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Brunetta, va’ dove ti porta il… Fus

6 ottobre 2009

Per il ministro andrebbe abrogato il Fondo Unico per lo Spettacolo (FUS) poiché sarebbe un aiuto di Stato alla “cultura di sinistra” a discapito di quella di “destra”. E’ effettivamente così? Abbiamo dato un’occhiata al finanziamento (pubblico) del primo film di Susanna Tamaro, ed abbiamo scoperto che…

Per il ministro per la Pubblica amministrazione e per l’Innovazione, Renato Brunetta: “Lo Stato deve finanziare la scuola, l’università, i musei; mentre gli spettacoli devono vivere sul mercato, mentre bisogna accantonare quell’equazione che vuole: “Cinema = Cultura = Spreco”. “In nome di quest’equazione – ha spiegato – si sono prodotti dei mostri che io denuncio”. Nel mirino di Brunetta c’era il Fondo Unico per lo Spettacolo (FUS). “Il cinema – ha sostenuto il ministro – deve essere trattato come le altre industrie, può avere stimoli, incentivi, ma non privilegi”. D’altra parte, ha posto l’accento Brunetta, “anche la sinistra la pensa così” e a riguardo ha citato un articolo pubblicato dal settimanale l’Espresso nel 2007, in cui si denunciavano gli sprechi del settore cinematografico. Peccato poi che lo stesso Brunetta sia scaduto in una rozza polemica con Michele Placido per dimostrare un altro suo teorema: ovvero, che la cinematografia di “sinistra” è assistita dallo Stato, mentre quella di “destra” sarebbe, di fatto, discriminata. E’ davvero così? L’accusa che viene mossa alla sinistra è piuttosto datata. Si pensi agli attacchi di Scelba (primi anni ’50) contro i film “neorealisti”, e a quelli di un allora giovanissimo parlamentare dal radiosissimo futuro – Giulio Andreotti – che li accusava, manco a dirlo, di denigrazione e disfattismo: “Mi hanno insegnato che i panni sporchi si lavano in famiglia, che immagine diamo dell’Italia all’estero?”, diceva il Divo. Il refrain suona così: la sinistra è elitaria e radical-chic, è espressione di una cultura per forza critica e per di più sempre “contro”. Brunetta si è poi spinto persino a definire certi registi “di sinistra” come l’espressione di una “oligarchia di parassiti”.

BARBAROSSA - Proprio in questi giorni è stato presentato in pompa magna a Milano, alla presenza dello stesso premier Silvio Berlusconi, del ministro Umberto Bossi e della sindaca Letizia Moratti, “Barbarossa” il film (per il Tg2 si tratterebbe addirittura di un kolossal), che narra, con particolare enfasi, le gesta della Lega Lombarda (quella medioevale del 1100 d.c.) e di Alberto da Giussano. Il film prodotto dalla Rai (quindi con capitali pubblici) uscirà a breve nei cinema e poi sarà successivamente trasmesso da RaiUno. Come andrebbe definita, applicando la stessa equazione di Brunetta, siffatta opera? E soprattutto, è vero che la “cultura di destra” è emarginata e non gode di finanziamenti? I finanziamenti pubblici al cinema nascono nel ‘65 con lo scopo di dare un sostegno all’esordiente di talento coprendo il 90% delle spese di realizzazione. Il film ha l’obbligo di restituire i soldi solo se raggiunge la cifra al botteghino. La legge stabiliva che si potevano finanziare fino ad un massimo di 20 opere prime. Non c’è mai stato un anno in cui i lavori meritevoli sono stati di meno. Nel ‘94 (con il primo governo Berlusconi) autori e produttori hanno chiesto di allargare il finanziamento anche a film che, secondo una commissione d’esperti nominata dal Ministro per i beni culturali, possono essere d’interesse culturale nazionale. In questa categoria non è più stabilito un limite nella scelta delle opere. Un film costa mediamente 3 milioni di euro e il produttore incassa poco più del 25% del prezzo del biglietto. Il film, per ripianare il finanziamento, dovrebbe incassare circa dieci milioni di euro. Negli ultimi dieci anni soltanto nove film hanno superato la soglia dei due milioni di euro.

UN (PESSIMO) ESEMPIO - E così si scopre che l’esordio alla regia di Susanna Tamaro (l’autrice peraltro del libro bestseller “Va dove ti porta il cuore”) con “Nel mio amore”, è stato finanziato con 2.380.000 euro ed ha incassato, invece, nemmeno 200.000 euro. La Tamaro non è certamente un’autrice di “sinistra”. Amatissima dai lettori cattolici, qualche tempo fa ha raccontato in Tv che da 18 anni convive con una donna per confessare successivamente a Vanity Fair che però non è omosessuale. La compagna, detto per inciso, è la sceneggiatrice Roberta Mazzoni, autrice dell’adattamento cinematografico di “Va dove ti porta il cuore” uscito nel 1996. La critica cinematografica, a suo tempo, è stata piuttosto severa sulla sua opera. “Una storia costellata di disgrazie, ma con un messaggio positivo in coda: che la scrittrice convertita al cinema ha il pieno diritto – come chiunque altro – di esprimere. Salvo che, malgrado la passione da lei dichiarata, il film è svogliato, mal raccontato e spende male il talento di Licia Maglietta. Trieste è una pura scenografia, subito lasciata cadere. Quanto a Michele, figlio del profondo Nord, nelle scene da piccolo parla con l’accento romano” (Roberto Nepoti, la Repubblica). “Un film quasi teologico, praticamente un manifesto religioso. Ma, se la seconda parte è più corposa, la prima indugia troppo sul meraviglioso mondo della natura, con riprese che, fra alberi, laghi, fiumi e coccinelle, sembrano più infinite della fede in Dio” (Roberta Bottari, Il Messaggero). Insomma se non l’avete visto, non vi siete perso niente. A parte, s’intende, i quasi duemilioni e mezzo di euro di finanziamento pubblico. Di esempi ce ne sarebbero diversi altri tra le opere di registi famosi o sconosciuti. Tutti hanno avuto un prestito del quale dovevano restituire obbligatoriamente solo il 30% e, nei casi delle opere prime, il 10%. Negli ultimi dieci anni sono stati ammessi al finanziamento 352 film che hanno ricevuto in totale 1.173 miliardi di vecchie lire. La percentuale di rientro da parte del sistema cinema è stata circa del 20%. Nell’80% dei casi, quindi, i soldi non sono stati restituiti allo Stato. Con buona pace di Brunetta, la “cultura dello spreco” non ha colore politico.

8 commenti a Brunetta, va’ dove ti porta il… Fus

  1. makia

    meno di 200mila euro potrebbe essere un incentivo a non fare più film. Purtroppo temo non abbastanza per smettere pure di scrivere :D

  2. giul

    appurato ciò si dovrebbe cercare di capire se sia uno spreco o meno dare soldi per il cinema.

  3. Corsaro rosso

    Per parafrasarla, egr. Salvato, direi “per inciso” che la polemica contro il “neorealismo” non è venuto solo da “destra” ma anche da “sinistra”. Pasolini ne stroncò quelle velleità “anticonformiste” che invece finivano per omologarlo al sistema: “Riduzione al grigiore dello stato”, disse.

    Venendo alla funzione e all'utilità del FUS, mi domando se sia giusto spendere tanti soldini per dei film (Benigni dal FUS intascò più del doppio della Tamaro per il suo Pinocchio che, come sappiamo, fu un autentico flop) mentre allo stesso tempo abbiamo un welfare che tutela solo gli “insider” e lascia col sedere per terra tutti gli altri. Peccato che Brunetta non ha sostenuto questo. Ha semplicemente fatto capire che vuole controllare (ovviamente a scopo clientelare) questi finanziamenti. E il “Barbarossa” è un buon esempio.
    Dico io, visto la trama e lo sviluppo ideologico del film (almeno così come sembra profilarsi dalle prime recensioni uscite), perché non chiamarlo L'Alberto da Giussano?

  4. Lucia

    Quindi, Bruenetta ne fa quasi una ragione politica?
    Ma non si può mischiare la politica con l'arte!
    Quindi, anche i registi cosi come gli attori, sono soggetti alle regole del gioco: incertezza del lavoro e alti e bassi del mestiere! (che poi è stato sempre cosi)
    …Brunetta accorcia anche le pellicole per stare al suo pari…mnnaggia!

  5. giul

    per me questa analisi su Carmilla: http://www.carmillaonline.com/archives/2009/10/...
    e questa sopratutto: http://www.carmillaonline.com/archives/2007/07/...
    non sono male e spiegano un po di cose

  6. lupodigubbio

    Si parla della Tamaro. Vogliam fare qualche ricerchina sula signora vertmuller?

  7. Che l'accusa dma concordo che Brunetta avrebbe fatto meglio a risparmiarsi una polemica sull'ovvio e limitarsi a chiedere l'abolizione del FUS. Le ragioni non mancano, visti i risultati al botteghino e, spesso, anche quelli di lungo periodo.

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