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pubblicato il 13 ottobre 2009 alle 08:30 dallo stesso autore - torna alla home

Siamo entrati in un Centro di Identificazione ed espulsione: uno di quei non luoghi di cemento e dolore inventati da Shenghen dove c’è chi se ne sta rinchiuso, come in una prigione, ad espiare un grave peccato: quello di essere un extracomunitario

Il CIE di Ponte Galeria è recentemente tornato al centro delle cronache. Poche settimane fa, un assalto con barattoli di vernice, non rivendicato da alcuna sigla, ha colpito la sede centrale della Croce Rossa di Roma. Secondo il volantino di rivendicazione, gli operatori della CRI sarebbero presunti complici delle torture che quotidianamente subiscono i clandestini detenuti all’interno del Centro di Identificazione ed Espulsione di  Un lager perbene   Viaggio nel CIE per i clandestini di Ponte GaleriaPonte Galeria. Anche Repubblica ha scritto in proposito la scorsa settimana: per il prefetto di Roma il centro deve essere ristrutturato e sarebbe meglio chiuderlo. I problemi sono molteplici: spaziano dal sovraffollamento della struttura alle carenze igienico-sanitarie. A seconda della persona con cui parli i giudizi sul CIE si dividono: è un albergo a quattro stelle, dicono alcuni, è un lager, ribattono altri. Giornalettismo è andato a vedere.

NON LUOGHI- Prima di arrivare qui parlo con un amico, un poliziotto. In passato ha prestato servizio al Cie e in altri centri simili sparsi sul territorio italiano. “Andare lì solo per un giorno non ha senso”, dice. “Non riesci a capire le dinamiche interne, dovresti passarci almeno venti giorni e allora capiresti come funzionano davvero le cose”, ammonisce. Sarebbe impossibile anche solo ipotizzare una cosa del genere, per cui vado, cercando di liberarmi di quanti più pregiudizi possibili. Marc Augé, etnologo e antropologo francese, ha coniato il termine nonluoghi per identificare spazi che sono: “in contrapposizione ai luoghi antropologici, quindi tutti quegli spazi che hanno la prerogativa di non essere identitari, relazionali e storici”. Aeroporti, autostrade, stazioni, centri commerciali eccetera sono tanti non luoghi inseriti nei  contesti cittadini: non hanno alcuna identità, non hanno nessun legame con il territorio: potrebbero sorgere qui o altrove e non vi sarebbe nessuna differenza. Le persone vi passano, non vi risiedono, non li vivono, non li costruiscono quotidianamente. Il luogo dove si erge il Cie è tutto un nonluogo.

ANDIAMO – La macchina scivola via nelle grandi strade che ruotano intorno alla Nuova Fiera di Roma. Accanto c’è Commercity, uno dei mercati all’ingrosso più grande d’Italia, e poco più in là sorge Parco Leonardo, l’ennesimo tempio dello shopping capitolino. Fuori l’entrata della Fiera le persone iniziano ad accalcarsi: dentro c’è l’Enada, la mostra internazionale degli apparecchi da gioco, e alle dieci iniziano ad affluire i primi visitatori. Basta fare un centinaio di metri e svoltare per una piccola strada laterale per trovarsi accanto il Cie. Immagino che nessuna delle migliaia di persone che ogni anno passano per la Fiera di Roma o per andare a Commercity se ne sia mai accorta. All’entrata dell’hotel a cinque stelle di cui molti dicono non c’è traccia. Le recinzioni esterne sono come quelle di una caserma. La seconda cerchia di sbarre con la camionetta dell’esercito che ne controlla il perimetro, non fanno altro che confermare la sensazione iniziale una volta superati i cancelli.

DENTRO – All’interno oltre alla Croce Rossa, che controlla e dirige il centro, ci sono uomini di tutte le forze di polizia: carabinieri, poliziotti, guardia di finanza, esercito. Dalle facce mi sembra di notare anche uomini della Digos, ma è solo una supposizione. Gli immigrati non si vedono. Il centro, infatti, è diviso a zone. Da una parte, dove si trovano le forze di polizia, ci sono gli uffici amministrativi: qui ci sono gli spazi per effettuare le udienze, si svolgono le visite con i parenti, c’è l’ufficio immigrazione e lavorano le associazioni che prestano assistenza agli immigrati. Qui tutto è simile a qualsiasi struttura pubblica italiana: i colori delle vernici, le mattonelle, l’aria un po’ vetusta anche se tutto è nuovo è la stessa che si respira nei comuni, nelle Asl e nei palazzi pubblici in genere. Superata questa zona si entra negli spazi dove sono gli immigrati, gli “os Un lager perbene   Viaggio nel CIE per i clandestini di Ponte Galeriapiti” come vengono da tutti chiamati. In quest’area, a meno che non nascano problemi di ordine pubblico, le forze di polizia non hanno accesso. Sono gli operatori della Croce Rossa possono lavorare in questa zona ed entrare in contatto con gli “ospiti”. Qui ci sono le mense, l’ambulatorio, con in servizio un medico e un infermiere 24 h su 24, il gabinetto odontoiatrico, ora in ristrutturazione, gli uffici della Cri e poi dietro, in un’altra zona ancora, i dormitori con i campi di calcetto, basket e pallavolo.

UTILI IDIOTI – Il compito primario della Croce Rossa è uno: garantire l’assistenza agli immigrati. Ed è un compito che viene pagato: lo Stato versa alla Croce rossa 47 euro al giorno per ognuno di loro. Il Cie di Ponte Galeria ha una capienza massima di 364 persone e oggi ce ne sono 306: 154 donne e 152 uomini. Quando un immigrato viene portato qui la prima cosa che viene valutata è se sia idoneo o meno a fare vita comunitaria. E’ una decisione insindacabile che viene presa in autonomia dagli uomini della Croce Rossa. Non è, infatti, che stiano tutti bene gli ospiti: malattie croniche da fumo e storie di tossicodipenza e tossicofilia sono piuttosto comuni fra gli uomini; le donne hanno molti più problemi legati invece alle malattie sessualmente trasmissibili: la maggior parte di loro proviene dalla strada e le terapie da somministrare sono molto diverse. “Ci hanno definito degli utili idioti” raconta Gianluca Enzoli, medico, qui con il ruolo di coordinatore sanitario. Il riferimento è ai vari movimenti di contestazione che da sempre criticano l’esistenza di Centri come questi. “Preferisco sentirmi un’idiota”, prosegue, “ma essere utile, piuttosto che il contrario. Questi centri non li abbiamo voluti noi, qui siamo impegnati a fare quello che da sempre fa la Croce Rossa: prestare assistenza a chi ne ha bisogno”. Di fatto, non gli si può dare torto. I centri di permanenza temporanea, ora Cie, nomi diversi per l’identica cosa, sono figli della Turco-Napolitano, figlia (indiretta) a sua volta degli accordi di Schengen. La Fortezza Europa ha liberato le frontiere per i suoi cittadini, liberi di attraversare i suoi confini con facilità, ma ha ristretto l’accesso agli altri, gli extracomunitari. Così sono sorti i Centri.

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