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pubblicato il 13 ottobre 2009 alle 08:30 dallo stesso autore - torna alla home

DALLA PRIGIONE AL CIE – Questo, oramai al dodicesimo anno di esistenza, è sempre stato un po’ particolare. Pensi Cie, o Cpt, e immediatamente ti salgono alla mente le immagini di disperati che sbarcano dalle navi a Lampedusa e ti ricordi dello stupendo reportage di Fabrizio Gatti, che lì si fece imprigionare per documentare le violenze quotidiane che subivano gli “ospiti”. Qui di questo non c’è traccia, almeno così appare. I rapporti con gli operatori della CRI sono ottimi, o almeno buoni. Dei torturatori che compiono stupri e sevizie, come raccontava il volantino, nemmeno l’ombra. Gli immigrati che ci sono provengano dal carcere e dalla strada. O sono stati “presi” durante i controlli,  Un lager perbene   Viaggio nel CIE per i clandestini di Ponte Galeriaoppure sono stati portati direttamente qui dopo aver trascorso un periodo in prigione. Di quest’ultima affermazione chiediamo lumi e a spiegarci questo apparente paradosso è l’addetto all’Ufficio immigrazione. “La maggior parte degli ospiti uomini che è qui ha una fedina penale lunghissima”, racconta. “E’ che vengono arrestati e condannati ma, per assurdo, non vengono identificati in carcere. Lì non vogliono fornire i documenti, non dichiarano le proprie generalità e così, una volta scontata la pena, vengono portati qui”. Diventa così compito loro procedere alla loro identificazione e rispedirli nei paesi d’origine. Questo anche  nel caso sia cittadini comunitari, come ad esempio i romeni: l’arresto e la condanna fanno decadere i diritti di soggiorno.

INDETERMINATEZZA – Le nuove norme contenute sul pacchetto sicurezza hanno avuto anch’esse un effetto paradossale. L’allungamento dei tempi massimi di permanenza nei Cie è passato dai 60 giorni ai 180. “Adesso”, prosegue l’addetto all’immigrazione, “è più facile che gli immigrati collaborino e forniscano i documenti: di fronte alla possibilità di restare qui 180 giorni sono diventati molto più collaborativi”. Problemi, non pochi, ci sono con  consolati di molti Paesi che non aiutano le forze di polizia nell’identificazione degli stranieri. Così diventa impossibile accompagnare l’extracomunitario a casa e si lascia andar vai con il foglio di via. Il male peggiore per gli ospiti non è un mistero per nessuno: l’indeterminatezza. Direttore, coordinatore sanitario, semplici operatori e personale delle forze di polizia sono concordi nell’affermare che è l’indeterminatezza, l’incertezza di sapere per quanto tempo si dovrà restare qui dentro, cosa accadrà in seguito, sono cose che distruggono l’umore degli clandestini. Non a caso la richiesta di benzodiazepine è molto alta, anche se non vengono assolutamente prescritte se non dietro una richiesta medica specialistica. L’immagine che fanno salire alla mente, raccontando ciò, è quella dell’inferno dantesco: gli ignavi costretti a vagare in attesa di un perdono che non potrà mai avvenire. La differenza è che qui, prima o poi, il perdono, nascosto sotto la forma della libertà, arriverà.

VERTIGINI –  “Fino a qui tutto bene”, dice Hubert nel film L’odio, “il problema non è nella caduta, ma nell’atterraggio”. E l’atterraggio arriva varcando la soglia che divide questo spazio dove opera la CRI dai dormitori. La prima gabbia si apre e lo spettacolo che appare è raccapricciante: Recinzioni di ferro alte tre metri costeggiano ogni singola stanza dove dormono sei persone. Un cancello, chiuso sola la notte, è l’unica apertura fra loro. Un lungo corridoio, anch’esso ricoperto di sbarre, porta fino ai campi in cemento. La razionalità, in un attimo, lascia il posto alle emozioni. Rapide, velocissime, si fanno avanti le vertigini, il senso d’oppressione, il disagio. Se questo è un albergo a quattro stelle, quelli a una cosa sono? E’ una prigione, né più, né meno. Ma c’è una grande differenza: gli ospiti non hanno commesso nessun reato. Nel reparto uomini 90 detenuti su 100 provengono dal carcere e hanno pagato il loro debito con la giustizia e tenerli ancora chiusi qui sembra non aver alcun senso. E poi ci sono gli altri dieci, sorpresi magari per strada, a lavorare in un cantiere, senza permesso di soggiorno e portati qua. E allora diventa ancora più difficile capire, giustificare. E poi, ancora, come se non bastasse, ci sono loro, le donne, e allora cade anche l’ultimo tentativo di trovare un senso. Sì, perché loro, 70 su 100 sono prostitute: fermate per strada e trasferite al Cie. Rumene, cinesi, nigeriane, serbe, croate e di infinite altre nazionalità. Le vedi e sai quello che hanno passato. Lo sai perché ne hai letto, hai parlato con chi cercato di portarle via dalla strada, hai sentito i loro racconti con le tue orecchie: Un lager perbene   Viaggio nel CIE per i clandestini di Ponte Galeria tutte, o quasi, avranno un passato di violenza alle spalle. Le nigeriane con i loro riti voodoo dietro, le continue minacce, gli abusi, le violenze. Le rumene costrette finite qui con promesse false, illuse, stuprate, vendute. Così le altre. Le vedi e non puoi fare finta di non sapere: sono donne che hanno sofferto e vissuto cose indicibili e ora sono qui, rinchiuse. Con l’unica colpa, dato che la prostituzione non è un reato, di non far parte di Schengen, del mondo occidentale, di casa nostra. Per loro qui ci sono due associazioni che vengono una volta alla settimana. Si occupano della tratta delle donne e di offrire un’alternativa alla strada a chi davvero lo vuole. Non devono essere poi tantissime quelle che accettano visto che, come raccontano, alcune di loro è l’ennesima volta che tornano qui.

ARIA – All’uscita dal Cie mi riconsegnano la mia carta d’identità. Non è solo il riappropriarsi di un documento. Questo semplice gesto è la riaffermazione del mio status, della mia identità, dei miei diritti. Anche il Cie è infatti un non luogo: senza alcun legame con il territorio, senza identità, senza persone che costruiscano fra loro relazioni capaci di modificarne la sostanza. Tutta quest’area con Roma non ha alcuna somiglianza, nessun rapporto. In macchina continuo a pensare a quello che ho visto. Salgono alla mente le sensazioni suscitate dalle parole di Foucalt in Sorvegliare e punire quando afferma che la punizione più atroce per un uomo che ha commesso un delitto sia quella di privarlo della propria libertà. E loro, penso, un delitto non lo hanno nemmeno commesso.

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