Marchionne, un italiano (non amato) in USA

14/10/2009 - Tagliatore di teste, distruttore di posti di lavoro, troppo sensibile alla vicende politiche italiane e poco alle necessità locali. Visto da Detroit, l’amministratore delegato Fiat non appare proprio quel “Mr. fix it” che tanto riempie d’orgoglio noi italiani Quattro mesi

     
 

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Tagliatore di teste, distruttore di posti di lavoro, troppo sensibile alla vicende politiche italiane e poco alle necessità locali. Visto da Detroit, l’amministratore delegato Fiat non appare proprio quel “Mr. fix it” che tanto riempie d’orgoglio noi italiani

Quattro mesi alla Chrysler hanno praticamente già eroso l’enorme credito che il manager teatino-canadese aveva quando fu incoronato direttamente da Barack Obama e accolto come il messia dai sindacati americani. Questi ultimi soprattutto hanno visto le speranze morire presto: Chrysler1il pesante piano di tagli alla produzione varato dalla precedente gestione veniva considerato eccessivamente punitivo, pensato per guadagnare il sostegno del governo appena prima della bancarotta. Invece Marchionne si è preso qualche mese per decidere e poi ha confermato tutto: 2000 posti persi solo nel Michigan e l’assicurazione che sempre meno Detroit sarà la capitale della costruzione delle auto nel mondo. I nuovi stabilimenti, a cominciare dalla super annunciata 500, nasceranno o in Messico e, se il governo canadese pagasse, oltre il confine nord.

AMERICANI INCAPACI – “Il lato oscuro” di Marchionne per gli americani è anche il sempre più evidente disprezzo per l’intero modello di Chrysler: troppi marchi, modelli ridondanti, fornitori di parti di scarsa qualità e accordi troppo favorevoli per i distributori e i concessionari. Una struttura che l’uomo del maglione sta smontando senza troppi riguardi. Chi ha avuto modo di parlare con gli ingegneri Fiat trasferitisi a Detroit ha scoperto che gli americani non sanno fare le auto. A sentir loro sono indietro di vent’anni rispetto alle punte più avanzate dell’industria e per Chrysler la situazione sarebbe ancora peggiore rispetto a Ford e Gm. Il miglioramento, secondo Marchionne, deve arrivare soprattutto sul fronte Sergio_Marchionne2commerciale dove si punta a migliorare almeno del 25% il margine medio su ogni auto venduta, anche importando qualche “trucco” europeo, come ridurre al minimo il numero di piattaforme necessarie a produrre l’intera linea, razionalizzare i marchi, standardizzare motori e trasmissioni e ridurre gli allestimenti finali. Il contrario di quanto fatto negli ultimi trent’anni nell’industria dove l’ampliamento delle gamme era uno dei pilastri del marketing automobilistico (la varietà e la personalizzazione erano “i plus” che gli automobilisti erano disposti a pagare). Stesso discorso per le esportazioni dove Marchionne ha intenzione di riappropriarsi di tutti gli snodi delle vendita fuori dagli Usa, specialmente per il Sudamerica, dove sarà proprio la Fiat a occuparsi di tutto e a sfruttare la sua posizione di leader in Brasile.

LAVORA TROPPO PER FIAT – La storia del doppio incarico per il Ceo di Chrysler e Fiat è stata il vero punto debole per Marchionne con entrambe le sponde dell’Atlantico che gli rimproverano di essere distratto “dall’altra” società. Per ora ha stravinto l’Italia, come ha dimostrato la visita del ministro Claudio Scajola all’inizio del mese a Detroit. Agli americani poco importa che Marchionne ha comprato la Bertone, dove saranno costruiti due modelli Chrysler per l’Europa, per ottenere il prolungamento degli incentivi all’auto nel nostro paese. Anzi, Scajola ha anche precisato nei giorni successivi che l’aiuto pubblico sarà mantenuto a patto di conservare la produzione in Italia. Ricapitolando la nuova mappa degli stabilimenti di Fiat-Chrysler: le auto per il mercato Usa saranno prodotte in Messico, quelle per l’Europa in Polonia e in Italia, una delocalizzazione “accurata” che fa capire quale siano le priorità nazionali della Fiat.

COUNTDOWN – Il malcontento non è ancora esploso per una serie di motivi. Politici e media americani vivono il crollo del settore (Gm e Chrysler) come una grande sconfitta nazionale e l’opinione pubblica non supporterebbe nessuna campagna contro i nuovi padroni Fiat_Chryslersemplicemente perché convinta che qualunque danno sindacati, concessionari, azionisti o manager stiano subendo “se lo siano meritati”. Il secondo motivo è che Marchionne ha dato a tutti la scadenza del 4 novembre per presentare il suo piano per la rinascita del gruppo e quindi nessuno lo criticherà prima di aver visto i numeri e le strategie. Anche se qualcosa si potrebbe già dire: la Chrysler ha sfruttato meno di tutti la rottamazione concessa dal governo: -15% le vendite ad agosto rispetto ad un anno fa (-42% nel 2009 finora sul 2008). La dimostrazione che poco sta andando secondo i piani è l’uscita dopo solo 4 mesi di Peter Fong e Michael Accavitti, due dei 23 top managers scelti personalmente da  Sergio Marchionne a luglio. “Performance non all’altezza” è la motivazione ufficiosa del portavoce di Marchionne. Considerando che erano a capo dei due marchi principali (Chrysler e Dodge), si può concludere che la lunga marcia verso la resurrezione è ancora molto lunga. Forse è meglio conservarsi tutti gli articoli e i libri scritti su Marchionne in versione “gran Torino” dei mesi scorsi per vedere se a rileggerli nel 2010 faranno un effetto involontariamente comico.

     
 

2 Commenti

  1. Pingback: www.upnews.it

  2. I nuovi azionisti sono i sindacati americani, che hanno scippato l'azienda ai creditori ed hanno fatto il tifo per MArchionne. Qualsiasi danno subiscano, se lo saranno meritato davvero.

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