L’imperatore al bivio

07/10/2009 - La sentenza che ha condannato Fininvest a risarcire De Benedetti apre la partita tra Silvio Berlusconi e suoi eredi. E, sul tavolo, c’è molto di più del futuro della Mondadori. Ho chiamato un importante banchiere d’affari e gli ho esposto

     
 

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La sentenza che ha condannato Fininvest a risarcire De Benedetti apre la partita tra Silvio Berlusconi e suoi eredi. E, sul tavolo, c’è molto di più del futuro della Mondadori.

Ho chiamato un importante banchiere d’affari e gli ho esposto il mio problema: “La mia holding è stata condannata a risarcire 750 milioni ad una persona che odio profondamente. Avrei le disponibilità di cassa per pagare sull’unghia, cosa che non farò mai, ma vorrei sapere che alternative ho per limitare i danni, oltre a temporeggiare in tribunale?”. Il mio interlocutore ha riso di gusto, anche perché per gente che ha un problema molto simile ci ha lavorato per davvero, e mi ha fatto notare che la “mia” holding ha una liquidità di 800 milioni, ma definirle immediatamente disponibili è un azzardo, sia perché privarmene creerebbe degli sconquassi patrimoniali, sia perché almeno formalmente non ho il pieno controllo della società divisa come è in una rete di una dozzina di subholding dove gli azionisti (con quote diverse per ogni subholding) sono anche i miei figli. A complicare di più le cose, mi si fa notare, c’è anche un divorzio in corso che rende le posizioni dei vari figli meno certe.

CONTI IN TASCA - A quel punto abbiamo gettato la maschera e gli ho chiesto se gli risultasse una spaccatura reale nella famiglia Berlusconi pronta ad esplodere a causa di questa cambiale da 750 milioni di euro. La risposta è che il clima non è buono, ma che la maggioranza e il potere decisionale è saldamente nelle mani di Silvio (possiede circa il 62,5% di Fininvest mentre i cinque figli godono di un 7,5% a testa). Il centro decisionale è diviso con Marina e Piersilvio, con la primogenita ormai  sicura di avere l’ultima parola. “Proprio questo – ha detto il banchiere – farà sì che non si prenderà la decisione più sensata: vendere Mondadori”. Secondo il suo ragionamento pensare di bloccare Fininvest per almeno due anni (il tempo minimo per un processo di appello) con una “liability” in grado di azzerare il patrimonio liquido è molto pericoloso soprattutto per le controllate. Cominciamo dal Milan, se già ora era difficile da vendere, con la prospettiva che l’azionista al 100% non solo non voglia, ma nemmeno possa, ricapitalizzare diventa un articolo in saldo. Un eventuale compratore può chiedere da subito un forte sconto oppure aspettare che ogni anno la società perda il 20-30% del valore (riduzione degli abbonati, perdita degli incassi della Champions, impoverimento del parco giocatori). Stesso discorso per Mediaset, vera “cash cow” del gruppo, non rischia niente se non una richiesta di maggior denaro proprio da Fininvest: finora la televisione ha garantito il 40% dei flussi di dividendi che arrivavano alla capogruppo. Pretendere di mantenere politiche di pay out simili ai livelli attuali (448 milioni nel 2008, 250 previsti per il 2009) sarebbe mal visto dal mercato – che, va ricordato, detiene il 70% del capitale – in un periodo in cui le altre aziende del settore fanno economia e semmai chiedono sostegno ai propri azionisti.

PERCHÉ MONDADORI – Il gigante di Segrate se non proprio un ramo secco è comunque l’anello debole della catena della famiglia Berlusconi: il settore editoriale è in crisi, la carta stampata patirà più a lungo e più profondamente la mancanza di investimenti pubblicitari, le controllate estere, tipo in Francia, hanno bisogno ancora di molto denaro per diventare profittevoli; infine la politica del taglio dei costi (già avviato un primo piano da 150 milioni) appare insufficiente a garantire stabilità futura. Di qui l’idea del banchiere di proporre alla Cir di comprarsi subito il 50% di Mondadori posseduto al posto del risarcimento: il suo valore di mercato attuale è di 400-450 milioni, a cui va aggiunto un 10-20% di premio di maggioranza e l’incalcolabile (nel senso di “non economico”) plus per il compratore di poter veder riparata l’ingiustizia subita proprio quando tentò di comprarsela. Insomma ci sarebbero i presupposti per pagare con le azioni della casa editrice la metà di quanto dovuto in contanti.

SPECULAZIONE – L’idea del mio amico banchiere deve essere girata parecchio perché negli ultimi giorni Mondadori anziché deprimersi è schizzata in Borsa. Gli acquisti si concentrano, si dice nelle sale trading, perché il gruppo potrebbe essere chiamato ad un dividendo straordinario, ma la ricostruzione non regge visto che le altre controllate, anche loro interessate in caso di esborso in favore di Fininvest, non si muovono con la stessa intensità. E poi è tutto da dimostrare, come detto nel caso di Mediaset, che un esborso in un momento di vacche magre sia occasione di acquisti. Rimane la possibilità della vendita: con il cambio di proprietà ci sarebbe un’Opa obbligatoria su cui lucrare. Magari pensare ad una vendita diretta alla Cir è troppo “delicato” dal punto di vista politico, ma se si dovesse fare la lista delle possibili dismissioni proprio Mondadori sarebbe in cima. Tutta speculazione naturalmente, sia perché l’opzione non è allo studio, sia perché passata di mano anche la Cir dovrebbe mettere mano ad una pesante ristrutturazione vista la crisi del settore e le possibili sinergia realizzabili con l’Espresso sul fronte del taglio dei costi, investendo del denaro che al momento non ha.

PERCHE NO – Le indicazioni dicono che l’opzione non sarà tenuta nemmeno in conto, proprio per l’impossibilità di farla passare per una soluzione conveniente e non per una sconfitta politica. Fornire alla “sinistra” un lieto fine in cui Berlusconi viene condannato da un giudice a restituire il “maltolto” a De Benedetti darebbe un colpo mortale all’immagine invincibile di Berlusconi e generebbe una serie di defezioni tra gli alleati politici. Per evitare questo scenario il Cavaliere sarebbe risposto anche a mettere a repentaglio il futuro di Fininvest. Discorso diverso per Marina che, come la vicenda Milan ha dimostrato, tra portafoglio e cuore non ha dubbi. Rimane il fatto che proprio a Segrate la “delfina” si è fatta le ossa e ha dimostrato di poter sostituire il padre, ottenendo persino attestati di stima più profondi da parte dei manager che ne apprezzano le determinazione e l’allergia per gli aspetti più mondani del lavoro (per capirci non ha ereditato la vanità, vero punto debole di Silvio). Il mandato al momento è “resistere, resistere, resistere” (toh! i casi della vita) ma non è detto che tra qualche mese i numeri finiscano per far premio sulla politica e a Segrate venga affisso un bel cartello “vendesi”

     
 

2 Commenti

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  2. Faranno premio, al momento giusto e , soprattutto, quando si troverà il compratore giusto. Possibilmente amico, probabilmente straniero, quasi certamente non targato Debenedetti.

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