di Carlo Cipiciani (Comicomix)
postato alle 11:34 del 3 Settembre 2008 in CulturaTorna alla home

La scuola italiana è in subbuglio. Il ministro Maria Stella Gelmini ha avanzato alcune proposte per risollevarne le sorti: il ritorno del grembiule in classe, il maestro unico alle elementari, il 7 in condotta. E mentre la manovra finanziaria del governo impone tagli all’istruzione di 7 miliardi e 800 milioni di euro in 4 anni, ecco l’ultima trovata: i corsi intensivi per gli insegnati meridionali, accusati di scarsa capacità.

La giovane ministro ha una grande responsabilità. La scuola è importante: il benessere di una nazione e il suo sviluppo dipendono molto dalla qualità del suo capitale umano, che è strettamente connessa ad un sistema dell’istruzione adeguato. Le indagini sul grado di istruzione di una determinata popolazione di individui (soprattutto studenti di ogni ordine e grado) consentono, pur con qualche limite, di rilevare abilità, capacità e competenze e sono un buon indicatore per misurare, appunto, la qualità del capitale umano. Purtroppo, recenti indagini internazionali hanno confermato un significativo ritardo degli studenti italiani. Da qui le dichiarazioni della Gelmini.

L’ITALIA E’ INDIETRO, IL SUD ARRANCA - Le indagini descrivono anche una realtà differenziata all’interno dell’Italia, nella quale gli studenti meridionali mostrano una preparazione inferiore in tutte le materie oggetto di indagine (capacità di comprensione di un testo, matematica, scienze, problem solving). I differenziali Nord-Sud sono più forti nelle scuole tecniche e in quelle professionali, meno nei licei, e tendono a crescere durante il percorso scolastico. Nel Mezzogiorno risulta più elevata anche la dispersione nei risultati tra gli studenti. Secondo la Gelmini la colpa è degli insegnanti. Certo il ruolo dei docenti, che assorbono circa i due terzi della spesa corrente per istruzione (ai livelli primario e secondario), nella “qualità” del capitale umano è molto importante. La loro azione quotidiana rappresenta uno dei 3 principali determinanti dell’apprendimento.

GLI INSEGNANTI - Ma basta andare a vedere i dati per scoprire che tra gli insegnanti del Nord e quelli del Sud non ci sono differenze quantitative: l’analisi regionale del numero di studenti per insegnante non registra variazioni significative nelle diverse aree geografiche. Nelle regioni meridionali, invece, gli insegnanti sono in media più anziani che nel resto d’Italia. Uno studio della Banca d’Italia sulla composizione socio-demografica della popolazione degli insegnanti, le loro caratteristiche e le conseguenze sulla motivazione e sull’efficacia dell’attività didattica mostra che l’apprendimento degli studenti risente negativamente del turnover degli insegnanti (oltre il 20% ogni anno cambia istituto, e non si tratta solo di precari, ma anche di insegnanti di ruolo) e della relativa mancanza di continuità didattica. L’apprendimento è influenzato dallo scarso attaccamento degli insegnanti alla scuola in cui operano. C’è invece in media un legame positivo con la preferenza manifestata dagli insegnanti per le singole scuole, che segnala come gli insegnanti sembrino in grado di identificare le scuole migliori, verso cui muoversi. Lo studio Banca d’Italia segnala una forte correlazione tra distribuzione geografica e per tipologia di scuole dei tre indicatori e la percezione dei differenziali di qualità nel sistema e, per la scuola secondaria superiore, i punteggi medi delle singole scuole nel test PISA. Più che di corsi intensivi, quindi, c’è bisogno di svecchiare e rimotivare il corpo docente.

IL RUOLO DECISIVO DEL CONTESTO SOCIOECONOMICO
– Ma il buonsenso e gli studi mostrano che la “qualità” dell’insegnante è solo una delle tre componenti per la ricetta della scuola d’eccellenza. Un’altra sono le capacità del singolo studente, ma la più importante, è il contesto socio-economico. Uno studio di Montanaro mostra l’impatto delle caratteristiche della famiglia di provenienza sulla preparazione scolastica, specialmente negli anni della scuola dell’obbligo. Una parte significativa dei divari tra Nord e Mezzogiorno è attribuibile agli studenti provenienti da famiglie svantaggiate, che nel Sud sono di più che nel Nord. Nel passaggio alla scuola secondaria di secondo grado (scuola superiore), l’influenza della famiglia si esercita soprattutto nella scelta dell’Istituto scolastico. Una scuola prestigiosa vede di solito i migliori insegnanti e quindi le migliori famiglie e quindi i migliori studenti. Non stupisce che nel Sud siano più frequenti le grandi eccellenze e il livello medio sia più basso. Non stupisce che i test internazionali segnalino un Nord meglio preparato del Sud.

TAGLI INDISCRMINATI? NO, GRAZIE – Stupisce, invece, la scelta della ministro di indicare quale ricetta per il miglioramento della scuola italiana, e di quella meridionale in particolare, i corsi di recupero. Invece, ci vorrebbe prima di tutto uno sforzo per colmare gli attuali divari territoriali nei fattori sociali, economici e culturali, che però non sembra una priorità di questo governo. Ma, a parte questo, c’è spazio anche per l’adozione di misure di politica scolastica più specifiche e mirate: si pensi alle disparità marcate tra le tipologie di scuola e tra gli istituti stessi, anche all’interno delle singole regioni. Investire nell’istruzione è una strategia vincente per un sistema paese. Investire con un adeguato livello di risorse finanziarie, investire nella motivazione del corpo insegnante, investire negli studenti. La ministro Gelmini comincia ad investire nella scuola, con un taglio di risorse di 7,8 miliardi di euro in 4 anni: quindi, con un’inevitabile riduzione del numero degli insegnanti, soprattutto alle elementari (con la cancellazione dei moduli e il ritorno al maestro unico). E anche con la riduzione dei presidi scolastici, del numero delle scuole. Si stima un taglio di circa 100 mila insegnanti, di cui 60 mila alle elementari. Non sarà difficile come sembra: ci sono 25 mila posti vacanti, ogni anno vanno in pensione 30 mila insegnanti, quelli di ruolo si possono usare per cancellare le supplenze. In 4 anni, appunto, il gioco sarà fatto. Ma tagliare insegnanti e risorse, bloccando il turnover, penalizzando i “giovani insegnanti” e quindi alzando ulteriormente l’età media dei docenti, cancellare i presidi scolastici disseminati nel territorio, aggredendo il problema a partire da dove le cose funzionano meglio, la scuola elementare, che senso ha, a parte far quadrare i numeri di Tremonti? Sì, perché per il Timss&Pirls International study center che ha recentemente comparato le capacità di apprendimento dei bambini di 9 anni, l’Italia è al sesto posto (davanti a USA, Francia, Germania) su 40 nazioni. E’ negli adolescenti che abbiamo problemi di competenze, non nei bambini. Ma se si investe nei tagli, accompagnati da dichiarazioni e proposte discutibili, difficilmente s’innalzerà la bassa qualità dell’istruzione italiana. Soprattutto di quella meridionale.

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