Banca del Mezzogiorno: ricomincia la farsa

16 ottobre 2009

Riproporre un modello fallimentare dandogli una mano di vernice non risolverà i problemi del credito nel mezzogiorno.

Giulio Tremonti ha ottenuto in consiglio dei ministri il via libera per il ritorno al passato:  quello privo degli orridi “mercatisti” che tanto detesta,  ma affollato dei fantasmi dei disastri statali nel Meridione d’Italia. La Banca del Mezzogiorno arriverà al voto in Parlamento nei prossimi giorni e già Tremonti si sta impegnando in acrobazie verbali per deviare le perplessità in materia.  Il primo scoglio da superare è evidente:  già il nome, Banca del Mezzogiorno, evoca la sciagurata esperienza della Cassa del Mezzogiorno,  un vero buco nero capace di inghiottire migliaia di miliardi  delle vecchie lire, lasciando in eredità impianti industriali cadenti,  devastazione ambientale e disagio sociale.  Il risultato dell’intervento nel Mezzogiorno tramite la Cassa era una tragedia evitabile: Luigi Einaudi fece notare per tempo che sarebbe stato molto meglio favorire la vocazione turistica ed agroindustriale del Sud d’Italia, invece d’incentivare un processo d’industrializzazione pesante per cui le regioni meridionali non avevano i vantaggi comparati di altre zone dello Stivale.  Luigi Einaudi, varrebbe notarlo, non era un inascoltato accademico, ma un economista ed opinionista di fama europea e fu Presidente della Repubblica; la scelta per la strada peggiore non fu  quindi inevitabile o frutto d’ignoranza. La nuova Banca del Mezzogiorno è un’altra evitabile tragedia, se soltanto questo governo ricordasse le parole di uno dei suoi padri nobili.

STATALE O PARASTATALE? - Secondo il ministro, non si tratterebbe di una banca statale, ma di un’istituzione “disegnata dallo stato” , ed affidata ai privati. Purtroppo non si vedono al momento soggetti privati con un minimo di entusiasmo per il progetto:  nonostante le agevolazioni fiscali che vengono promesse alla nuova entità. Il ministro starebbe quindi  facendo pressione per una partecipazione delle Poste, ossia di una entità statale, nonché delle Casse di Risparmio e delle fondazioni bancarie, tutte entità parastatali controllate dalla classe politica locale. Il mondo delle banche di credito cooperativo sembra essere reticente,  almeno alle attuali condizioni; il sistema delle BCC ha già i suoi problemi e le sue opportunità con l’espansione dei propri bilanci ed il supporto alle piccole e medie imprese nelle proprie aree di competenza. D’altronde, il modello citato ad esempio è quello del  Crédit Agricole: una banca che di privato ha davvero poco, controllata com’è da una costellazione di banche cooperative. Un colosso funzionante grazie ad una dirigenza che talvolta finge di non ascoltare i propri referenti politici e, soprattutto, alle facilitazioni fiscali ed al trattamento estremamente benevolo in tema di antitrust e trattamento dei consumatori che il governo francese accorda alla “Banca Verde”.  Un modello da valutare attentamente, per una nazione dove le grandi banche già non coccolano il picoclo risparmiatore. Per inciso, vanteria secondo la quale nella neonata banca  “non si parla inglese” suona inquietante. Il ministro dimentica forse che i maggiori critici degli eccessi degli ultimi anni sono stati proprio alcuni fra i più accesi liberisti di lingua inglese, mentre i maggiori sostenitori della grande bolla sono stati i governi più interventisti. La crisi finanziaria nasce da abusi che le banche italiane praticano assiduamente da decenni senza nessun bisogno di lezioni dall’estero: obbedire ai politici ed ai propri padrini, nascondere i problemi sotto il tappeto e ricorrere al contribuente quando questo non è più possibile; vantarsi di non guardare alle esperienze anglosassoni significa semplicemente applicare la politica dello struzzo. Ricordiamo infatti che il Sud non è privo di banche per la cattiveria della finanza milanese, ma perché le banche meridionali sono affondate una dopo l’altra sotto il peso di pratiche scandalose e di gestioni antiquate. E’ avvenuto sia per il Banco di Napoli e per il Banco di Sicilia, di proprietà del governo centrale, sia per le casse di risparmio meridionali, istituzioni mutualistiche di fatto controllate dai notabili locali.

CRACK NAPOLETANI Il salvataggio del Banco di Napoli è costato alle casse  statali ed al sistema bancario qualcosa come 3,7 miliardi di euro; il Banco di Sicilia venne acquisito dal Mediocredito Centrale quando era sull’orlo della bancarotta. Le casse di risparmio meridionali  confluite in Carime vennero tutte salvate  da Cariplo dietro ordini diretti di Banca d’Italia, ma riuscirono successivamente ad affondare i conti di BancaPopolare Commercio e Industria.  Chiunque si lamenti del colonialismo bancario settentrionale dovrebbe cominciare con il riconoscere che  l’alternativa era, in ogni caso,  un fallimento  che avrebbe condotto a perditeingenti. Sono state tutte realtà devastate non da avventure finaziarie globali, ma da un rapporto perverso con il territorio, lo stesso tipo di rapporto che si vorrebbe ora esaltare: il denaro raccolto dai depositanti viene prestato a tassi d’interesse troppo bassi rispetto ai rischi effettivi dell’investimento in loco.  Il risultato è uno squilibrio gestionale, perché gli interessi sui prestiti ad aziende meritevoli non bastano a coprire le perdite su quelli non andati a buon fine. Aggiungiamo a questo le pratiche clientelari endemiche di una gestione dominata da imperativi di natura politica ed è semplice comprendere i rischi di un progetto come quello tremontiano, dove questi problemi si riproporranno in maniera drammatica.  Il coordinamento del progetto  è poi stato affidato al ministro dello sviluppo economico  Claudio Scajola.  Ci si permetta di avere perplessità sul ruolo di sorvengliante della costruzione di una banca che si vorrebbe indipendente dal governo e, si spera, dalle manipolazioni politiche: oltre ad una  ben pubblicizzata nostaglia per le partecipazioni statali, ha anche un certo pénchant per iniziative quali lo stanziamento di un milione di euro per ripristinare il volo Roma-Albenga, che per una curiosa coincidenza  è l’aeroporto  più vicino ad Imperia, residenza del ministro. Non vediamo perché gruppi privati potrebbero  entrare nella compagine societaria di una istituzione di questo genere, se non dietro promessa di una contropartita, esplicita od implicita, da parte governativa. A questo punto, rischieremmo  di nuovo un copione già visto: socializzazione delle perdite, privatizzazione dei profitti, da parte di soggetti privati che non andrebbero definiti imprenditori, ma prestanome  o meglio ancora favoriti del principe. Esistono alternative migliori:  ad esempio, l’ipotesi di una no-tax area permetterebbe di incentivare lo sviluppo locale senza distorcerlo, mentre un maggiore investimento in sicurezza ed una politica liberale sulle infrastrutture permetterebbero un maggiore coinvolgimento di capitali privati. Una strada forse rischiosa, ma sicuramente una novità rispetto a grandiosi piani burocatici che si rifanno al passato e che rischiano di trmautarsi , di nuovo, nella solita grande abbuffata a spese del contribuente.

21 commenti a Banca del Mezzogiorno: ricomincia la farsa

  1. Pingback: diggita.it

  2. makia

    Good.
    Tutti i ” meridionali pensanti ” dovrebbero prodursi in una ola per questo pezzo

  3. Sta di fatto che da Roma in giù non c'è più nessuna grande banca “indigena”. L'Ultima, il Banco di Napoli, è stata “regalata” al San Paolo di Torino. Come accaduto 150 anni prima, del resto.

  4. pierpaolobasso

    bisogna creare una pista di aterraggio…per permettere ai soldi delle mafie che…grazie allo scudo fiscale…. rientreranno dai paradisi fiscali del riciclaggio….favorendone la legalità del prestito usuraio….vero scopo della banca del mezzogiorno…..

  5. Leftorium, seil Banco Napoli è la tua definizione di regalo, non regalarmi mai niente, per favore. Il Banco di Napoli è saltato lasciando un fosso miliardario; il Sanpaolo avrebbe tranquillamente comprarsela pagando un euro dopo il fallimento. Il fatot che da Rome in giù non esistano banche “indigen” è un riflesso della situazione meridionale generale. Nessuno vieta di aprire una banca ed al Sud se ne aprono parecchie, ma subiscono gli stessi problemi di ogni altra azienda attiva nel meridione: è un sintomo, non la malattia.

  6. makia

    Ecco che cosa disse l’ex vicepresidente del Banco di Napoli Vin­cenzo Scarlato, già parlamentare Dc, al giu­dice Eduardo De Gregorio che indagava sul crac: “Sono entrato nel consiglio di ammi­nistrazione del Banco di Napoli per designa­zione politica da parte della corrente della sinistra democristiana, facente capo a De Mita. Sono stato eletto vice­presidente per ragioni di equilibrio politico e non per specifiche competenze professio­nali. Invero ho sempre avvertito la dispari­tà incolmabile fra la dimensione e la com­plessità delle attività da svolgere in qualità di vicepresidente e la mia inadeguata prepa­razione specifica”. E non aggiungo altro per carità di patria

  7. radoilfigo

    Peccato solo che non esistano attività specifiche del vice presidente, dato che sono comuni a tutti i membri del CdA. A meno che non avesse delle deleghe specifiche, ma anche in tal caso però non è necessario essere vice presidente per essere consigliere delegato.

  8. radoilfigo

    È un commento all'affermazione di De Gregorio, che a quanto pare non ha ancora capito nemmeno oggi il suo ruolo…

  9. comicomix

    L'articolo è praticamente perfetto.
    Solo un (piccolissimo e insignificante) appunto, su Luigi Einaudi che sarebbe uno dei “padri nobili” (tradito) di questo governo:
    Luigi Einaudi era un grande. Ma sta a questo centrodestra (da qualsiasi punto di vista) come Giulio Tremonti alla politica economica. ;-)

    Ciao, un bacione a MM

    C.

  10. Se il Banco di Napoli non fu un regalo fu certamente una svendita. E' vero che era in perdita ma lo era in misura non dissimile da tutte le altre banche pubbliche. E già, la gran parte delle grosse banche di questo paese fino a 20 anni fa erano “pubbliche”. Avevano Cda nominati direttamente dalla politica. Si pensi, per citare un altro caso, alla BNL che era in quota Psi. Esisteva un vero e proprio “manuale Cencelli” anche per questo ramo strategico della nostra economia.

    Tornando al Banco di Napoli, Il SanPaolo mise gli occhi sulla sua rete (allora) capillare di sportelli e filiali. Preso il “malloppo” e portati quei soldi al Nord li ha reinvestiti sempre in attività al Nord. In poche parole, nessuna o quasi impresa meridionale (piccola o grande che fosse) ha beneficiato di quella “privatizzazione” di favore. La centrale torinese poi ha chiuso centinaia di sportelli licenziando nel contempo molta gente. E questo, specie in molti centri medio-piccoli, ha significato un danno soprattutto agli utenti. Il fatto che non si conosca la storia non è per sé grave, è grave pensare che si trattasse solo di una normale operazione di “mercato” come l'incorporazione di una banca in un'altra. Fu una dismissione (parola che da queste parti ha invece un significato ben preciso) ne più ne meno di quella dell'Alfa Sud (anche questa a prezzo di favore) alla Fiat. Ma potremmo parlare di tante altre realtà produttive piccole e meno piccole. Si pensi all'Olivetti, per esempio. Guarda caso tutte indebitate con banche non “indigene”, che si sono sempre guardate bene dall'investire direttamente o più semplicemente favorire con il loro credito le realtà di queste zone. Del resto, un capitalismo che si regge sulle banche è, per forza di cose, un capitalismo malato. A Milano come a Torino come a Napoli.

  11. Corsaro rosso

    La soluzione poteva essere un'altra. Disfarsi della Cassa del Mezzogiorno fu un grave errore, poiché l'idea era giusta. E' vero la sua gestione fu per decenni dissennata ma l'idea di portare un “rubinetto” che iniettasse liquidità in una regione (il Sud) praticamente a secco era la sola che avrebbe potuto garantire un possibile sviluppo di quell'area. Comunque, siccome si decise di togliere la Cdm e sostituirla, di fatto, con Sviluppo Italia cioè un'ente di programmazione (anche questo poi miseramente fallito) lo Stato avrebbe potuto ripianare il debito del Banco di Napoli e perché di quello di Sicilia, sfruttare le loro reti di sportelli e, allo stesso tempo, trasformarle (magari fondendole) in una banca di intermediazione. Invece, visto lo stato del nostro indebitamento pubblico (all'epoca quasi al 120% del Pil) si decise di “privatizzarle”. Di fatto c'è stata una colonizzazione da parte delle banche del nord che non ha portato nessun beneficio alle imprese e alla stessa clientela locale. Poi, concordo con Left, sul fatto che una economia che si regge in tutti sui gangli (dall'industria all'informazione) sulle banche è una economia drogata e dai piedi di argilla. Destinata prima o poi a crollare miseramente. E allora tutti invocheranno lo “Stato”, vedrete… Fortunatamente le nostre banche (storicamente arretrate rispetto alle loro concorrenti estere) non hanno fatto in tempo a buttarsi nella “finanza creativa” e questo ci ha salvato (o meglio ha salvato soprattutto i loro amministratori, i loro dipendenti e i loro sportellisti) dal subire direttamente gli effetti della crisi finanziaria mondiale. Resta il fatto che l' imprenditoria locale: debole, opaca (basta vedere le collusioni con la criminalità organizza) e poco organizzata è succube di un potere bancario che considera il sud al più solo come uno sportello per fare cassa e non certamente come un'area strategica di investimento.

  12. In teoria è uno dei padri nobili del PdL, essendo stato inserito sia da AN che da Forza Italia nel novero delle figure di riferimento. Ahimé, fra la teoria e la pratica , poi , passa di tutto :(

  13. il buco del Banco Napoli fu di dimensioni superiori a quello dell'Ambrosiano e neppure paragonabile a quello della Popolare Novara. Non si trattò, ripeto, di una privatizzazione, né di un'operazione di mercato: si trattò di una liquidazione fallimentare controllata ed effettuata tramite strumenti extragiudiziali. Il Banco di Napoli divorò il proprio patrimonio, accumulando perdite che devastarono il bilancio sino al fallimento. C'è una bella differenza fra vendere un'azienda magari sottocapitalizzata e vendere le attività residue di un'azienda fallita: l'alternativa sarebbe stata la chiusura della rete. Riguardo al famoso drenaggio delle risorse, gli impegni del Banco di Napoli post-fusione sono stati in più anni superiori ai depositi raccolti : ha in effetti drenato liquidità dal resto del sistema Intesa, quindi dal centro-nord, non viceversa.

  14. La vicenda del Banco di Napoli è molto simile a quella di Alitalia. E come per Alitalia fu una operazione pilotata “politicamente”. E anche in quel caso lo fu a discapito degli utenti. Poi dire che SanPaolo investe più di quando prende è una favoletta buona per le veline aziendali. SanPaolo investe poco (e male) e guadagna poco (questo sì) nel meridione innanzitutto per la sua “politica” bancaria. Del resto chi gli fa concorrenza, le “bancarelle” cooperative del posto?

  15. Non confondiamo il processo di privatizzazione delle banche italiane, settentrionali e meridionali, con il fallimento del Banco di Sicilia, del Banco di Napoli e di Carime. La differenza fondamentale è che i bilanci delle tre banche non erano deboli: erano da fallimento. Non c'era nulla da vendere ai privati, ma soltanto tre crateri fumanti che nessuno aveva la benché minima intenzione di comprare, nello stato in cui si trovavano.
    Lo Stato si prese in carico i debiti di Banco Napoli, perdendoci miliardi di euro; il Banco di Sicilia venne acquistato da un'altra banca statale, il Mediocredito Centrale; Banca d'Italia obbligò Cariplo a comprarsi le casse di risparmio poi confluite in Carime e la banca milanese dovette investire centinaia di milioni di euro per ripianare i buchi di bilancio; vendette Carime a Popolare Commercio Industria mentre era probabilmente ancora in perdita e la BPCI ci lasciò quasi le penne. Non ci sono stati grandi affari e facili profitti da nessuna di queste operazioni, quindi non confondiamoli con altri eventi di quegli anni.
    Questa è stata la conclusione di un processo pluridecennale; in precedenza, Banco Napoli e Sicilia venivano ricapitalizzati dal governo , “riorganizzati” e lasciati liberi, in maniera simile a quello che proponi tu. Il risultato era lo sfascio dopo alcuni anni. Si può discutere dell'invadenza della politica, ma nulla suggerisce che l'ennesimo salvataggio avrebbe modificato la situazione.
    La cruda realtà è che investire al Sud, nelle situazioni attuali, è un'attività in perdita, per ragioni che esulano dalla disponibilità di credito. Bisogna modificare tali ragioni e a quel punto, le banche non avranno problemi a prestare denaro, oppure non vi sarebbero problemi ad aprire nuove banche locali finalmente in grado di reggersi da sole.

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  19. climaco

    l'articolo è buono. Attenzione però a non confondere chi è reticente con chi è renitente: “Il mondo delle banche di credito cooperativo sembra essere reticente [...]” Il latino reticere significa tacere.
    Climacus

  20. BEN

    LA BANCA DEL MEZZOGIORNO, ALMENO NEL LOGO REGISTRATO, ESISTE GIA’ ANCH’ESSA COME LA BANCA DEL SUD.
    E’ UNA RELATA’ DAL 2008 CIRCA PER IL SUD ITALIANO A PARTIRE DALLA BASILICATA. LA SEDE E’ QUELLA DI MATERA..AGGIORNIAMOCI CARI MINISTRI FANFALUQUE!

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