In nome dei quaranta operai della Marlene

01/10/2009 - Lavorare per vivere, morire di lavoro. Storia dei lavoratori uccisi dal veleno Sono strane le storie di nera. Alcune raccontano di madri che uccidono con le proprie mani i propri figli. Altre narrano di omicidi maturati per scherzo e poi

     
 

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Lavorare per vivere, morire di lavoro. Storia dei lavoratori uccisi dal veleno

Sono strane le storie di nera. Alcune raccontano di madri che uccidono con le proprie mani i propri figli. Altre narrano di omicidi maturati per scherzo e poi trasformatesi in atroci realtà. Alcune di esse sono così macabre, che fanno orrore anche a raccontarle. Le più, raccontano le gesta di passioni sfociate in tragedia, di amati feriti, traditi, resi pazzi dalla gelosia. Questa invece è diversa. Più cattiva, più spietata, più dura da mandar giù.  Tutto ha inizio del Dopoguerra. Un conte, il conte Rovetti, decide di aprire un’azienda, il Lanificio Maratea. Siamo in Calabria. La zona è povera, così povera che la gente continua imperterrita a emigrare al Nord. Ma il conte ha deciso di aprire qui la propria industria. La manodopera non manca, e gli operai sono anche volenterosi. Inizia producendo divise militari e tessuti. Tanti tessuti, anche di bellissimi, pregiati. Il Lanificio ha anche altre sedi, una più piccola a Praia a mare, un paese li vicino, e piano piano diventa famosa. Diventa sinonimo di qualità. Gli operai, quelli di giù, i calabresi, sono bravi, sanno lavorare davvero bene. E gli affari non vanno male. Tutt’altro.

MEGLIO LAVORARE - A Praia a mare i reparti erano separati, da un parte la tintoria, da un’altra la filatura, dall’altra il fine saggio. Poi più avanti, quando l’azienda passa nelle mani dell’Eni, tutto muta. I muri vengono abbattuti e tutti gli operai iniziano a lavorare in un unico ambiente. La fabbrica di Praia è grande. Basta pensare che solo il reparto orditura, quello che si occupa di predisporre i fili per il telaio, ha quattro grandi macchine al centro dell’edificio. In totale l’azienda occupa 500 persone. Non è un lavoro semplice. Il rischio di farsi male è sempre in agguato. Basta una disattenzione e le mani possono andare dove non dovrebbero e staccarsi definitivamente dal resto del corpo. Poi bisogna fare attenzione alle vasche. Quelle sì che sono pericolose. Gli operai lo sanno non tanto perché hanno visto avvenire chissà quali incidenti, ma perché sentono l’odore che emanano. Nella sezione tintoria i fumi sono così densi che non si vede a un palmo. A volte, scherzando, quando entrano in fabbrica gridano: «Oggi nebbia in Val Padana». Però il lavoro è lavoro e qui, nel profondo sud, nella Calabria Saudita, come al nord piace chiamare questa regione, ce n’è così poco che è meglio lasciar stare. Anche perché a parlare non è che ci si guadagna un granché. Gli scioperi non fanno in tempo a iniziare che finiscono subito: la spada di Damocle del licenziamento è sempre lì, in attesa di scattare. Meglio lavorare allora. Meglio entrare dentro e gridare «Nebbia in Val Padana», facendo due battute con i colleghi, piuttosto che rischiare di restare a casa.

UN KILLER ODIOSO – Una cosa che non mancava mai in fabbrica, oltre alle nubi e al lavoro, era il latte. A molti, finito il turno, ne veniva data una busta. Così, per disintossicarsi. Già, perché lì, in azienda, c’era qualcosa che non andava. Come per esempio quelle scritte, strane, su quei bidoni. Va a capire cosa dicevano, però, certo, con quel teschio sopra, non è che lasciassero presagire qualcosa di buono. E poi tutti quei fazzoletti per coprire il viso che diventavano subito neri. Che c’era qualcosa che non andava, gli operai iniziarono ben presto a capirlo.  Anche perché iniziarono a sparire le persone. Da un giorno all’altro non c’erano più. Via, scomparse. Si parlava, si chiedeva, niente. Nessuno sapeva niente. Così per giorni, mesi, anni. Finché nel 1987 la fabbrica viene ceduta al gruppo Marzotto. E si cambia tutto: vasche, ambiente, modi di lavoro. In pratica è come lavorare da un’altraparte. E quelle persone? Qualcuno dice che sono state assassinate. Che sono state fatte fuori. Nessuno ci crede, anche perché non si parla di una o due, ma di decine. Quaranta fino ad arrivare ai giorni nostri.  Gli inquirenti decidono di andare a fondo. Le indagini partono nel 1999. Prima un fascicolo, poi un altro, finché non si riesce a far procedere tutte le indagini in un unico binario. Finché non si capisce che il killer di tutti quegli operai è uno. E ne ha uccisi più di quaranta. O meglio, sarebbero almeno ottanta per i magistrati, ma molte famiglie hanno preferito non sporgere denuncia, non parlare.

LA SOLITA STORIA - Non è stato facile arrivare fino a qui. S’è dovuto scavare parecchio, andare indietro fino al 1973 quando due operai trentenni vengono “fatti fuori”. E alla fine si è capito che il killer era lì. Da sempre all’interno dell’azienda. Nascosto dentro quelle vasche piene di coloranti azoici contenenti “ammine aromatiche”. E sotto, tutti gli operai a respirare liberamente e ad ammalarsi di cancro. Senza nessuna cappa d’aspirazione, anche se i vertici della Marlene, questo il nome dell’azienda, dicevano il contrario, ma poi sulle sue brochure di presentazione di quelle cappe non c’era traccia. E loro lì, ogni giorno, per anni e anni a respirare quei veleni. E quando uno di loro alzò la testa, intentò causa, giù con le minacce per farlo tornare indietro, ma lui no, lui, Luigi Pacchiano, testa dura, non mollò e ottenne il riconoscimento di malattia professionale e il riconoscimento del danno. Ma molti altri aspettano giustizia. La procura di Paola che indaga ancora non ha finito il lavoro, ma ha già deciso di procedere per omicidio colposo perché non ha dubbi: la morte di quegli operai è da attribuire ai veleni che hanno respirato all’interno della Marlene. L’azienda, intanto, minimizza, non crede nel nesso fra morti e lavoro.  Adesso, dove prima c’era la fabbrica degli splendidi tessuti, c’è solo un rudere. Intorno l’abbandono. I terreni sono pieni di rifiuti tossici e il mare non è balneabile. Dei tanti operai che qui hanno perso la vita non c’è traccia. Di loro però si ricordano i colleghi, gli amici, le madri, i figli, le mogli e i parenti. E nel ricordare sempre c’è un’unica frase affiora nelle loro bocche: chi gli ha uccisi? Perché? Si può morire così? Sempre la stessa frase, da decenni ormai.

     
 

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