Consulta, la sentenza sul lodo basata sul caso Previti

12/10/2009 - La Corte costituzionale spiega perché ha deciso di bocciare la legge targata Alfano. Intanto il Quirinale smentisce il Giornale sulla ricostruzione della vicenda. La Corte Costituzionale, nel bocciare il lodo Alfano per violazione del principio di eguaglianza dei cittadini, avrebbe

     
 

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La Corte costituzionale spiega perché ha deciso di bocciare la legge targata Alfano. Intanto il Quirinale smentisce il Giornale sulla ricostruzione della vicenda.

La Corte Costituzionale, nel bocciare il lodo Alfano per violazione del principio di eguaglianza dei cittadini, avrebbe individuato nella propria sentenza n. 451 del 2005 sul «caso Previti» una strada per stabilire un equilibrio tra le esigenze pubbliche da parte delle alte cariche dello Stato e quelle di un corretto svolgimento di un eventuale processo penale a loro carico. È quanto trapelato in ambienti vicini alla Consulta. In quella sentenza, la Corte Costituzionale scrisse che, nel caso un imputato sia anche componente di un ramo del parlamento, il giudice ha «l’onere di programmare il calendario delle udienze in modo da evitare coincidenze con i giorni di riunione degli organi parlamentari»

LE MOTIVAZIONI – In quella sentenza la Corte avrebbe stabilito un criterioper trovare un equilibrio tra le esigenze pubbliche da parte delle alte cariche dello Stato e quelle di un corretto svolgimento di un eventuale processo penale a loro carico. Allora la Corte Costituzionale scrisse che, nel caso un imputato sia anche componente di un ramo del Parlamento, il giudice ha “l’onere di programmare il calendario delle udienze in modo da evitare coincidenze con i giorni di riunione degli organi parlamentari”.Muovendo quindi dalla sentenza di quattro anni fa – secondo quanto trapelato da ambienti vicini alla Corte, che affronterà l’argomento nel motivare la bocciatura del lodo Alfano - il conflitto tra esigenze processuali ed extraprocessuali nel caso di alte cariche dello Stato potrebbe essere risolto senza violare il principio di uguaglianza: i processi a Berlusconi, ad esempio, andrebbero avanti, ma i giudici avrebbero l’obbligo di fissare, d’intesa con il premier, un calendario delle udienze che tenga conto degli impegni istituzionali del presidente del consiglio, in modo da evitare coincidenze e non compromettere il diritto di difesa.

IL QUIRINALE - Intanto Giorgio Napolitano scende in campo nella polemica sollevata dal Giornale: «È del tutto falsa l’affermazione che al Quirinale si siano ‘stipulati pattì su leggi la cui iniziativa, com’è noto, spetta al Governo, e tantomeno sul superamento del vaglio di costituzionalità affidato alla Consulta». Lo afferma il Quirinale in una nota, ricordando che «una volta rilevata, da parte del Presidente della Repubblica, la palese incostituzionalità dell’emendamento ‘blocca processì inserito in Senato nella legge di conversione del decreto 23 maggio 2008, il Consiglio dei Ministri ritenne di adottare il disegno di legge Alfano in materia di sospensione del processo penale nei confronti delle alte cariche dello Stato». «Il Presidente della Repubblica ne autorizzò la presentazione al Parlamento, e successivamente, dopo l’approvazione da parte delle Camere, promulgò la legge. Tale promulgazione, comunque motivata, non poteva in nessun modo costituire ‘garanzià di giudizio favorevole della Corte in caso di ricorso. Il rispetto dell’indipendenza della Corte Costituzionale e dei suoi giudici, doveroso per tutti -sottolinea il Quirinale- ha rappresentato una costante linea di condotta per qualsiasi Presidente della Repubblica. La collaborazione tra gli uffici della Presidenza e dei Ministeri competenti è parte di una prassi da lungo tempo consolidata di semplice consultazione e leale cooperazione, che lascia intatta la netta distinzione dei ruoli e delle responsabilità».

IL LODO MONDADORI – Intanto su Repubblica Giuseppe Maria Berruti, togato di Unicost nel Csm, commenta così le parole del premier sul giudice Mesiano: ”Se ogni giudice che si trova a giudicare una controversia tra potenti si trova poi di fronte lo spettro di una reazione da parte del perdente tale da mettergli paura, questa sarebbe veramente la fine di qualunque giurisdizione indipendente. È evidente – osserva in un’intervista  - che ogni sentenza può essere contestata, ma quando a farlo è una personalità di grandissima caratura politica si pongono problemi delicatissimi di civiltà della democrazia». E se il guardasigilli promuovesse un’azione disciplinare contro il giudice che ha condannato Fininvest a risarcire Cir per il lodo Mondadori? «Spetta solo a lui e non ad altri di valutarne, dal suo punto di vista, l’opportunità. Ma qui – dice Berruti – mi pare si corra davvero troppo». E invece andrà avanti al Csm la pratica a tutela di Mesiano, «un passaggio non facile, ma necessario» perchè dovrà «chiarire alla magistratura intera, alla politica e all’opinione pubblica – sottolinea Berruti – che il Consiglio esiste per difendere la libertà del giudice esercitata nel rispetto della legge»: la tutela, in altri termini, serve a «verificare se ha diritto al rispetto in quanto giudice». Quanto alle riforme della giustizia, Berruti boccia il sorteggio per eleggere il Csm giudicandolo «francamente incostituzionale», tanto più che «il risultato – segnala – sarebbe un Csm più ‘politicò di quello di oggi e non credo che ciò sarebbe un bene». E comunque, avverte il magistrato, «il vero problema non è la separazione tra pm e giudici ma l’esercizio dell’azione penale. Le Camere decidano cosa vogliono fare dell’obbligatorietà». E la consulta? «La penso come i padri costituenti, la lascerei esattamente com’è».

     
 

2 Commenti

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  2. Corsaro rosso scrive:

    Bravo Giorgione. Con una sola mossa ha “sputtanato” Feltri e la sua campagna e Berlusconi dandogli pubblicamente del falso.

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