Cultura

Le storie dell’arte tra erudizione e mercato, tra connoisseurship e collezionismo

17 ottobre 2009

Quando l’amore per il bello spinge a conservare, più che creare

La conservazione della memoria attraverso gli oggetti, l’horror vacui, la smania di possessione della “robba”, il prestigio personale e nobiliare, una manifestazione culturale, un trend modaiolo, queste sono alcune delle motivazioni sociologiche che hanno spinto l’uomo a radunare oggetti di pregio, dipinti e vestigia del passato in maniera ricorrente ed ossessiva. Dapprima la collezione si sviluppa in maniera casuale, poi assume carattere organico, articolato e strutturato in studiolo, wunderkammer, galleria espositiva. Dal collezionismo prendono vita pulsante e forma le attuali sedi espositive a fruizione pubblica, per evolversi oggi in mille rivoli, in mille canali di raccolta, dall’ago al capolavoro. La volontà di collezionare si è sempre accompagnata, intersecata strettamente, con la storiografia, la critica d’arte e la connoisseurship; le storie dell’arte si sono legate a doppio filo con la storia del collezionismo, conoscitore ed eruditi erano e sono a loro volta collezionisti, raccoglitori e, spesso, mercanti. Dopo la fine del mondo romano, la predominante influenza dell’ideologia cristiana, tesa alla trascendenza che implica svalutazione delle cose del mondo, impedì la costituzione di raccolte di oggetti che potessero assurgere alla dignità di collezione. Solo nel XII secolo si assistette a un timido cambiamento e furono proprio le chiese a ospitare le prime collezioni, costituite ab antiquo da reliquie, ex-voto o oreficerie liturgiche. Il collezionismo inteso nell’accezione attuale nasce nel momento in cui la smania di accumulazione si trasferisce dalla sfera religiosa al mondo laico dell’aristocrazia nobiliare, mercantile o intellettuale, con un passaggio fondamentale agevolato dall’influenza esercitata dai primi umanisti e dalla nuova concezione del mondo antico, considerato come un’età irrimediabilmente perduta e, nel contempo, come un modello da imitare: anche i reperti di quel passato remoto diventano oggetti degni di essere conservati con cura, nel loro essere testimonianza di una cultura artistica ritenuta superiore a quella contemporanea.

ESEMPI STORICI – Difatti Petrarca e Boccaccio raccolsero monete antiche, interpretate in maniera simbolica. Tra le prime collezioni ampie e articolate di cui è pervenuta memoria, incontriamo quella del notaio di Treviso Oliviero Forzetta (1335), che radunò, come narra il suo testamento, pitture, stemmi, ritratti di famiglia, cammei, bronzi, monete, statue e rilievi antichi. Dal XV secolo si infittiscono le testimonianze storiche di collezioni, da quelle di Lorenzo de’ Medici, alle mirabolanti raccolte cinquecentesche veneziane dei Grimani, Cornaro, Barbaro, Contarini, Bembo, Erizzo, Vendramin, Michiel e Vianello, dall’eclettismo enciclopedico degli Este, Gonzaga, Montefeltro al collezionismo nepotista papale dei Barberini e Pamphilij, per citare le più rinomate. Uno ruolo particolare nell’evoluzione del collezionismo e della conoscenza artistica fu il movimento culturale noto come “riscoperta dei primitivi”, sorto sotto l’impulso pre e post illuminista, la proto-rivoluzione industriale e la soppressione di confraternite laicali ed enti religiosi di fine Settecento. Francis Haskell (Riscoperte nell’arte, ed, 1980) applicava i concetti di gusto, moda e mercato, peraltro con una mal celata perplessità nei confronti di quest’ultimo e degli interessi di ordine finanziario, per spiegare l’evolversi degli orientamenti assunti dal collezionismo pittorico in un arco di tempo a ridosso della fine del XVIII secolo e l’inizio del XIX. Lo studioso britannico aggiungeva che “stentiamo ancora ad accettare il fatto che perfino nello spazio temporale di un singolo istante può avvenire che i gusti differiscano”; tale pensiero aderisce perfettamente al personaggio attorno al quale si accentra una frenetica attività di raccolta, il collezionista aristocratico, marchand-amateur Alfonso Tacoli-Canacci (Il marchese Alfonso Tacoli-Canacci “onesto gentiluomo smaniante per la Pittura, 2005). Egli nacque a Mirandola nel 1726 da una famiglia marchionale della feudalità estense; figlio cadetto, dovette cercare la sua dimensione e posizione sociale attraverso espedienti.

TACOLI-CANACCI – Dopo un primo matrimonio con una nobildonna bolognese e la dilapidazione della sua dote, il peregrinare tra Reggio Emilia, Parma e Madrid a servizio dai Borbone come ufficiale di cavalleria, incontrò la fortuna attraverso le seconde nozze, avvenute nel 1780 con la fiorentina Marianna Canacci, ricevendo come corredo dotale un palazzo posto entro l’antica cerchia della città unitamente ad alcune proprietà terriere site nelle campagne attorno a Firenze, le cui rendite gli assicurarono una vita agiata. La personalità multiforme e complessa di Alfonso Tacoli-Canacci merita un approfondimento rivolto alla ricostruirne della sua formazione culturale e di quello che potremmo definire collezionismo virtuale. Potrà apparire curioso l’uso della parola virtuale, dal valore semantico così moderno, rapportata a un contesto storico ambientato nel corso del XVIII secolo, tuttavia sembra un termine appropriato per definire l’attività collezionistica espletata dal marchese nei primi cinquant’anni della sua vita, rivolta non all’acquisto materiale delle opere d’arte, bensì a un collezionismo di carattere visivo, teso all’apprendimento di testi figurativi, artisti e maniere pittoriche, nonché dedicato alle relazioni sociali e alla conoscenza di persone, mercanti e fonti di acquisizione che si riveleranno utili allorché, nella seconda fase della vita, metterà a frutto il bagaglio di esperienze conseguite, dando l’avvio a una dinamica professione di mercante d’arte accompagnata da un sapiente uso delle pubbliche relazioni, attività che si rivelerà ricca di soddisfazioni economiche e morali. Solamente nella fase finale della sua esistenza, precisamente negli anni che vanno dal 1796 al 1801, l’occupazione mercantile si trasforma in collezionismo, con il connotato di tesaurizzazione delle opere, rivolto alla formazione di un capitale mobile destinato ad assicurare, all’erede designato, il godimento di un patrimonio prontamente convertibile in denaro liquido. Nel corso degli anni intersecò la strada di personaggi addentro i milieau culturali padani e toscani, contraendo debiti formativi di alto spessore conoscitivo artistico, coltivando nel frattempo un interesse specifico per il disegno di natura architettonica (suoi fogli sono conservati a Madrid, Firenze,Parma e Reggio Emilia). Documentati sono i contatti del Tacoli Canacci col bolognese Marcello Oretti (1714-1787).

DE VITAE - Entra in accademie e cenacoli culturali dove stringe conoscenza con Giuseppe Maria Imbonati, Francesco Litta, Giacomo Carrara, Andrea Gerini. A Parma frequenta lo storico erudito Ireneo Affò (1741-1797). Memorabili sono gli scontri verbali ed epistolari del marchese Alfonso con Giuseppe Pelli Bencivenni (1729-1808), successore di Raimondo Cocchi nella direzione della Galleria degli Uffizi, sorti in occasione dei tentativi di vendita dei suoi dipinti, esperiti dal Tacoli-Canacci che nutriva speranze nei confronti del Granduca di Firenze, tentativi bocciati inesorabilmente dall’arcigno direttore. Noti i suoi rapporti mercantili con John Udny, console inglese a Livorno, e con il pittore Ignazio Hugford (1703-1778). Nel 1784 presentò alla segreteria ducale borbonica una formale richiesta di congedo e, l’anno seguente, si trasferì definitivamente nella residenza posta nel granducato dove, facilitato dalle soppressioni ecclesiastiche decretate da Pietro Leopoldo, diede l’avvio a una fiorente e remunerativa attività mercantile di opere d’arte, specificatamente nel commercio di tavole “primitive” allora facilmente reperibili sul mercato a prezzi irrisori in seguito alle dismissioni delle compagnie religiose soppresse. Questa massiccia disponibilità sul mercato di opere dipinte da artisti che operarono nei secoli precedenti alla fioritura di Raffaello, non si inseriì in un ambiente culturale privo degli strumenti critici necessari alla comprensione estetica delle tavole “primitive”, bensì avvenne nel momento culminante della plurisecolare riflessione sulla riscoperta dell’arte medievale avviata da Giorgio Vasari.

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