DALLA PRIGIONE AL CIE – Questo, oramai al dodicesimo anno di esistenza, è sempre stato un po’ particolare. Pensi Cie, o Cpt, e immediatamente ti salgono alla mente le immagini di disperati che sbarcano dalle navi a Lampedusa e ti ricordi dello stupendo reportage di Fabrizio Gatti, che lì si fece imprigionare per documentare le violenze quotidiane che subivano gli “ospiti”. Qui di questo non c’è traccia, almeno così appare. I rapporti con gli operatori della CRI sono ottimi, o almeno buoni. Dei torturatori che compiono stupri e sevizie, come raccontava il volantino, nemmeno l’ombra. Gli immigrati che ci sono provengano dal carcere e dalla strada. O sono stati “presi” durante i controlli, oppure sono stati portati direttamente qui dopo aver trascorso un periodo in prigione. Di quest’ultima affermazione chiediamo lumi e a spiegarci questo apparente paradosso è l’addetto all’Ufficio immigrazione. “La maggior parte degli ospiti uomini che è qui ha una fedina penale lunghissima”, racconta. “E’ che vengono arrestati e condannati ma, per assurdo, non vengono identificati in carcere. Lì non vogliono fornire i documenti, non dichiarano le proprie generalità e così, una volta scontata la pena, vengono portati qui”. Diventa così compito loro procedere alla loro identificazione e rispedirli nei paesi d’origine. Questo anche nel caso sia cittadini comunitari, come ad esempio i romeni: l’arresto e la condanna fanno decadere i diritti di soggiorno.
INDETERMINATEZZA – Le nuove norme contenute sul pacchetto sicurezza hanno avuto anch’esse un effetto paradossale. L’allungamento dei tempi massimi di permanenza nei Cie è passato dai 60 giorni ai 180. “Adesso”, prosegue l’addetto all’immigrazione, “è più facile che gli immigrati collaborino e forniscano i documenti: di fronte alla possibilità di restare qui 180 giorni sono diventati molto più collaborativi”. Problemi, non pochi, ci sono con consolati di molti Paesi che non aiutano le forze di polizia nell’identificazione degli stranieri. Così diventa impossibile accompagnare l’extracomunitario a casa e si lascia andar vai con il foglio di via. Il male peggiore per gli ospiti non è un mistero per nessuno: l’indeterminatezza. Direttore, coordinatore sanitario, semplici operatori e personale delle forze di polizia sono concordi nell’affermare che è l’indeterminatezza, l’incertezza di sapere per quanto tempo si dovrà restare qui dentro, cosa accadrà in seguito, sono cose che distruggono l’umore degli clandestini. Non a caso la richiesta di benzodiazepine è molto alta, anche se non vengono assolutamente prescritte se non dietro una richiesta medica specialistica. L’immagine che fanno salire alla mente, raccontando ciò, è quella dell’inferno dantesco: gli ignavi costretti a vagare in attesa di un perdono che non potrà mai avvenire. La differenza è che qui, prima o poi, il perdono, nascosto sotto la forma della libertà, arriverà.
VERTIGINI – “Fino a qui tutto bene”, dice Hubert nel film L’odio, “il problema non è nella caduta, ma nell’atterraggio”. E l’atterraggio arriva varcando la soglia che divide questo spazio dove opera la CRI dai dormitori. La prima gabbia si apre e lo spettacolo che appare è raccapricciante: Recinzioni di ferro alte tre metri costeggiano ogni singola stanza dove dormono sei persone. Un cancello, chiuso sola la notte, è l’unica apertura fra loro. Un lungo corridoio, anch’esso ricoperto di sbarre, porta fino ai campi in cemento. La razionalità, in un attimo, lascia il posto alle emozioni. Rapide, velocissime, si fanno avanti le vertigini, il senso d’oppressione, il disagio. Se questo è un albergo a quattro stelle, quelli a una cosa sono? E’ una prigione, né più, né meno. Ma c’è una grande differenza: gli ospiti non hanno commesso nessun reato. Nel reparto uomini 90 detenuti su 100 provengono dal carcere e hanno pagato il loro debito con la giustizia e tenerli ancora chiusi qui sembra non aver alcun senso. E poi ci sono gli altri dieci, sorpresi magari per strada, a lavorare in un cantiere, senza permesso di soggiorno e portati qua. E allora diventa ancora più difficile capire, giustificare. E poi, ancora, come se non bastasse, ci sono loro, le donne, e allora cade anche l’ultimo tentativo di trovare un senso. Sì, perché loro, 70 su 100 sono prostitute: fermate per strada e trasferite al Cie. Rumene, cinesi, nigeriane, serbe, croate e di infinite altre nazionalità. Le vedi e sai quello che hanno passato. Lo sai perché ne hai letto, hai parlato con chi cercato di portarle via dalla strada, hai sentito i loro racconti con le tue orecchie: tutte, o quasi, avranno un passato di violenza alle spalle. Le nigeriane con i loro riti voodoo dietro, le continue minacce, gli abusi, le violenze. Le rumene costrette finite qui con promesse false, illuse, stuprate, vendute. Così le altre. Le vedi e non puoi fare finta di non sapere: sono donne che hanno sofferto e vissuto cose indicibili e ora sono qui, rinchiuse. Con l’unica colpa, dato che la prostituzione non è un reato, di non far parte di Schengen, del mondo occidentale, di casa nostra. Per loro qui ci sono due associazioni che vengono una volta alla settimana. Si occupano della tratta delle donne e di offrire un’alternativa alla strada a chi davvero lo vuole. Non devono essere poi tantissime quelle che accettano visto che, come raccontano, alcune di loro è l’ennesima volta che tornano qui.
ARIA – All’uscita dal Cie mi riconsegnano la mia carta d’identità. Non è solo il riappropriarsi di un documento. Questo semplice gesto è la riaffermazione del mio status, della mia identità, dei miei diritti. Anche il Cie è infatti un non luogo: senza alcun legame con il territorio, senza identità, senza persone che costruiscano fra loro relazioni capaci di modificarne la sostanza. Tutta quest’area con Roma non ha alcuna somiglianza, nessun rapporto. In macchina continuo a pensare a quello che ho visto. Salgono alla mente le sensazioni suscitate dalle parole di Foucalt in Sorvegliare e punire quando afferma che la punizione più atroce per un uomo che ha commesso un delitto sia quella di privarlo della propria libertà. E loro, penso, un delitto non lo hanno nemmeno commesso.























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Un lager perbene – Viaggio nel CIE per i clandestini di Ponte Galeria : Giornalettismo…
Siamo entrati in un Centro di Identificazione ed espulsione: uno di quei non luoghi di cemento e dolore inventati da Shenghen dove c’è chi se ne sta rinchiuso, come in una prigione, ad espiare un grave peccato: quello di essere un extracomunitario…
Igor ho letto la tua testimonianza tutta d'un fiato. E' stato come essere lì per questi cinque minuti…ma la sensazione che questo non luogo e la riflessione che ne è conseguita mi ha provocato resterà dentro di me a lungo e si ripresenta ogni volta che ascolto o penso a situazioni estreme come queste: vivere nell'incertezza e nell'indeterminatezza fa soffrire, ma molto di più se si ha solo “la non colpa” di essere nato in un luogo dal quale ci si è trovati costretti a scappare. Quanto ancora dobbiamo spingere queste persone all'umiliazione?
A volte mi trovo a pensare come i contadini di Ignazio Silone in “Fontamara” : Che fare?
Una raccolta di firme basterebbe a far chiudere non luoghi come questi?
è tanto che aspettavo che G si occupasse di questo, da quando a marzo a Ponte Galeria morì un immigrato, e se ne parlò pochissimo. Grazie
te guarda la coincidenza. Ieri son capitata a leggere una roba di cui non ha dato notizia nessuno o quasi. Lo scorso 28 settembre, miracolosamente anticipata da un articolo pubblicato il giorno prima su liberazione scritto dall'unico giornalista che da anni si occupa a fondo della vicenda, autore del documentario Mare Mostrum, andato in onda su Report ma non in forma integrale, perché nemmeno la rai ne aveva il coraggio forse, è arrivata la condanna a 5 anni e 4 mesi per il sacerdote leccese Cesare Lodeserto, ex segretario fedelissimo dell'arcivescono Ruini (il cui nome sarà ad alcuni noto per esser stato indagato nell'ambito dell'inchiesta della sanità pugliese qualche anno fa e per la sua amicizia con Fitto al quale avrebbe messo a disposizione l'appoggio elettorale finanche delle suore, si legge in alcune intercettazioni diffuse). è stato condannato per sequestro di persone, minaccia, violenza. Lo avevano accusato delle donne, ex prostitute moldave, probabilmente le stesse che lui avrebbe dovuto aiutare. Don Cesare Lo Deserto infatti era responsabile di un centro di permanenza temporanea, nel leccese, dove gli immigrati, più che essere accolti, subivano qualcosa di molto simile alle torture, da quel che si legge sul sito di Menecherini, il giornalista sucitato.
” nel Cpt.
La loro colpa era quella di chiedere perchè stavano rinchiusi da settimane dentro a quel luogo di pena e violenza e di cercare di scappare. Per questo furono picchiati, umiliati e torturati. Dopo averli pestati, ai nostri migranti musulmani in quel di San Foca, fecero ingoiare con l'aiuto dei manganelli di ordinanza pezzi di carne di maiale crudo in sprezzo alla loro religione. Li lasciarono per ore nudi all'addiaccio passando ogni tanto per regalargli qualche calcio, qualche sputo o altre diavolerie del genere.
Così accoglievano i migranti in fuga da guerre e carestie alla “Casa Regina pacis”. Da quel Cpt infatti passarono negli anni, tra plausi e applausi e costruendo su quel luogo un ” eroico modello di accoglienza” poi esportato nella allora neonata Bossi-Fini. “
Quella di DonCesare Lodeserto è la terza condanna nel giro di pochi anni. La Chiesa ma anche le istituzioni hanno continuato a stargli vicino e, forse inconsapevolmente, a consentirgli di adempiere alla sua missione (di peccato…?)
http://www.stefanomencherini.org/ita/index.php?...
ps: ho scritto in risposta a Maria Teresa Mura perché altrimenti non mi riusciva di fare il copia e incolla
per Igor: bravissimo
Un reato lo hanno commesso: sono clandestini e quindi giustamente rinchiusi in centri di accoglienza piuttosto che liberi di girovagare per la mia Nazione.
Giusti i CIE, giusto tenerli x 180 giorni, giusto che siano come prigioni…nessuno scappa!
Hai dimenticato di scrivere: “IMMIGRATI RAUS!” poi il commento sulla TUA NAZIONE, e tienitela cara così come sta diventando e non certo per colpa dei clandestini, era perfetto. Con tutto il rispetto, ma mi sembra tu debba rivalutare le motivazioni per cui queste persone si trovano costrette ad emigrare dal loro paese d'origine per trovarsi poi clandestini qui. Parti da qui e poi ragiona, conta fino a mille e poi esponi ciò che credi.
Hellequim….dentro ci sono anche semplicemente persone che hanno rischiato la morte per venire qui (alcune ingannate da false promesse), persone buone come il pane anche, colpevoli solo di essere stati ingannati da un'illusione. Potrebbe capitare anche a te, anche a noi, un giorno, come già è stato, di essere migranti…
Giusto…ho dimenticato “RAUS IMMIGRATEN!” (il 'raus' va davanti alla parola).
Sono perfettamente consapevole che le motivazioni x cui emigrano dai loro paesi siano sacrosante. Guerre, povertà…tutto giustissimo.
Se vieni qui, però, diventi come me! Segui le mie leggi, segui i miei costumi, segui le mie usanze…stai zitto e lavori! Insomma, ti guadagni il privilegio di vivere nella MIA NAZIONE e allora poi, forse, ti guardo con un occhio diverso.
Se vieni qui da me e pretendi di continuare a vivere come quando stavi a Casablanca, a Manila, a Belgrado o a Buenos Aires…RAUS!
…dovrei risponderti troppe cose.
C'è immensa ignoranza nelle tue parole.
Loro non è che non rispettano le TUE regole, loro hano la sola colpa di non avere documenti: di fatti molti lavorano in nero per costruire le strade su cui TU camminerai assieme ai tuoi figli, a costruire le case dove i TUOI figli andranno a vivere. E' comodo quando lavorano, ma poi se non hanno documenti, allora ALT, vero?
Sporca Italia ipocrita.
Intanto io non sono come te (e ringrazio tutti i giorni il Dio Pastafarian per avermi fatto diverso da te) e un calabrese ha usi e costumi diversi da un valdostano.
L'unico vincolo è il rispetto delle leggi, il resto è armamentario da scalcagnato comizio nazileghista di periferia.
[...] Centri di Identificazione ed Espulsione, ovvero quei lager perbene dei quali un esempio perfetto è Ponte Galeria. E che, nella sostanza, sono un’iniziativa bipartizan che ha coinvolto, negli anni, tanto il [...]
[...] transessuale brasiliana di 34 anni, S.C., che si trovava da alcuni giorni nel centro di identificazione ed espulsione di via Corelli a Milano, si e’ impiccata con un lenzuolo annodato alle sbarre della finestra [...]