Perfino Raùl Castro sembra non crederci più e affida a Lázaro Barredo Medina, direttore dell’organo ufficiale del partito comunista, l’ingrato compito di comunicare alla nazione che il sogno socialista è agli sgoccioli.
Il sistema delle tessere annonarie, che permette ai cubani di comprare prodotti a prezzi fortemente sovvenzionati, è sempre stato uno degli elementi centrali del sistema economico-egualitario partorito dal compañero Fidèl nei primi anni sessanta del secolo scorso. Sono state anche il simbolo del taglio delle differenze sociali visto che ogni cubano, per il solo fatto di esistere, aveva diritto alla sua razione K di cibo descritta nel menu della magica tesserina. Poca roba, ma quanto è bastato – negli anni – a produrre effetti facilmente prevedibili, e cioè la demotivazione dei cubani a darsi da fare non tanto per avere di più o per vivere meglio, ma anche per il più modesto scopo di sopravvivere.
SEGUNDA REVOLUCIÓN – L’inversione della trionfale marcia verso il radioso avvenire è stata annunciata al popolo dalle colonne di Granma nei giorni scorsi. Non che ci sia ancora nulla di impegnativo, ma l’autorevolezza della fonte lascia presagire che, tra non molto, l’Isola del Paradiso si consegnerà all’odiato nemico capitalista. “La tessera annonaria è stata necessaria a suo tempo” – dice Medina – “ma ora sta diventando un ostacolo per le decisioni che la nazione deve prendere”. Da un organo di partito non ci si poteva aspettare una sconfessione totale, ma il destino della “libreta de abastecimiento” sembra segnato. “Certamente” – prosegue Medina – “non si può rinunciarvi per decreto e va garantito l’accesso ai beni primari a coloro che hanno scarso reddito, ma tutti devono essere incoraggiati a lavorare di più ed essere premiati secondo i risultati ottenuti”. Probabilmente, non appena avrà letto questo necrologio, a Gianni Minà gli piglierà un colpo e getterà nella spazzatura tutte le magliette con la faccetta di Che Guevara, ma a Cuba se ne faranno una ragione. A meno che non siano proprio i cubani a prenderla peggio.
FINE DELLA FIESTA – Secondo quanto riferiscono i pochi che hanno riportato la notizia, le reazioni a Cuba non sono state tutte di entusiastica adesione. “Sono nata e cresciuta sotto la rivoluzione e non ho idea di cosa sarebbe disponibile ad acquistare sul mercato libero”, dice una scettica Silvia Alvarez, 50 anni. “Mi sembra che in questi tempi critici dobbiamo tenerla almeno per un altro po’ di tempo.” Ma il problema è che sono proprio i tempi critici che hanno convinto la nomenclatura caraibica che il sistema non possa più reggere. La crisi globale, infatti, ha picchiato duro anche da quelle parti e lo Stato non ce la fa più a coprire il disavanzo tra quanto paga i prodotti all’estero e quanto chiede in pagamento ai propri sudditi. E non è soltanto colpa dell’embargo o dell’isolamento o delle cattiverie altrui: a questi va aggiunta la crisi endemica e strutturale di un sistema economico in caduta verticale, sovra sovvenzionato e ai cui destini i “lavoratori” sono interessati poco o punto. In più a complottare contro Cuba ci si è messa anche Madre Natura che, nell’ultimo anno, ha inviato su quelle coste tre uragani devastanti.
SEMBRA FACILE – Ora, al di là del fatto che non sia nemmeno del tutto incomprensibile che la gente non abbia fretta di buttarsi a capofitto nel meraviglioso mondo del libero mercato, passare dalle parole ai fatti non sarà semplicissimo, come ricorda Antonio Jorge, ex pupillo di Castro (quello vero), oggi Professore alla Florida University. Posto che Jorge ha sempre considerato le proposte di riforma di Raùl come operazioni di propaganda, stavolta ha le sue buone ragioni per essere perplesso. In effetti, abolire contemporaneamente la doppia valuta e far sparire le tessere annonarie non sembra un’idea troppo intelligente. Se queste iniziative fossero realmente messe in pratica, Cuba si troverebbe ad affrontare uno shock da inflazione senza precedenti e non c’è bisogno di un Nobel dell’economia per immaginarsi il probabile terremoto sociale che ne deriverebbe. Se la fatica a sbarcare il lunario si trasformasse improvvisamente nell’impossibilità a farlo, la situazione potrebbe sfuggire di mano e magari a qualcuno potrebbe venire la malsana idea di presentare il conto ai barbuti rivoluzionari.
E ALLORA? – Purtroppo per i Castro Brothers non esistono grandi alternative. Cuba spende più di un miliardo di dollari l’anno per calmierare i prezzi alimentari, ma, nonostante l’enormità dello sforzo economico, il livello di povertà è altissimo e la gente a fine mese fa sempre più fatica ad arrivarci. Probabilmente, come scrive Medina, è giunto il momento di dare una scossa ad un popolo anestetizzato da oltre mezzo secolo di assistenza paternalista. “La justicia social no es el igualitarismo, es la igualdad de derechos y oportunidades, es en el socialismo la distribución bajo el principio “de cada cual según su capacidad, y a cada cual según su trabajo” [“La giustizia sociale non sta nell’egualitarismo, ma nell’uguaglianza di diritti e di opportunità, e nel socialismo vale il principio di distribuzione: da ognuno secondo le sue capacità, ad ognuno secondo il suo lavoro”]. Con un poco di sforzo possiamo pure arrivare al concetto di merito, ma – da bravi italiani – ci risparmiamo lezioni sull’argomento. Quello che è più difficile pensare è che qualcuno della famiglia Castro possa mettersi al comando di una rivoluzione il cui fine ultimo sarebbe quello di smantellare la precedente, vale a dire quella che porta il loro impegnativo cognome. Tuttavia, a Cuba c’è anche qualcuno che comincia a rassegnarsi all’idea che nessuna fantasia regge al confronto con la realtà. “Se non si lavora, non si mangia”, dice una pensionata da 10 dollari al mese. Qui da noi non si fa l’amore, ma ogni popolo ha le sue motivazioni. E sempre Caridad ammette: “La gente deve capire che è sta a loro di provvedere alle loro famiglie, proprio come nel resto del mondo. Niente cade dal cielo, fuorché la pioggia.” Come nel resto del mondo, tranne a Cuba. Ma per quanto ancora?























Cuba si arrende alla realtà?…
Perfino Raùl Castro sembra non crederci più e affida a Lázaro Barredo Medina, direttore dell’organo ufficiale del partito comunista, l’ingrato compito di comunicare alla nazione che il sogno socialista è agli sgoccioli….
A me viene in mente un'altra zona del mondo dove molti (anche se fanno finta di no) pensano che la pagnotta debba cadere dal cielo, ma poi mi sento leghista e rimuovo il pensiero. Che ne dici, Juppes?
Oddio. Non pensavo stessero peggio che al Meridione, a Cuba.
Il comunismo è una utopia mostruosa. Mostruosa perchè ha sacrificato intere generazioni e centinaia di milioni di esseri umani solo per dimostrare la propria inapplicabilità come sistema economico. Castro (Psicopatico frustrato, no come Berlusconi che lo è, ma di successo), a goduto (disgraziatamente per il Suo popolo) dell'isolamento naturale di Cuba, e del clima mite che gli ha consentito di far credere ai Suoi “”sudditi”" che si poteva vivere della pesca e della caccia. Grazie al totale monopolio dell'informazione e alla repressione altrettanto disumana, può, o potrebbe rimanere ancora in sella per un po' di tempo. Inevitabilmante, coloro che verranno dopo di Lui non avranno la necessità di dimostrare l'infallibilità delle proprie idee, penso che faranno qualcosa di profondo per il cambiamento. Mi auguro che non cadano nelle mani degli altrettanto mostruosi Capitalisti Nordamericani. Ma l'Europa, dov'è?
Cuba è un paese che ha uno dei tassi di mortalità infantile più bassi del mondo, e ha aspettative di vita allineate al mondo occidentale: ed è un miracolo per un paese centramericano, basta confrontare i dati con quelli suoi vicini.
Certamente, non è il paradiso, anzi, è una dittatura, che, come ogni dittatura, non prevede la libertà di parola, e, fosse anche solo per questo, è più che giusto che venga criticato e messo in discussione come sistema politico.
Ma disconoscere i risultati della Rivoluzione Cubana, negare che, con Castro, Cuba è uscita dal medioevo in cui l'imperialismo americano l'aveva relegato, è semplicemente ridicolo.
Va inoltre considerato che è l'unico paese socialista in un mondo interamente capitalista, per cui è chiaro che i risultati economici ne risentono. La soluzione è convertirsi all'economia capitalista, oppure sperare che nel mondo avanzi sempre un pò più di socialismo: ho ben pochi dubbi che la seconda opzione sarà semplicemente derisa, abituati come siamo a una propaganda che ammette un pensiero unico, anche di fronte agli scempi computi dal capitalismo sfrenato, compreso il dramma della recente (e attuale, checchè ne dica Berlusconi) crisi economica.
Il comunismo, nel mondo e nella storia, in realtà non si è mai avuto. Nei paesi in cui si è imposto il socialismo reale, non c'era nè borghesia nè, tantomeno, quello che Marx chiamava proletariato, ipotesi prima per l'avvento del comunismo.
Dimentichi una cosa fondamentale, Era facile facile portare dei miglioramenti in un Paese la cui popolazione era sottomessa come nel medioevo. Anche in Russia si sono avute schiere di medici, maestri e professori, l'analfabetismo è scomparso in Cuba più che in Italia, ma cosa gli si è insegnato? Cuba mi ricorda tanto i regimi Teocratici, ti nutrono “”sufficientemente”" ti danno l'istruzione che LORO vogliono, e ti danno tanto DIO, Castro gli ha dato tanto Socialismo. D'altronde il comunismo è quello che è, di più non può dare. La Democrazia Americana è migliore, ti fa morire di fame, ma la colpa la da a Te che non sei stato bravo. Estremi mostruosi.
A Cuba si sta talmente bene che 2 milioni di cubani hanno sfidato l'Oceano per andare in Florida, e nessuna persona dotata di senno ha mai fatto il contrario, salvo ovviamente per farsi una bella scopata d'estate. Quando si dice votare coi piedi…
Per quanto riguarda poi lo straordinario successo del socialismo quando era diffuso in tutto il mondo, notoriamente se Cuba non fosse rimasta solo al mondo (o quasi) avrebbe avuto il successo della Corea del Nord, dell'URSS, della Cina prima delle riforme o dello Zimbabwe.
Il problema è che puntare tutto su uno o due indicatori statistici è facile: anche l'URSS riusciva ad essere superiore agli USA in un paio di campi. Il problema è far funzionare l'economia.
“Il problema è far funzionare l'economia.”
Guarda Cuba è una dittatura e su questo non ci piove, ma non è cosi facile far girare l'economia con 30 anni di embargo economico statunitense.
Io spero che a Cuba finisca il regime di Castro e che si facciano libere elezioni, ma la mia paura (se cosi si può chiamare) è che il giorno dopo la caduta di Castro i cubani si ritrovino a morire di fame, con 4-5 che diventano super ricconi.
In Russia si è vissuta una cosa simile, dove il giorno dopo la caduta del comunismo (cosa positiva sia chiaro) ci si è ritrovati con una moltitudine di morti di fame e gente “furba” che è diventata supermegamiliardaria.
C'è l'embargo? Non lo sapevo. Un mio amico è stato a Cuba e non è dovuto passare su una portaerei USA per ottenere il visto. L'embargo consiste semplicemente nel fatto che i cittadini americani non possono commerciare o visitare Cuba: i cubani possono continuare a commerciare con tutto il resto del mondo, se vogliono. La Russia non è poi diversa da Cuba: è ovvio che chi ha il potere lo conserva e chi deve cederlo lo fa agli amici e il minimo indispensabile. Tutto sta a prevedere quanto si ruba, che in un regime socialista è “più o meno tutto, tranne il minimo indispensabile che serve a evitare una guerra civile”, e in una democrazia moderna è “più o meno tutto, tranne il minimo indispensabile che serve a massimizzare la base fiscale imponibile”.
A parte gli scheriz, a 20 anni di distanza i paesi dell'Europa Orientale ci hanno quasi raggiunto economicamente: la SLovenia sarà la prima a sorpassarci, tra pochi anni, e poi probabilmente anche cechi, polacchi, etc avranno redditi pro capite superiori ai nostri. Un colpo di pistola alla nuca del dittatore aprirebbe una finestra di opportunità ai cubani: se saranno politicamente all'altezza, tra 30 anni saranno liberi e benestanti come i polacchi; se saranno come i russi, si troveranno un altro dittatore e lo chiameranno presidente. Tutto dipende da loro (ed essendo latino americani, ciò equivale a dire che sono spacciati: un intero continente incapace di non ripetere gli errori europei con un secolo di ritardo)