Visita <a href="http://www.liquida.it/" title="Notizie e opinioni dai blog italiani su Liquida">Liquida</a> e <a href="I widget di Liquida per il tuo blog">Widget</a>
Archivio Chi siamo Contatti Pubblicità
di Pietro Salvato
pubblicato il 15 ottobre 2009 alle 09:30 dallo stesso autore - torna alla home

A dirlo è il capo della Squadra Mobile di Napoli, Vittorio Pisani che racconta il perché del suo parere negativo sulla richiesta di scorta all’autore di Gomorra. “Sull’assegnazione alla scorta a Saviano, il nostro parere fu negativo”. Lo rivela, in un’intervista al Corriere della Sera Magazine, il capo della Squadra Mobile di Napoli, Vittorio Pisani. “Ho arrestato centinaia di delinquenti. Ho scritto, testimoniato e giro per la città con mia moglie e con i miei figli senza scorta. Non sono mai stato minacciato”, continua parlando al Magazine che uscirà oggi in edicola. A proposito della scorta assegnata tre anni fa all’autore di “Gomorra”, Pisani prosegue: “A noi della Mobile fu data la delega per riscontrare quel che Saviano aveva raccontato a proposito delle minacce ricevute. Dopo gli accertamenti demmo parere negativo sull’assegnazione della scorta. Resto perplesso – ha aggiunto – quando vedo scortate persone che hanno fatto meno di tantissimi poliziotti, carabinieri, magistrati e giornalisti che combattono la camorra da anni”. E sullo stesso best seller tradotto in 43 Paesi, il capo della Mobile dice: “Il libro ha avuto un peso mediatico eccessivo rispetto al valore che ha per noi addetti ai lavori”. Secondo il capo della squadra mobile per rapportarsi alla criminalità organizzata bisogna rispettare “delle regole deontologiche e soprattutto cercare di non dare un’immagine eroica della lotta alla criminalità perché la lotta alla criminalità è una cosa normale. A cui tutti possono partecipare”.

Diventato a soli trent’anni capo della squadra omicidi di Napoli, Pisani 2947588549 6f05aaccc3 o Non date la scorta a Saviano ?dice la sua anche sulle intercettazioni, di cui invita a considerare l’enorme importanza ai fini delle indagini. “Sono perplesso dal fatto che per autorizzare un’intercettazione ci debbano essere gravi indizi di colpevolezza”. Pisani è un funzionario di grande spessore e sicuramente di grande futuro. Un patrimonio della Polizia per molti, se a nemmeno quarant’anni gli fu affidato il comando di uno degli uffici investigativi più importanti d’Italia. È descritto come un calabrese taciturno e poco avvezzo alla ribalta mediatica, ma nell’intervista al Magazine del corrierone sceglie di incamminarsi su un terreno che inevitabilmente proprio su quella ribalta lo espone. Andare contro corrente sul tema Saviano è impegnativo. E’ la prima volta che un uomo dello Stato mette in discussione il “fenomeno Saviano”, sia per quanto avrebbe inciso con il suo libro nella lotta alla camorra, sia per i rischi ai quali quel libro lo avrebbe esposto. Ma Pisani rischia di rimanere solo. Saviano, contattato dal Corriere per una replica, ha scelto ufficialmente il silenzio. Del resto sono tantissimi i riscontri, in questi anni, a conferma del fatto che Saviano è stato, di fatto, condannato a morte dai casalesi, basta ricordare le dichiarazioni di molti “pentiti” in passato organici al clan capeggiato da Francesco Schiavone alias “Sandokan” e dai superlatitanti Mario Iovine e Michele Zagaria. Non risponde direttamente a Pisani, ma prende chiaramente le distanze, invece, il procuratore di Salerno Franco Roberti, fino a pochi mesi fa capo della Direzione distrettuale antimafia di Napoli. “Non commento l’opinione personale del dottor Pisani – dice – ma vorrei ricordare che il comitato presieduto dal prefetto che assegnò la scorta a Saviano lo fece sulla base di una serie d’informazioni an¬che confidenziali e tutte con¬vergenti. E quindi non ho dubbi che lo siamo di fronte a un soggetto da proteggere assolutamente” . La decisione d’assegnare o no la scorta a qualcuno è presa anche considerando una situazione ambientale che può non avere riscontri certi dal punto di vista giudiziario. Si pensi al fatto che non sono mai stati individuati gli autori delle scritte contro Saviano sui muri e le panchine di Casal di Principe, né dei volantini minatori trovati nella buca delle lettere dei genitori dello scrittore. Come fu una minaccia il proclama in aula durante il processo “Spartacus” contro Saviano, il giudice Raffaele Cantone e la giornalista Rosaria Capacchione. Per quell’episodio, c’è un’inchiesta che vede imputati Iovine e l’altro boss dei casalesi Francesco Bidognetti.

Ma come si vive sotto scorta? In occasione di una sua conferenza Roberto Saviano entrò nel dettaglio. Fu al Teatro Sociale di Mantova, dove lo “seguirono” pure gli avvocati dei boss. Saviano li riconobbe. E li sfidò pubblicamente: “Mandatemeli direttamente, i boss. O pensate che io abbia paura?”. Saviano scandì i temi e tempi della guerra in atto contro lo Stato. Riportò gli incredibili titoli d’alcuni quotidiani locali a soldo di “Gomorra”. Il fango gettato addosso a don Peppe Diana, ucciso due volte. La prima da eroe, la seconda dalle infamie che lo volevano persino camorrista e pedofilo. Raccontò a tutti di quella mitologia dei boss, alimentata da classifiche sulla virilità e il numero di prede conquistate. Gli “Sciupafemmine”. Mitologia propria, come vediamo, non solo dell’antistato ma anche di chi lo Stato dice, a parole, di rappresentarlo. Poi ricordò tutta quella serie d’inquietanti messaggi lanciati dal carcere dagli stessi boss. “Sandokan” Schiavone che si rivolge direttamente a Berlusconi per avallare il teorema secondo cui i camorristi non esistono, sono solo imprenditori a cui un gruppo di ciarlatani (i pentiti) cerca di fare le scarpe. Concorrenza sleale. Fino all’assurdo di un boss che, sottoposto al 41 bis e indispettito dalla linea editoriale di un giornale, scrive una lettera (non potrebbe) al quotidiano concorrente. Che finisce così: “Ai pentiti la vita ha chiesto di affrontare il fango come porci”. Mentre il direttore “ringrazia per la stima”. Pure sul palco. La scorta non lo lascia mai. Da anni ormai Saviano vive blindato, perciò ha confessato in un’intervista di sentirsi l’uomo più solo del mondo. Ma una cosa lo conforta: “Ho scritto un libro che è stato letto, adesso i miei occhi sono milioni di occhi. È questo che spaventa i boss. La forza del racconto che si fa carne, sangue, fastidio, rabbia, felicità”. “Sono venuto qui con piacere, perché questo è un festival dei lettori – saluta il pubblico -e loro hanno avuto un ruolo centrale nella mia vicenda. Ciò che è successo dopo che è uscito il mio libro non è dipeso dalla mia scrittura, il mio sguardo, il mio ragionare, la mia faccia. Sono stati i lettori a metter paura al potere che ho raccontato”. Il potere non tollera di “diventare argomento, di essere svelato ad un numero ampio di persone. Ognuno di voi comincia a far paura nel momento in cui smette di dire che sono cose del profondo sud”. A noi non piace dover scegliere tra Pisani e Saviano. Svolgono entrambi ruoli ed attività ugualmente fondamentali. Ma ciò non c’impedisce di dire al peraltro bravo “poliziotto di Calabria” che questa volta ha preso una cantonata, un infortunio che un uomo delle Istituzioni non può e non deve permettersi.

( Vignetta di Mauro Biani )