centralizzati per il “miglioramento della performance delle amministrazioni pubbliche” che andranno applicati in tutto il variegato mondo della Pa, dallo sportello del cittadino del comune di Canicattì ai servizi interni della Ragioneria generale dello Stato.
La riforma poi non prevede la misurazione delle performance delle amministrazioni (un sistema di benchmark e di rapporto tra servizi offerti, costi sostenuti e risultati raggiunti) ma una poco comprensibile valutazione dei singoli, basata su parametri rigidi e di non semplice applicazione, oltre che di dubbia efficacia sulla effettiva “produttività” degli uffici. E non centra quello che è il problema dei problemi: l’assenza di un sistema di obiettivi di attività annuali, assegnati all’inizio dell’anno alle strutture in base alla loro attività, che sarebbe il principale grimaledello per attivare il circuito virtuoso “Obiettivi-costi-risultati-premi” per migliorare davvero la nostra pubblica amministrazione.
Cose noiose, poco appassionanti. Meglio concentrarsi sulle bastonate ai “fannulloni”. Quando il ministro avrà aumentato nuovamente la fascia di reperibilità per le visite mediche avremo forse qualche giorno di malattia in meno (e qualche bronchite trascurata). E avremo certamente molte persone a scaldare una sedia in più.





















Tra l'altro l'equazione presenza=produttività è uno dei più fallaci esistenti.
Comunque l'affermazione che nella pa non esistono obiettivi annuali fissati con i quali misurare le performance e i servizi erogati non è sempre vera. Ci sono alcuni esempi di agenzie (agenzia delle entrate, ufficio iva per la precisione) in cui gli obiettivi vengono discussi con i dirigenti locali e gli ispettori annualmente e questo porta ad una valutazione periodica che ha contribuito nel tempo a migliorare le performance.
Certo, nella maggioranza dei casi ciò che è scritto nell'articolo è vero, ma diciamo piuttosto che la situazione è tutt'altro che uniforme nonostante gli esempi positivi ci siano.
Il problema a mio avviso è che la pa nel suo complesso è una struttura enorme e molto articolata, quindi il problema non può essere risolto con un solo provvedimento, specialmente se propagandistico come quello di Brunetta. Mi piacerebbe per una volta sentire qualcuno ammettere che il problema è complicato e che ci vuole una soluzione complessa.
Purtroppo al momento quando sento dire queste cose di solito significa che il problema viene accantonato e nessuno ci pensa più.
Il fatto che qando c'è da torchiare i cittadini (agenzia delle entrate, ufficio iva ) la PA si preoccupa di migliorare la propria efficenza mentre quando c'è da servirli non si preoccupa granché non è gradevole.
E' il governo del fare… annunci.
Quando il presidente del consiglio è un imprenditore della pubblicità, non ci si puo' aspettare qualcosa di piu' che annunci pubblicitari e campagne di marketing.