Synecdoche, New York: elegia di un genio
20/10/2009 - Esordio alla regia per Charlie Kaufman, il mago della penna cinematografica dietro ad alcune delle più brillanti sceneggiature del decennio. Capolavoro annunciato, eppure… Per spiegare la portata della follia creativa di Kaufman a chi non conosce questo cognome è sufficiente
Esordio alla regia per Charlie Kaufman, il mago della penna cinematografica dietro ad alcune delle più brillanti sceneggiature del decennio. Capolavoro annunciato, eppure…
Per spiegare la portata della follia creativa di Kaufman a chi non conosce questo cognome è sufficiente rifarsi a un altro geniaccio anticonformista un poco più famoso: Michel Gondry. Il sodalizio Kaufman-Gondry infatti sta dietro a due pellicole talmente ben riuscite da piacere a chiunque a tutti i livelli di lettura: il poco conosciuto Human
Nature e il più colorato e brillante Eternal sunshine of the spotless mind (in italiano orrendamente sfigurato in Se mi lasci ti cancello). Entrambe le pellicole hanno visto il francese Gondry alla regia, forte della sua grande esperienza nell’arte dei videoclip, e l’americano Kaufman alla sceneggiatura. Con Synecdoche, New York Kaufman decide di essere autarchico, portando i suoi magici occhi dietro l’obiettivo della macchina da presa.
THE SHOW MUST GO ON – In un’atmosfera da sogno facciamo immediatamente la conoscenza di Caden. Il protagonista interpretato da un formidabile Philip Seymour Hoffman è un regista teatrale di discreto successo locale in una tranquilla cittadina, sposato con un’altra artista (pittrice) e con una piccola bambina. La sua vita comincia ad avere una serie di brusche svolte dopo un banale incidente. Perde prima a poco a poco la salute e poi d’improvviso la sua già traballante famiglia. La vita però gli riserba un’occasione unica: un premio che consiste in fondi illimitati per mettere in scena un’opera grandiosa, forte del suo successo di regista teatrale. Ha così inizio un’opera mastodontica, che vuole imbrigliare in un enorme capannone tutta la potenza della vita e della morte che Caden ha sperimentato, cercato di elaborare e universalizzato per il mondo.
MARCHI DI FABBRICA – L’incommensurabile talento fantasioso di Kaufman si manifesta in ogni attimo della pellicola. Si possono citare le sapienti incongruenze temporali seminate ad arte nel film per rendere palpabile la sua atmosfera da sogno (l’inizio del film è il 21 Settembre, con un calendario posto ad Ottobre, addobbi natalizi e studio medico primaverile). Si può notare l’inserimento della figura del protagonista in televisione, siti e pubblicità: non originalissimo, ma efficace nell’imbrigliare lo spettatore a una visione estremamente chiusa, parziale e incentrata sulle emozioni e sull’empatia più che sui fatti. Allo stesso modo i geniali tocchi del diario tedesco della figlia, in cui Hoffman si autoreclude e autoinsulta. O la malattia che impedisce salivazione e lacrimazione, con la tragicomica scena delle lacrime al collirio. O la successione, ancora una volta grottesca, di infiniti funerali. O questo, o quello, o quell’altro… Sì, potrei andare all’infinito. Tutti dettagli e scelte che meriterebbero da sole un libro di critica artistica, e che rendono Synecdoche, New York senz’altro il miglior film dell’anno se non degli ultimi cinque anni. Peccato che, incredibilmente, non lo sia.
CANNOCCHIALE DELLA VITA – Quello che a mio modo di vedere tarpa le ali all’opera prima di Kaufman è stata la sua eccessiva voglia di focalizzarsi. Nelle due ore di pellicola c’è più vita di quanta l’intera Hollywood possa esprimere in decine di filmografie. Questo smisurato campo da gioco ha forse disorientato il buon Charlie. E come mossa difensiva ha deciso di guardare questo mondo immenso da un cannocchiale. Con questo cannocchiale ha rappresentato ad arte solo un aspetto della vita. Ovvero la sua parte tragica, quella dolorosa, incentrata sul pensiero della morte e sul nostro bisogno di esorcizzarla con l’arte e la conoscenza. Quello che Kaufman non è stato in grado di fare, se non parzialmente (e i tentativi nel film ci sono e sono evidenti), è stato quello di usare un binocolo. Ovvero di
vedere entrambi gli aspetti della vita, il suo essere tragicamente comica, la sua innegabile e propositiva voglia di ridere anche quando sa benissimo che tutto questo è inutile e disperso in un mare di crudeltà. Questo talentuoso sceneggiatore, che anche con la macchina da presa ha dimostrato di saper tessere una tela adatta al suo messaggio, ha sbilanciato la sua opera prima, rendendola meno esplosiva di quanto poteva essere.
CRY BABY – Con questo non voglio dire che non c’è spazio per la tragedia e la tristezza nell’arte. Tutt’altro. Gondry stesso ha saputo riempirsi di malinconica tristezza e negatività in Be kind, rewind, ma lo ha fatto con astuzia e sapienza, rendendo quel piccolo tributo d’amore al cinema un vero gigante sottovalutato. In effetti Synecdoche, New York ha tutto per sfondare. Ha un bellissimo monologo nel finto funerale rappresentato nel capannone, un esempio di lucidissima miscela tra chiarezza e profondità. Ha questo stesso geniale capannone che si ingrandisce come un tumore e inghiotte l’intera New York, l’intera vita. Ha un finale da brividi, maestoso e terrificante allo stesso tempo. Ma la domanda che sottende tutto è: davvero non si poteva raggiungere la stessa intensità, la stessa profondità senza un protagonista così oscenamente e insopportabilmente lagnoso? Una brutta copia del già pessimo pessimismo cosmico nipponico di 5 centimeters per second. Io dico che si poteva. E spiace che Kaufman non l’abbia ritenuto opportuno. E che relega questo Synecdoche, New York “solo” a uno dei film dell’anno e non al trono assoluto che gli sarebbe spettato di diritto, per discendenza di sangue dal suo illustre genitore.













io proprio non capisco il distributore italiano che ha così tanto tardato per farlo uscire e poi farlo comunque in sordina…
Davvero è uscito? Non ne ho notizia alcuna.
Comunque sia non ci si può proprio lamentare di un trattamento del genere, essendo Synecdoche un film fantastico ma che si vende troppo, troppo male in un'Italia in cui domina il faceto del cinepanettone o del cartone volgare Dreamworks e che scopre una cultura di facciata solo nel suo essere provinciale, autarchica e quasi razzista (Baaria e Barbarossa).
Ritengo che il privilegio di gustarsi Synecdoche non sia sminuito dal fatto che bisogna guadagnarselo per apprezzarlo. Quanta nostalgia del telo bianco di un cinema, però!
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