Tra 10 giorni il più grande partito d’opposizione del nostro Paese sceglierà il suo leader. Dopo la consultazione degli iscritti, una sorta di primo turno, il ballottaggio prevede che tutti i simpatizzanti e gli elettori del PD votino nei gazebo e nelle sezioni, allestiti dai militanti del partito, per decidere il terzo segretario in soli 2 anni. Questa fase è chiamata “primarie”, ma il nome dato non ha nulla a che fare con le elezioni che si definiscono come tali, che si svolgono solo negli Stati Uniti. Il nome “primary election” significa, anche senza essere cultori dell’ermeneutica o di Shakespeare, consultazioni che vengono prima rispetto alle secondarie, ovvero le elezioni generali , che col gergo veltroniano potremmo chiamare le “verarie”. Le primarie sono nate negli Stati Uniti circa un secolo fa, per democratizzare il processo di selezione dei candidati alla Camera dei Rappresentanti o alle assemblee legislative intermedie.
Fu un’importante riforma del movimento progressista, che mirava a sottrarre ai boss dei due partiti il controllo delle candidature, che spesso significava automaticamente elezione certa in una parte cospicua degli Stati Uniti . Una simile richiesta portò all’introduzione del XVII Emendamento, che permise ai cittadini di votare direttamente i Senatori, che fino ad allora erano nominati dalle assemblee legislative degli Stati. Ai partiti fu sottratta la fase organizzativa della consultazione, e la competenza fu assunta dai poteri pubblici locali. Questa è una prima, sostanziale differenza con le consultazioni organizzate dal PD. Il ruolo dei partiti nelle primarie americane è minimo, e consiste sostanzialmente nell’eventuale appoggio dei candidati, oppure a riconoscere il valore o meno di queste consultazioni. Un’altra sostanziale differenza è che le primarie sono indette per selezionare la quasi totalità dei candidati alle cariche monocratiche. Al seggio gli elettori americani possono determinare chi sarà il candidato del loro partito di riferimento per la carica di presidente, senatore, deputato, governatore, e via dicendo fino ai membri dei consigli scolastici, ovvero tutte quelle cariche per i quali è prevista un’elezione diretta, basata sull’uninominale maggioritario, nei mesi successivi. L’intero sistema istituzionale statunitense è modellato su questo principio: si vota la singola persona, collegata ad uno dei due partiti che esistono da ormai 150 anni.
Un’altra enorme divergenza legata al diverso quadro istituzionale è che le primarie sono indette nei singoli Stati in maniera autonoma, con molti mesi tra le une e le altre, pur essendo novembre il mese delle votazioni negli Usa. Il maggioritario uninominale e il federalismo sono dunque due pilastri indispensabili di queste consultazioni, elementi che mancano in Italia e determinano quell’incongruenza palesata più volte dal PD italiano. Negli Stati Uniti sarebbe totalmente inconcepibile poter votare per il candidato presidente ma non per il deputato o per il sindaco, cosa regolarmente fatta in Italia per le politiche 2008 e per le comunali di Roma, tanto per citare i casi più noti. Al contrario, la tradizione federalista del Paese ha sempre dato più rilevanza alle consultazioni territoriali, e l’ultima carica istituzionale per la quale sono state previste le primarie è proprio la Presidenza, in totale controtendenza rispetto a quanto avvenuto in Italia.
Fino agli anni ‘60 e ’70 la maggior parte dei delegati per la Convention nazionale erano decise dai partiti statali in modo autonomo, tanto che le primarie per gli altri incarichi determinavano le candidature,mentre il voto sul presidente era ritenuto inutile, un semplice concorso di bellezza. L’aspetto ancora più interessante deriva da un fatto spesso ignorato dai più, ovvero che ancor oggi una minoranza di Stati votano via Congresso – i citati ma mai compresi caucus – e non tramite primarie durante la fase di nomination. Lo stesso Barack Obama ha perso le primarie propriamente dette, ma è arrivato alla candidatura grazie al trionfo nei caucus, colpevolmente ignorati dalla campagna della Clinton. Una vittoria di apparato mai compresa dai suoi fan italiani. Alcuni critici hanno sostenuto che in America possono votare alle primarie solo gli elettori registrati ai partiti, ma questo è vero solo in parte, e denota la classica incomprensione del modello partito americano, che è una coalizione di 50 forze politiche, una per singola Stato, autonome e con proprie regole di funzionamento. 21 Stati non prevedono l’indicazione al partito per l’enrollment nelle liste elettorali, e tra i 29 che hanno la registrazione partitica ci sono primarie aperte o semi aperte che permettono anche agli elettori indipendenti o repubblicani di votare per i candidati democratici, o viceversa.
Ma il punto più incomprensibile per un cittadino statunitense è l’elezione del segretario, carica presente nei partiti americani ma di norma selezionata tramite i congressi, un incarico che raramente si traduce in una candidatura istituzionale successiva mentre nei Democratici italiani assume un ruolo (semi)padronale sul partito. Le uniche primarie a livello nazionale concepibili, molto vagamente, come tali furono quelle organizzate dall’Unione nell’autunno del 2005, benché il vincitore, Romano Prodi, fosse scontato. Una caratteristica che in realtà si ritrova anche negli Usa, perché quando gli incumbent – dal presidente in giù – corrono alle primarie per ottenere un mandato successivo spesso non ci sono candidati credibili a loro opposti. Le primarie del PD, che selezionano il proprio leader, sono un’altra cosa, e assomigliano ad un plebiscito – tutto il potere ad un solo uomo – che cristallizza la predominanza del potere centrale, che da 15 anni (almeno) ha distrutto la politica e la sua rappresentanza nei livelli territoriali.
Rappresentano l’inversione del processo di legittimazione che dalla base arrivava al vertice, tipica dei Congressi e anche del modello americano di selezione della nomination presidenziale. Assomiglia al vecchio popolo dei fax riesumato al gazebo, con il gruppo L’Espresso al posto delle televisioni di Berlusconi. Un esperimento che solo quando si è avvicinato al modello originario, come per le primarie di una carica elettiva e locale come quella del sindaco di Firenze, ha avuto successo. E se mai vi chiedete ancora a cosa servono le primarie presidenziali negli Stati Uniti, guardate che ruolo hanno avuto McCain, Kerry o Al Gore dopo averle vinte.






















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Da militante del Pd, trovo le Primarie per eleggere il segretario una mostruosità degna del pensiero veltroniano del partito liquido eccetera eccetera. Le uniche primarie aperte che riconosco sono quelle che eleggono il candidato della coalizione di Governo. Gli elettori se non condividono la linea del partito o il segretario possono comodamente fare una tessera e decidere dall' interno
come sei cattiva. In realtà sarà bello vedere confermato il risultato degli iscritti, da quello degli elettori. Soprattutto per la sicumera di un certo gatto nero di nostra conoscenza.
A me sembra che l'articolo si basi sulla premessa errata che le primarie o si fanno come in America o non si fanno.
“Il ruolo dei partiti nelle primarie americane è minimo, e consiste sostanzialmente nell’eventuale appoggio dei candidati, oppure a riconoscere il valore o meno di queste consultazioni”
Il ruolo dei partiti nella politica americana è minimo, o comunque è minimo se paragonato al ruolo storico dei nostri partiti. Il fatto che sia minimo anche nelle primarie è dunque una conseguenza di una caratteristica preesistente.
“Un’altra sostanziale differenza è che le primarie sono indette per selezionare la quasi totalità dei candidati alle cariche monocratiche”
Quindi non ha senso rendere eleggibile mediante primarie una qualunque carica fino a quando qualunque carica lo sarà? O possiamo accontentarci di un passettino alla volta nella (sicuramente ingenua) speranza che sia virale?
“Un’altra enorme divergenza legata al diverso quadro istituzionale è che le primarie sono indette nei singoli Stati in maniera autonoma, con molti mesi tra le une e le altre, pur essendo novembre il mese delle votazioni negli Usa. Il maggioritario uninominale e il federalismo sono dunque due pilastri indispensabili di queste consultazioni, elementi che mancano in Italia e determinano quell’incongruenza palesata più volte dal PD italiano”
Faccio presente che l'enorme distanza temporale tra le varie primarie è probabilmente una delle maggiori distorsioni del sistema attuale nonché oggetto di varie proposte di riforma. La corsa tra stati a chi le stabilisce prima deriva dalla possibilità di influire maggiormente sul risultato finale, il che a sua volta è strettamente collegato all'eventualità di strappare fondi o promesse di fondi a favore dello stato stesso da parte dei candidati. Faticherei a considerarlo un circolo virtuoso.
“Ma il punto più incomprensibile per un cittadino statunitense è l’elezione del segretario, carica presente nei partiti americani ma di norma selezionata tramite i congressi, un incarico che raramente si traduce in una candidatura istituzionale successiva mentre nei Democratici italiani assume un ruolo (semi)padronale sul partito”
Torniamo al primo punto. La scarsa rilevanza dei partiti, e di conseguenza quella di chi è eventualmente destinato a dirigerli a livello di apparato, è un fatto storico e non necessariamente un pregio. La deduzione relativa al caso italiano sembra invece una (legittima) profezia che non altro.
“Rappresentano l’inversione del processo di legittimazione che dalla base arrivava al vertice, tipica dei Congressi e anche del modello americano di selezione della nomination presidenziale”
No, l'inversione del processo di legittimazione è nessuna legittimazione, ovverosia nessun voto o elezione di alcun tipo. L'esempio migliore lo conosciamo. Non dipingerei il sistema delle primarie americane come perfettamente democratico solo perché ha prodotto il relativamente unknown Obama: si può fare forse a meno della dipendenza dai centri di potere classici (anche partitici) in partenza, non per sempre, non senza pagare dazio (Carter).
caro luca,
se il problema sono se fare o meno le consultazioni promosse dal PD -direi che io lo penso come Teresa, cioé dove c'è una candidatura per una carica monocratica le primarie possono essere uno strumento utile, capace di migliorare la qualità della democrazia. Queste sono primarie, ovvero elezioni che vengono prima di quelle successive. Altrimenti vanno ripensate con un sistema istituzionale coerente, anche nel rapporto tra partito ed istituzioni. Far votare la gente non è negativo, però che sia necessaria una correzione dello strumento scelto dal Pd a me pare evidente, e l'intera vicenda di Veltroni mi pare lo dimostri.
Se ho tempo ti rispondo anche sugli Usa
Ps: @alessandro: se è bravo nelle previsioni come nel poker…
Sono d'accordo, sia sul fatto che si debba trovare una “via italiana” per le primarie, sia nell'analisi delle differenze tra i sistemi italiano e americano. Il semplice fatto di adottare l'idea generale che alcune cariche o candidature vengano decise dagli elettori, non significa che poi si debba copiare il modello americano, cosa impossibile viste le ovvie differenze.
Più che altro a me piacerebbe che ora che si è “rotto il ghiaccio” l'idea fosse allargata e in questo concordo con l'articolo quando suggerisce le primare per l'elezione dei candidati a ruoli locali (sindaci, governatori di province e regioni etc). Bisognerebbe far fare alle primarie un passo avanti e un salto di qualità.
c'è un aspetto che l'articolo tocca, e che io vorrei evidenziare sperando di poterne discutere.
in una democrazia moderna ha senso che comunque alle primarie possano partecipare dei candidati scelti da una elite?
mi spiego: si dice che si è perso il rapporto con la base. Ecco, appunto. Bersani verrà da una sezione, oggi circolo di partito. Quella sezione secondo me dovrebbe poter eleggere democraticamente un rappresentante. Rappresentante che dovrà poi presentarsi con delle idee, dei progetti alla assemblea direttamente superiore al circolo. E così via.
qui il problema è che i candidati alle primarie, che siano a sindaco o a segretario, sono eletti dopo essere stati scelti già ad un livello troppo alto, ma soprattutto sono scelti senza sapere se rappresentino effettivamente un progetto condiviso da una maggioranza di eletti (col sistema che spiegavo io).
Piuttosto, io mi immaginerei un partito che partendo dalle sezioni si costruisca su una democratizzazione di ogni elezione alla carica superiore, ma nel senso che per essere eletti bisogna essere rappresentanti di una mozione, un'idea, un progetto concreto sostenuto dalla maggioranza di un'assemblea.
a me pare che i vari bersani franceschini e prima di loro prodi abbiano scritto da soli una mozione, poi abbiano fatto convergere su quella un certo numero di voti, e attraverso questo sistema (clientelare, perché basato sulle gang interne a un partito invece che sulle idee) si legittimino le candidature alla segreteria.
spero di essere comprensibile, mi rendo conto di non aver spiegato benissimo.
Ciao, quello che in sostanza volevo dire è che, per come la vedo, c'è una correlazione dubbia o quantomeno debole tra un'evidenza (le primarie organizzate dal PD hanno numerose lacune, per così dire) e un'ipotesi esplicativa (queste lacune hanno a che fare con la non affinità a quelle USA, il prodotto originale).
E dico questo per due motivi: a) le primarie americane sono il prodotto di un sistema politico (e partitico) notevolmente diverso dal nostro; è quindi difficile e probabilmente non utile importare qualcosa di più che il principio sul quale sono basate; e b) quelle stesse primarie dimostrano notevoli crepe nel loro funzionamento, e aggiungo a quanto detto prima i costi esorbitanti ai quali danno luogo, comprendendo quelli diretti (finanziamenti per mettere in moto e mantenere la macchina organizzativa) e quelli impliciti (i finanziamenti privati non sempre potranno essere disinteressati).
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Le molte differenze tra le primarie Usa e quelle italiane Tra 10 giorni il più grande partito d’opposizione del nostro Paese sceglierà il suo leader. Dopo la consultazione degli iscritti, una sorta di primo turno, il ballottaggio…