Come in un caso del celebre indagatore dell’incubo, un delitto scuote Firenze. Un caso irrisolto. E irrisolvibile.
In un numero di Dylan Dog si racconta di una strana morte. Ci sono un uomo e una donna, marito e moglie, dentro un appartamento. A un certo punto l’uomo si chiude a chiave in una stanza. Quando la moglie inizia a preoccuparsi per lui, chiama aiuto e la porta viene sfondata. Il corpo
dell’uomo giace a terra, la gola recisa, il sangue copioso cosparge una risma di fogli di carta. Si direbbe un suicidio, peccato non ci sia un oggetto che l’uomo possa aver utilizzato per togliersi la vita. Per questo viene accusata la moglie. Il fatto che la porta fosse stata chiusa dall’interno è un mistero destinato a rimanere tale. Un po’ come accade il 15 gennaio 1996. La serata è fredda, si ghiaccia. In giro a Firenze non c’è nessuno. Non si sente nemmeno abbaiare tanto è il freddo che fa. Chi può se ne sta ben chiuso dentro la propria casa. C’è chi, però, deve per forza andare da una parte. Si dirige verso Palazzo Rucellai e dopo poco ne esce. Tutto tranquillo, nessuno in giro. La mattina seguente in quello stesso palazzo entra una donna delle pulizie. Sale fino al terzo piano e apre con le sue chiavi la porta dell’appartamento del conte Alvise De Robilant. Subito capisce che qualcosa non va: le luci sono accese, ci sono degli indumenti sparsi per casa, cassetti rovesciati. Un brivido le attraversa il corpo. Poi lo scuote, una volta che vede il conte steso sul pavimento, nel corpo nemmeno un fil di vita.
REALTA’ E FINZIONE – Gli uomini dei carabinieri arrivano lesti. Salgono, fanno i rilievi e notano anche loro alcune stranezze. La prima è che è difficile possa trattarsi di un furto. Non solo non sembra essere stato rubato nulla, ma c’è un assegno di quasi un milione e mezzo delle vecchie lire che fa bella mostra di sé su un mobile. Secondo è strano anche quel disordine. sembra più creato, più simulato per depistare che vero. E poi c’è quella mano. O meglio, l’impronta di una mano insanguinata lasciata sulla tenda di una finestra. Una finestra da cui nessuna persona normale potrebbe mai scendere o salire. Come se qualcuno avesse scostato la tenda in cerca di una via d’uscita e, data l’impossibilità, avesse desistito dall’impresa. Quella che appare come l’ipotesi più convincente è che il conte abbia aperto a qualcuno che conoscesse. Ma molto bene. Sì, perché non era certo da lui, un nobile è sempre un nobile, aprire indossando una vestaglia. Meno che mai nel caso in cui sotto la vestaglia non si fosse indossato niente. Se così è andata, ed è quasi certo che sia così, la persona che ha ucciso Alvise De Robilant era una persona con cui era in ottimi rapporti. Più che ottimi, anzi. intimi. Una cosa confermata anche da un piccolo particolare: il lenzuolo steso sul corpo di lui. Un gesto quasi d’affetto, dopo quei due colpi improvvisi sulla testa.
FINZIONE E REALTA’ – Basta poco a indagare sulla vita del conte. Divorziato, con tre figli, aveva fama di irresistibile playboy. Dopo aver perso il posto di lavoro in una casa d’aste si era inventato mediatore mobiliare. Non
era ricco, ma conduceva una vita dignitosa. Qualcuno ipotizza anche che Alvise fosse omosessuale. Lui con quei modi perfetti, eleganti, sempre vestito in maniera impeccabile, ma è un’ipotesi smentita da più parti. Che Alvise era un uomo a tutti gli effetti è facile scoprirlo, basta chiedere in giro a una delle sue tante, tantissime conquiste. Per questo è in quella direzione che si inizia a indagare. Magari potrebbe essere stato un marito geloso o un’amante tradita. Si cerca, si cerca, ma alla fine non si arriva a nulla. Gli unici su cui puntare hanno tutti un alibi, nessuno avrebbe mai potuto compiere quel delitto. Qualcuno è entrato, è stato fatto entrare, ha parlato con il conte, poi l’ha colpito ed è scappato dalla porta principale. Nessuno sa chi possa essere. In quel numero di Dylan Dog, il nostro riusciva con facilità a risolvere il giallo. Non era stata la moglie a uccidere il marito: si era davvero suicidato. In un attacco di odio feroce verso la propria consorte aveva deciso di farla accusare della propria morte e si era tolto la vita in un modo terribile: lacerandosi la giugulare con i fogli di carta. Foglio dopo foglio, centimetro dopo centimetro. Ecco l’arma del delitto mancante.
Nel caso di Alvise, però, non c’è nessun Dylan Dog. E non c’è nemmeno un’ipotesi da cercare per spiegare un delitto. C’è solo un assassino da trovare. Un assassino che nessuno sa chi possa essere.























Ma proprio DD si doveva citare (uno dei fumetti più cretini del creato)? Non era meglio uno degli innumerevoli casi di Shinichi Kudo quando è divantato Conan Edogawa di “delitto a porte chiuse”?
C'era pero' un dettaglio che contribuisce a rendere ancora meno chiara la faccenda:
l'autopsia aveva riscontrato la presenza di liquido seminale nel cavo orale della vittima. La cosa aveva scatenato la pista gay, che poi era stata smentita dal perito che spiegava che le analisi del tampone orale potevano essere compromesse. Insomma, il dna letto poteva essere stato inquinato da quello di saliva e cellule epiteliali e quindi essersi “confuso”. Seguirono, se ben ricordo, una serie di smentite e controsmentite fino a quando la Procura stabili che il delitto fosse effettivamente da ricercare in una matrice omosessuale. Non so che fine abbia fatto quel DNA: se sia stato definitivamente scartato, smentito, ritrattato, congelato per futuri usi, messo in un vasetto come sperma d'autore. Qualcuno mi illumini se ne sa di piu'.
Poi c'e' la testimonianza di una vicina che afferma di aver sentito suonare il pianoforte, ma di aver notato che suonava peggio rispetto allo stile abituale della vittima. Sui tasti non furono pero' trovate impronte digitali, manco quelle della vittima stessa, ad indicare che fossero stati ripuliti. La musica era stata percepita ad un orario precedente quello di una telefonata fatta da Alvise, fatto che corrobora la tesi che conoscesse il suo/sua assassino e che fosse in casa con lui prima dell'omocidio.