Passato e presente che si scontrano. E la voglia di non deludere la fiducia di una persona cara.
Quel pomeriggio, come tante volte prima di entrare in ufficio, pensavo ai sacrifici, tanti, infiniti, che mi avevano portato fino a quel punto. E come tante altre volte concludevo che effettivamente non mi pesavano perchè la bilancia pendeva dal lato dai risultati, dalle tante soddisfazioni, dei sogni che erano diventati reali. Dapprima la ricerca di un lavoro e una stabilità economica, poi la famiglia, un avvenire decente per i propri figli, almeno migliore di quello che i sacrifici dei mie genitori erano riusciti a riservarmi ed
infine la carriera, le mie responsabilità di capo, l’avvenire dei miei collaboratori. Questo erano stati i miei ultimi vent’anni, questo il bagaglio di esperienze ed emozioni che mi portavo appresso ogni mattina entrando a lavoro. Ma quella doveva essere una giornata particolare. Entrando vidi il solito capannello di dimostranti con tanto di telecamere al seguito. Erano ridicoli con il loro vestiti stracciati che costavano più della mia giacca, con la loro espressione da liberatori disinteressati che pensavano solo a mettersi in mostra per i notiziari della sera. Mi guardavano come se io fossi un vecchio capitalista senza immaginare che avevo fatto anche io il 68, che prima che loro nascessero avevo lottato proprio per quella libertà di espressione che ora mi spiattellavano in faccia. Li superai con un sorriso di sufficienza: erano troppo ridicoli e finti per far scaturire un qualsiasi senso di colpa in qualcuno di noi. I sensi di colpa li avevamo avuti, avevamo fatto i nostri dolorosi esami di coscienza e ne eravamo usciti. Almeno così credevo prima di quella mattina: la mia vita era pienamente sotto controllo. Ma mi sbagliavo e forse quella inconscia consapevolezza mi forzò una smorfia dietro quel sorriso che gli rivolsi superandoli.
Loro non mi conoscevano, non sapevano che tra i loro possibili obiettivi io ero quello più giusto. Perché ero addetto al controllo qualità, proprio quel settore che controlla che tutto è a posto, che se uno poggia un piede sull’area superiore, se sono state rispettate le indicazioni del manuale di installazione, se non sono arrivati gli sminatori, non c’è scampo, la mina salterà in aria senza lasciare di chi l’ha calpestata. So che non è il migliore mestiere di questo mondo ma se io desistessi, se non facessi bene il mio lavoro, non ci sarebbe un ferito in meno, non una lacrima sarebbe risparmiata; anzi a quelle delle vittime si aggiungerebbero quelle di tanti disoccupati che non saprebbero dove andare. Perché la mia azienda va molto bene, assume persone salvandole dal deserto imprenditoriale in cui è caduto il nostro sud. A volte vedendo i cento lavoratori che sono stati presi negli ultimi anni, dall’11 settembre in poi per intenderci, mi commuovo pensando che se non ci fosse stato il mio impegno e i miei sacrifici ora starebbero in qualche fabbrichetta del nord, trattati da schiavi per quattro soldi
Con questo umore mi ero diretto al reparto di controllo qualità dove lavoravano a pieno regime i miei collaboratori. Sbattei le mani per darmi forza e simbolicamente dare inizio alla giornata che sarebbe guizzata via velocissima tra mille telefonate, incontri e riunioni. Eppure appena li vidi notai degli sguardi assenti, dei sorrisi forzati, lavorando di buona lena alle loro macchine avevano l’espressione di chi nasconde qualcosa. Pensai che gli slogan di quei pagliacci li avessero magari in qualche modo coinvolti così avviai la giornata parlando con qualcuno di loro che fosse più rappresentativo, che fosse più vicino a loro con i suoi gusti.
Lo chiamai con un cenno ma lui si girò sperando che ci fosse qualcuno dietro ad accogliere il suo richiamo. Era evidente che avrebbe preferito non parlarmi. Ma doveva e io cercai di rendergli la vita più semplice sfoggiando il più fascinoso dei miei sorrisi e il più caloroso dei toni di voce
“Allora, che c’è che non va?”
“Niente siamo un po’ stanchi per il lavoro ma …”
“Ma non è vero, dai, cosa è successo”
Il ragazzo si fermò a guardare il grande ritratto di mia figlia che mi abbraccia davanti alla splendida montagna innevata di una settimana bianca e scuotendo la testa mi disse:
“Ci dispiace capo, non volevamo farglielo sapere…”
“Cosa?” Mi cominciai a preoccupare e qualcosa passò nella testa di quel ragazzo che si affrettò a precisare
“No, no non è successo niente a sua figlia. E’ che…è tra i manifestanti…”
Ecco quale era il guaio. La mia unica figlia, quella splendida ragazza che
stravedeva per suo padre senza sapere quale fosse il suo vero lavoro, quel groviglio di idee ed ideali, di convinzioni e passioni, aveva trovato il suo nemico ideale e lo stava combattendo in maniera molto più efficace di quanto potesse pensare. Abbozzai uno di quei sorrisi così forzati da sembrare una smorfia di dolore e gli dissi che non si dovevano preoccupare perché avrei sistemato tutto io. Ma in realtà non sapevo che cosa fare.
Cercai di distrarmi, di tuffarmi negli impegni ma nel casino dei dimostranti mi pareva di sentire la sua voce, così non resistetti e andai alla finestra. Lei era lì che danzava in cerchio intorno ad un fuoco. Ricordavo esattamente il giorno in cui andammo a comprare quel vestito, l’aria di libertà che aveva quando faceva ruotare la gonna e poi mi saltava al collo chiedendomi se mi piaceva. Ora era lì, felice di combattere i cattivi e di stare con quel ragazzo con i capelli lunghi che la mangiava con gli occhi. Avrei potuto chiamare la madre per chiederle come mai non fosse a casa a quell’ora, ma immaginavo che aveva trovato una scusa per non farla preoccupare, come io le avevo insegnato. Perché io ci tenevo alla sua libertà. Libertà, come risuonava strana questa parola ora che ero imprigionato nella mia azienda, nella mia bugia, senza potermi far vedere dalla mia adorata figlia per la vergogna di quello che facevo.
E la verità mi colpì come un gancio allo stomaco: io mi vergognavo di quello che facevo. Distolsi lo sguardo da mia figlia che baciava quel ragazzo e mi dissi che se lo facevo era solo per lei e per suo fratello ma sapevo che lei avrebbe preferito qualunque cosa a quel tipo di sacrificio Quanto ci avrebbe messo ancora per scoprirlo? Quanto tempo avevo ancora per spiegarle che non ero un sanguinario, che mi trovavo lì per caso, che ero stato costretto dagli eventi e dal desiderio di non abbandonare la famiglia per degli inutili ideali. Era stato quando, con la crisi della marina, ero stato costretto ad abbandonare la mia vera passione, nei cantieri navali, per cercarmi un’altra fonte di sostentamento. Era giovane la mia famiglia con una figlia che muoveva i primi passi e un altro in arrivo. Acconsentii a lavorare in un altro settore, sempre civile, che poi con il passar del tempo era stato sempre più militarizzato fino ad essere fornitore di quelle maledettissime bombe. Pochi tra gli operai lo sapevano, pochi tra contabili e amministrativi si rendevano conto della provenienza dei loro guadagni. Io invece lo sapevo bene ma lei, proprio lei, la mia bellezza e la purezza da preservare, mi avevano dato la forza di andare avanti. Ed ora era lì che mi presentava il conto.























“E la verità mi colpì come un gancio allo stomaco: io mi vergognavo di quello che facevo.”
Queste situazioni, tra padre e figlia, di solito si creano quando c'è una mancanza di dialogo, forse c'è un dialogo, ma solo in maniera apparente! solo il dialogo mette in comunione le varie esperienze, fa incontrare le divergenze per poi dissiparle!
Anche questa domenica, caro Pietro, hai saputo emozionarci.
Questa frase mi ha colpito molto: ” Libertà, come risuonava strana questa parola ora che ero imprigionato nella mia azienda, nella mia bugia, senza potermi far vedere dalla mia adorata figlia per la vergogna di quello che facevo”. La sincerità, anche se a volte è dura la verità da svelare, dovrebbe essere alla base do ogni rapporto, in special modo tra genitori-figli, altrimenti prima o poi si finisce sempre con il deludere e far soffrire qualcuno. E' bello il messaggio di speranza e di un'alternativa possibilità di scelta che emerge da questo racconto e che c'è (quasi) sempre nella vita.
Grazie di cuore e buona giornata : )
Vi ringrazio dei complimenti.
Oltre al rapporto padre figlia che voi avete evidenziato c'è il rapporto con la propria coscienza (che la figlia rappresenta) che è spesso un insieme di ideali che si vanno a dimenticare nella strada per la vita. Scegliere la via del coraggio e della sincerità non è facile ma è l'unica via per salvarsi e la scena volutamente sanfranceschiana del pentimento vuole sottolineare che a volte è necessario un taglio netto e pochi sono così disperati da farlo. Lo si fa per amore, motore infinito del cambiamento, sia esso per un partner, per una figlia, per se stessi