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pubblicato il 13 ottobre 2009 alle 15:30 dallo stesso autore - torna alla home

L’ex premier britannico ha aperto la conferenza per il dialogo tra cattolici e musulmani a Washington: molti ospiti e molte buone intenzioni, ma resta qualche dubbio sul nemico comune

r155137559197 Nel dialogo interreligioso di Blair non cè posto per i laiciA Tony Blair, ex Primo Ministro britannico, il compito di aprire la più importante conferenza per il dialogo interreligioso tra cattolici e musulmani che si sta svolgendo in questi giorni presso la Georgetown University a Washington. Tutto ebbe inizio il 13 ottobre 2007 quando un gruppo di studiosi e religiosi musulmani firmarono “A Common Word”,  una lettera aperta al Papa, quale massimo rappresentante della comunità cattolica per l’inizio di  una proficua collaborazione e di un necessario dialogo tra le due maggiori comunità religiose del mondo a partire dai “comandamenti gemelli sull’importanza suprema dell’amore per Dio e per il prossimo”. Pare che la pace nel mondo dipenda in buona parte infatti dai rapporti di buon vicinato tra le due fedi e i loro sostenitori; a supportare tale tesi la considerazione che cristiani e musulmani rappresentano circa il 55% della popolazione mondiale.

I PRESENTI - La dichiarazione d’intenti incontrò il favore di Papa Benedetto XVI che poco tempo prima dovette cavarsi d’impaccio di fronte alle dure  polemiche sollevate dalla lettura della sua Lectio Magistralis a Regensburg. Da allora ci sono stati una serie di confronti tra le parti in causa sui fondamenti teologici e spirituali delle due religioni, concentrando l’attenzione sui punti di contatto più che sulle distanze tra le fedi. “La cosa più importante è la traduzione delle parole in fatti” ha detto Tony Blair ai circa 600 partecipanti alla conferenza. “Abbiamo avuto modo di mostrare l’importanza del dialogo – non tra le élite, anche se è molto importante anche il dialogo tra queste- ma della costruzione di ponti tra le persone”. Tra gli ospiti Riz Khan, giornalista di lunga data e un rappresentante di Al Jazeera, che hanno moderato la discussione. Tra i componenti del panel il direttore e fondatore del Prince Alwaleed Bin Talal Center per la comprensione tra islamici e cristiani (CCMU), John Esposito, il bosniaco Gran Mufti Mustafa Ceric, l’ex primo ministro norvegese Kjell Magne Bondevik, l’ex vice primo ministro malese Anwar Ibrahim.

GLI ARGOMENTI - La Malesia è stata citata da Ibrahim durante la conferenza come l’esempio di un paese con piena legittimità politica e democratica. Ibrahim ha detto che il principio “base” di discussione religiosa deve essere la giustizia. “Dobbiamo rafforzare le istituzioni della società al fine di garantire l’ordine e la stabilità, come pure per proteggere l’individuo dal rifiuto ingiustificato dei suoi diritti”. Blair riveste ora un ruolo di primo piano nell’ambito della mediazione del conflitto israelo-palestinese  ed è anche uno dei motivi per cui il suo discorso assume particolare rilievo. “In un’epoca di globalizzazione, in cui le nazioni sono interdipendenti, il cambiamento avviene a un ritmo ineguagliabile nella storia umana e le persone di razze diverse, colori e credi convivono insieme come mai prima”.  I panel sono stati incentrati su specifici argomenti di discussione, tra cui “Il ruolo delle organizzazioni internazionali non governative in un mondo pluralista” e “Religione, violenza e costruzione della pace”. La discussione finale ha affrontato la finalità e le idee chiave e ulteriori iniziative da intraprendere dopo la conferenza.

origc0articolo253464imm Nel dialogo interreligioso di Blair non cè posto per i laiciL’ATTACCO LAICO - L’ex Primo Ministro plaude allo sforzo che anima il summit di teologi affermando che ingiustamente molte persone additano la religione non come la soluzione, ma come  la causa principale dei conflitti nel mondo, sarà invece dimostrando comprensione, rispetto e senso di giustizia, che gli uomini di fede supereranno l’estremismo all’interno della religione, ma anche  il cinismo al di fuori di essa. “Siamo di fronte ad un aggressivo attacco laico dal di fuori. Ci troviamo di fronte alla minaccia dell’estremismo dal di dentro”. E ancora, in un passaggio del suo discorso: “Coloro che disprezzano Dio e coloro che commettono la violenza in nome di Dio, entrambi rappresentano due modi di vedere la religione. Ma entrambi non offrono speranza per la fede nel ventunesimo secolo”. Ciò a cui si riferisce Blair quando parla di “attacco laico” è l’esistenza di una componente, non adeguatamente organizzata e agguerrita quanto quella religiosa, ma che ha la presunzione di aver diritto d’esistere, quella atea. Appare sconcertante l’equiparazione che egli fa tra coloro che commettono violenze in nome di Dio e coloro che a suo dire lo disprezzano, gli atei. Quest’ultimi non solo risulterebbero paragonabili a dei terroristi con l’alibi della fede, ma verrebbero stigmatizzati come degli impenitenti livorosi che passano il loro tempo a disprezzare un Dio alla cui esistenza invero non credono.

IL NEMICO COMUNE – Ben venga dunque una coalizione maggioritaria di credenti che si unisca compatta contro il barbaro laico e senza speranza. Eppure i buoni propositi c’erano tutti, la voglia d’esser concilianti pure, s’erano pure citati distensivi e liberatori “Ama il tuo Dio, ama il prossimo tuo come te stesso. Questi ammonimenti semplici sono la luce guida della nostra fede. Ci danno la possibilità di Una parola comune”. Forse tale predisposizione d’animo amorevole per Blair è da intendersi rivolta esclusivamente nei riguardi di coloro che un dio ce l’hanno, non sono ammessi a godere del suo amore coloro che ne sono sprovvisti.  Gli “odiatori di Dio” per Blair saranno forse coloro che si battono per veder rispettati i loro diritti in base all’appartenenza ad uno stato laico e non ad una confessione religiosa o per godere semplicemente del diritto di esistere e convivere con pari dignità e in pace con il resto del mondo senza doversi preoccupare di ostendere necessariamente un’effige sacra. “Queste sfide non sono solo per i musulmani o cristiani o ebrei, indù, buddisti. Sono sfide per tutti gli uomini di fede”. Insomma l’ateismo può esser considerato il nemico comune d’ogni religione che si rispetti, perché non unirsi per combatterlo? In nome di Dio ovviamente.

A Tony Blair, ex Primo Ministro britannico, il compito di aprire la più importante conferenza per il dialogo interreligioso tra cattolici e musulmani che si sta svolgendo in questi giorni presso la Georgetown University a Washington. Tutto ebbe inizio il 13 ottobre 2007 quando un gruppo di studiosi e religiosi musulmani firmarono “A Common Word”,  una lettera aperta al Papa, quale massimo rappresentante della comunità cattolica per l’inizio di  una proficua collaborazione e di un necessario dialogo tra le due maggiori comunità religiose del mondo a partire da  i  “comandamenti gemelli sull’importanza suprema dell’amore per Dio e per il prossimo.”  Pare che la pace nel mondo dipenda in buona parte infatti dai rapporti di buon vicinato tra le due fedi e i loro sostenitori, a supportare tale tesi  la considerazione che cristiani e musulmani rappresentano circa il 55% della popolazione mondiale.  La dichiarazione d’intenti incontrò il favore di Papa Benedetto XVI che poco tempo prima dovette cavarsi d’impaccio di fronte alle dure  polemiche sollevate dalla lettura della sua Lectio Magistralis a Regensburg. Da allora ci sono stati una serie di confronti tra le parti in causa sui fondamenti teologici e spirituali delle due religioni, concentrando l’attenzione sui punti di contatto più che sulle distanze tra le fedi. “La cosa più importante è la traduzione delle parole in fatti” ha detto Tony Blair ai circa 600 partecipanti alla conferenza. “Abbiamo avuto modo di mostrare l’importanza del dialogo – non tra le élite, anche se è molto importante anche il dialogo tra queste- ma della costruzione di ponti tra le persone.” Tra gli ospiti Riz Khan, giornalista di lunga data e un rappresentante di Al Jazeera, che hanno moderato la discussione. Tra i componenti del panel il direttore e fondatore del Prince Alwaleed Bin Talal Center per la comprensione tra islamici e cristiani (CCMU), John Esposito, il bosniaco  Gran Mufti Mustafa Ceric, l’ex primo ministro norvegese Kjell Magne Bondevik, l’ex vice primo ministro malese Anwar Ibrahim. La Malesia è stata citata da Ibrahim durante la conferenza come l’esempio di un paese con piena legittimità politica e democratica. Ibrahim ha detto che il principio “base” di discussione religiosa deve essere la giustizia. “Dobbiamo rafforzare le istituzioni della società al fine di garantire l’ordine e la stabilità, come pure per proteggere l’individuo dal rifiuto ingiustificato dei suoi diritti”. Blair riveste ora un ruolo di primo piano nell’ambito della mediazione del conflitto israelo-palestinese  ed è anche uno dei motivi per cui il suo discorso assume particolare rilievo. “In un’epoca di globalizzazione, in cui le nazioni sono interdipendenti, il cambiamento avviene a un ritmo ineguagliabile nella storia umana e le persone di razze diverse, colori e credi convivono insieme come mai prima”.  I panel sono stati incentrati su specifici argomenti di discussione, tra cui “Il ruolo delle organizzazioni internazionali non governative in un mondo pluralista” e “Religione, violenza e costruzione della pace.” La discussione finale ha affrontato la finalità e le idee chiave e ulteriori iniziative da intraprendere dopo la conferenza. L’ex Primo Ministro plaude allo sforzo che anima il summit di teologi affermando che ingiustamente molte persone additano la religione non come la soluzione, ma come  la causa principale dei conflitti nel mondo, sarà invece dimostrando comprensione, rispetto e senso di giustizia, che gli uomini di fede supereranno  l’estremismo all’interno della religione, ma anche  il cinismo al di fuori di essa. “Siamo di fronte ad un aggressivo attacco laico dal di fuori. Ci troviamo di fronte alla minaccia dell’estremismo dal di dentro. ” E ancora in passaggio del suo discorso “Coloro che disprezzano Dio e coloro che commettono la violenza in nome di Dio, entrambi rappresentano due modi di vedere la religione. Ma entrambi non offrono speranza per la fede nel ventunesimo secolo “. Ciò a cui si riferisce Blair quando parla di “attacco laico” è l’esistenza di una componente, non adeguatamente organizzata e agguerrita quanto quella religiosa, ma che ha la presunzione di aver diritto d’esistere, quella atea.  Appare sconcertante l’equiparazione che egli fa tra coloro che commettono violenze in nome di Dio e coloro che a suo dire lo disprezzano, gli atei. Quest’ultimi non solo risulterebbero paragonabili a dei terroristi con l’alibi della fede, ma verrebbero stigmatizzati come degli impenitenti livorosi che passano il loro tempo a disprezzare un Dio di cui invero non credono nell’esistenza. Ben venga dunque una coalizione maggioritaria di credenti che si unisca compatta contro il barbaro laico e senza speranza. Eppure i buoni propositi c’erano tutti, la voglia d’esser concilianti pure, s’erano pure citati distensivi e liberatori “Ama il tuo Dio, ama il prossimo tuo come te stesso. Questi ammonimenti semplici sono la luce guida della nostra fede. Ci danno la possibilità di Una parola comune.”  Forse tale predisposizione d’animo amorevole per Blair è da intendersi rivolta esclusivamente nei riguardi di coloro che un dio ce l’hanno, non sono ammessi a godere del suo amore coloro che ne sono sprovvisti.  Gli “odiatori di Dio” per Blair saranno forse coloro che si battono per veder rispettati i loro diritti in base all’appartenenza ad uno stato laico e non ad una confessione religiosa o per godere semplicemente del diritto di esistere e convivere con pari dignità e in pace con il resto del mondo senza doversi preoccupare di ostendere necessariamente un’effige sacra.  “Queste sfide non sono solo per i musulmani o cristiani o ebrei, indù, buddisti. Sono sfide per tutti gli uomini di fede.” Insomma l’ateismo può esser considerato il nemico comune d’ogni religione che si rispetti, perché non unirsi per combatterlo? In nome di Dio ovviamente.
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