Siamo entrati in un Centro di Identificazione ed espulsione: uno di quei non luoghi di cemento e dolore inventati da Shenghen dove c’è chi se ne sta rinchiuso, come in una prigione, ad espiare un grave peccato: quello di essere un extracomunitario
Il CIE di Ponte Galeria è recentemente tornato al centro delle cronache. Poche settimane fa, un assalto con barattoli di vernice, non rivendicato da alcuna sigla, ha colpito la sede centrale della Croce Rossa di Roma. Secondo il volantino di rivendicazione, gli operatori della CRI sarebbero presunti complici delle torture che quotidianamente subiscono i clandestini detenuti all’interno del Centro di Identificazione ed Espulsione di Ponte Galeria. Anche Repubblica ha scritto in proposito la scorsa settimana: per il prefetto di Roma il centro deve essere ristrutturato e sarebbe meglio chiuderlo. I problemi sono molteplici: spaziano dal sovraffollamento della struttura alle carenze igienico-sanitarie. A seconda della persona con cui parli i giudizi sul CIE si dividono: è un albergo a quattro stelle, dicono alcuni, è un lager, ribattono altri. Giornalettismo è andato a vedere.
NON LUOGHI- Prima di arrivare qui parlo con un amico, un poliziotto. In passato ha prestato servizio al Cie e in altri centri simili sparsi sul territorio italiano. “Andare lì solo per un giorno non ha senso”, dice. “Non riesci a capire le dinamiche interne, dovresti passarci almeno venti giorni e allora capiresti come funzionano davvero le cose”, ammonisce. Sarebbe impossibile anche solo ipotizzare una cosa del genere, per cui vado, cercando di liberarmi di quanti più pregiudizi possibili. Marc Augé, etnologo e antropologo francese, ha coniato il termine nonluoghi per identificare spazi che sono: “in contrapposizione ai luoghi antropologici, quindi tutti quegli spazi che hanno la prerogativa di non essere identitari, relazionali e storici”. Aeroporti, autostrade, stazioni, centri commerciali eccetera sono tanti non luoghi inseriti nei contesti cittadini: non hanno alcuna identità, non hanno nessun legame con il territorio: potrebbero sorgere qui o altrove e non vi sarebbe nessuna differenza. Le persone vi passano, non vi risiedono, non li vivono, non li costruiscono quotidianamente. Il luogo dove si erge il Cie è tutto un nonluogo.
ANDIAMO – La macchina scivola via nelle grandi strade che ruotano intorno alla Nuova Fiera di Roma. Accanto c’è Commercity, uno dei mercati all’ingrosso più grande d’Italia, e poco più in là sorge Parco Leonardo, l’ennesimo tempio dello shopping capitolino. Fuori l’entrata della Fiera le persone iniziano ad accalcarsi: dentro c’è l’Enada, la mostra internazionale degli apparecchi da gioco, e alle dieci iniziano ad affluire i primi visitatori. Basta fare un centinaio di metri e svoltare per una piccola strada laterale per trovarsi accanto il Cie. Immagino che nessuna delle migliaia di persone che ogni anno passano per la Fiera di Roma o per andare a Commercity se ne sia mai accorta. All’entrata dell’hotel a cinque stelle di cui molti dicono non c’è traccia. Le recinzioni esterne sono come quelle di una caserma. La seconda cerchia di sbarre con la camionetta dell’esercito che ne controlla il perimetro, non fanno altro che confermare la sensazione iniziale una volta superati i cancelli.
DENTRO – All’interno oltre alla Croce Rossa, che controlla e dirige il centro, ci sono uomini di tutte le forze di polizia: carabinieri, poliziotti, guardia di finanza, esercito. Dalle facce mi sembra di notare anche uomini della Digos, ma è solo una supposizione. Gli immigrati non si vedono. Il centro, infatti, è diviso a zone. Da una parte, dove si trovano le forze di polizia, ci sono gli uffici amministrativi: qui ci sono gli spazi per effettuare le udienze, si svolgono le visite con i parenti, c’è l’ufficio immigrazione e lavorano le associazioni che prestano assistenza agli immigrati. Qui tutto è simile a qualsiasi struttura pubblica italiana: i colori delle vernici, le mattonelle, l’aria un po’ vetusta anche se tutto è nuovo è la stessa che si respira nei comuni, nelle Asl e nei palazzi pubblici in genere. Superata questa zona si entra negli spazi dove sono gli immigrati, gli “ospiti” come vengono da tutti chiamati. In quest’area, a meno che non nascano problemi di ordine pubblico, le forze di polizia non hanno accesso. Sono gli operatori della Croce Rossa possono lavorare in questa zona ed entrare in contatto con gli “ospiti”. Qui ci sono le mense, l’ambulatorio, con in servizio un medico e un infermiere 24 h su 24, il gabinetto odontoiatrico, ora in ristrutturazione, gli uffici della Cri e poi dietro, in un’altra zona ancora, i dormitori con i campi di calcetto, basket e pallavolo.
UTILI IDIOTI – Il compito primario della Croce Rossa è uno: garantire l’assistenza agli immigrati. Ed è un compito che viene pagato: lo Stato versa alla Croce rossa 47 euro al giorno per ognuno di loro. Il Cie di Ponte Galeria ha una capienza massima di 364 persone e oggi ce ne sono 306: 154 donne e 152 uomini. Quando un immigrato viene portato qui la prima cosa che viene valutata è se sia idoneo o meno a fare vita comunitaria. E’ una decisione insindacabile che viene presa in autonomia dagli uomini della Croce Rossa. Non è, infatti, che stiano tutti bene gli ospiti: malattie croniche da fumo e storie di tossicodipenza e tossicofilia sono piuttosto comuni fra gli uomini; le donne hanno molti più problemi legati invece alle malattie sessualmente trasmissibili: la maggior parte di loro proviene dalla strada e le terapie da somministrare sono molto diverse. “Ci hanno definito degli utili idioti” raconta Gianluca Enzoli, medico, qui con il ruolo di coordinatore sanitario. Il riferimento è ai vari movimenti di contestazione che da sempre criticano l’esistenza di Centri come questi. “Preferisco sentirmi un’idiota”, prosegue, “ma essere utile, piuttosto che il contrario. Questi centri non li abbiamo voluti noi, qui siamo impegnati a fare quello che da sempre fa la Croce Rossa: prestare assistenza a chi ne ha bisogno”. Di fatto, non gli si può dare torto. I centri di permanenza temporanea, ora Cie, nomi diversi per l’identica cosa, sono figli della Turco-Napolitano, figlia (indiretta) a sua volta degli accordi di Schengen. La Fortezza Europa ha liberato le frontiere per i suoi cittadini, liberi di attraversare i suoi confini con facilità, ma ha ristretto l’accesso agli altri, gli extracomunitari. Così sono sorti i Centri.




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Igor ho letto la tua testimonianza tutta d'un fiato. E' stato come essere lì per questi cinque minuti…ma la sensazione che questo non luogo e la riflessione che ne è conseguita mi ha provocato resterà dentro di me a lungo e si ripresenta ogni volta che ascolto o penso a situazioni estreme come queste: vivere nell'incertezza e nell'indeterminatezza fa soffrire, ma molto di più se si ha solo “la non colpa” di essere nato in un luogo dal quale ci si è trovati costretti a scappare. Quanto ancora dobbiamo spingere queste persone all'umiliazione?
A volte mi trovo a pensare come i contadini di Ignazio Silone in “Fontamara” : Che fare?
Una raccolta di firme basterebbe a far chiudere non luoghi come questi?
è tanto che aspettavo che G si occupasse di questo, da quando a marzo a Ponte Galeria morì un immigrato, e se ne parlò pochissimo. Grazie
te guarda la coincidenza. Ieri son capitata a leggere una roba di cui non ha dato notizia nessuno o quasi. Lo scorso 28 settembre, miracolosamente anticipata da un articolo pubblicato il giorno prima su liberazione scritto dall'unico giornalista che da anni si occupa a fondo della vicenda, autore del documentario Mare Mostrum, andato in onda su Report ma non in forma integrale, perché nemmeno la rai ne aveva il coraggio forse, è arrivata la condanna a 5 anni e 4 mesi per il sacerdote leccese Cesare Lodeserto, ex segretario fedelissimo dell'arcivescono Ruini (il cui nome sarà ad alcuni noto per esser stato indagato nell'ambito dell'inchiesta della sanità pugliese qualche anno fa e per la sua amicizia con Fitto al quale avrebbe messo a disposizione l'appoggio elettorale finanche delle suore, si legge in alcune intercettazioni diffuse). è stato condannato per sequestro di persone, minaccia, violenza. Lo avevano accusato delle donne, ex prostitute moldave, probabilmente le stesse che lui avrebbe dovuto aiutare. Don Cesare Lo Deserto infatti era responsabile di un centro di permanenza temporanea, nel leccese, dove gli immigrati, più che essere accolti, subivano qualcosa di molto simile alle torture, da quel che si legge sul sito di Menecherini, il giornalista sucitato.
” nel Cpt.
La loro colpa era quella di chiedere perchè stavano rinchiusi da settimane dentro a quel luogo di pena e violenza e di cercare di scappare. Per questo furono picchiati, umiliati e torturati. Dopo averli pestati, ai nostri migranti musulmani in quel di San Foca, fecero ingoiare con l'aiuto dei manganelli di ordinanza pezzi di carne di maiale crudo in sprezzo alla loro religione. Li lasciarono per ore nudi all'addiaccio passando ogni tanto per regalargli qualche calcio, qualche sputo o altre diavolerie del genere.
Così accoglievano i migranti in fuga da guerre e carestie alla “Casa Regina pacis”. Da quel Cpt infatti passarono negli anni, tra plausi e applausi e costruendo su quel luogo un ” eroico modello di accoglienza” poi esportato nella allora neonata Bossi-Fini. “
Quella di DonCesare Lodeserto è la terza condanna nel giro di pochi anni. La Chiesa ma anche le istituzioni hanno continuato a stargli vicino e, forse inconsapevolmente, a consentirgli di adempiere alla sua missione (di peccato…?)
http://www.stefanomencherini.org/ita/index.php?...
ps: ho scritto in risposta a Maria Teresa Mura perché altrimenti non mi riusciva di fare il copia e incolla
per Igor: bravissimo
Un reato lo hanno commesso: sono clandestini e quindi giustamente rinchiusi in centri di accoglienza piuttosto che liberi di girovagare per la mia Nazione.
Giusti i CIE, giusto tenerli x 180 giorni, giusto che siano come prigioni…nessuno scappa!
Hellequin, prega che l’Italia non torni ad essere un paese povero e di non doverti ritrovare a commetterlo anche tu o i tuoi figli, quel reato…
Comunque siamo sulla buona strada…la ricchezza è una ruota che gira, no?
Vedrai che bello quando per strada ti diranno” italiano, mafioso di merda”e ti chiuderanno nei CIE!
Hai dimenticato di scrivere: “IMMIGRATI RAUS!” poi il commento sulla TUA NAZIONE, e tienitela cara così come sta diventando e non certo per colpa dei clandestini, era perfetto. Con tutto il rispetto, ma mi sembra tu debba rivalutare le motivazioni per cui queste persone si trovano costrette ad emigrare dal loro paese d'origine per trovarsi poi clandestini qui. Parti da qui e poi ragiona, conta fino a mille e poi esponi ciò che credi.
Hellequim….dentro ci sono anche semplicemente persone che hanno rischiato la morte per venire qui (alcune ingannate da false promesse), persone buone come il pane anche, colpevoli solo di essere stati ingannati da un'illusione. Potrebbe capitare anche a te, anche a noi, un giorno, come già è stato, di essere migranti…
Giusto…ho dimenticato “RAUS IMMIGRATEN!” (il 'raus' va davanti alla parola).
Sono perfettamente consapevole che le motivazioni x cui emigrano dai loro paesi siano sacrosante. Guerre, povertà…tutto giustissimo.
Se vieni qui, però, diventi come me! Segui le mie leggi, segui i miei costumi, segui le mie usanze…stai zitto e lavori! Insomma, ti guadagni il privilegio di vivere nella MIA NAZIONE e allora poi, forse, ti guardo con un occhio diverso.
Se vieni qui da me e pretendi di continuare a vivere come quando stavi a Casablanca, a Manila, a Belgrado o a Buenos Aires…RAUS!
…dovrei risponderti troppe cose.
C'è immensa ignoranza nelle tue parole.
Loro non è che non rispettano le TUE regole, loro hano la sola colpa di non avere documenti: di fatti molti lavorano in nero per costruire le strade su cui TU camminerai assieme ai tuoi figli, a costruire le case dove i TUOI figli andranno a vivere. E' comodo quando lavorano, ma poi se non hanno documenti, allora ALT, vero?
Sporca Italia ipocrita.
Intanto io non sono come te (e ringrazio tutti i giorni il Dio Pastafarian per avermi fatto diverso da te) e un calabrese ha usi e costumi diversi da un valdostano.
L'unico vincolo è il rispetto delle leggi, il resto è armamentario da scalcagnato comizio nazileghista di periferia.
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