Proprio per questo motivo, poiché il tempo sarebbe stato un giudice imparziale, ma severo, Kennan credeva che non fosse necessario allarmarsi troppo. Secondo Kennan, infatti, l’URSS non rappresentava una minaccia militare, ma solo politica. L’URSS non voleva invadere l’Europa occidentale: “They tried once in Finland, and they got their fingertips burnt”, aveva scritto nel 1946. La minaccia politica era rappresentata dalla possibilità che in alcuni paesi i partiti comunisti potessero arrivare al potere tramite le elezioni – specificatamente, quando scrisse The Long Telegram, pensava al caso italiano e francese. Per questo motivo Kennan riteneva assolutamente necessario il Piano Marshall. Kennan capì dunque cosa la Guerra Fredda sarebbe stata e come sarebbe finita. La vittoria, infatti, non sarebbe giunta grazie alla superiorità nucleare americana (come sosteneva Nitze). Ma piuttosto, grazie alla superiorità del suo sistema economico e politico. L’errore – se di errore si tratta – sta nel timing. Kennan credeva che in 15 anni l’URSS sarebbe caduto. Ce ne sarebbero voluti 40. Ma that’s it, come piace dire a Rocca. L’uomo che nel 1947 scriveva il più citato articolo mai apparso su Foreign Affairs, e che avrebbe dato il nome alla strategia del contenimento sovietico, aveva previsto tutto.
Cosa dire invece di Nitze? Mi si permetta di dire che, guarda caso, ho studiato proprio in una università che porta il nome di Nitze: la Paul Nitze School of Advanced International Studies della Johns Hopkins University. Quella che Rocca cita nell’articolo e che è stata il pensatoio dei neoconservatori per tutti gli anni ’90 e 2000. Non farò come Rocca che deve raccontarci con chi va a pranzo e con chi va a cena per elevare le sue credenziali. Mi si lasci dire però che nei due anni alla “SAIS” qualcosa di Nitze l’ho imparato. E se avessi mai scritto le bestialità che Rocca ha scritto, mi avrebbero cacciato a calci. Rocca scrive che “l’approccio di Nitze è stato più coerente con la natura missionaria dell’America e ha fornito credibilità e muscoli alla strategia di Kennan fino a diventarne l’elemento decisivo negli ultimi anni del conflitto est-ovest”. “Coerente con la natura missionaria”? Paul Nitze. Mi si lasci raccontare un aneddoto. Quando ero alla Johns Hopkins, andai alla prima lezione di un corso chiamato “Ethics and International Relations”. Il professore, ex allievo di Nitze, ci raccontò che quella classe, negli anni ’50, era insegnata proprio da Nitze. Tutti gli studenti – tutti – scoppiarono a ridere. Questo anedotto dovrebbe dare la misura di quanto la figura di Nitze e concetti come etica e missione non siano proprio facili da associare. E infatti, a Nitze, della natura missionaria dell’America non importava proprio nulla. Su questo, è meglio non lasciare dubbi. Nitze era un cold warrior. Un cittadino che credeva nel dovere di difendere l’America con tutti i mezzi, soprattutto quelli militari. O, per dirla come molti lo chiamavano, un iperrealista. Questo aspetto è il grande assente dell’analisi di Rocca.
Rocca collega giustamente Nitze ai neoconservatori. Nitze però non era un neoconservatore. Era un realista, che credeva che la politica internazionale fosse un gioco sporco, e che quando c’era di mezzo la sicurezza nazionale, tutte le altre considerazioni venissero dopo. Negli scritti di Nitze non c’era spazio per considerazioni come “il ruolo delle idee” (tanto cara a Bill Kristol), o per la promozione della democrazia (carà un po’ a tutti i neoconservatori). Relativamente a questo punto, ci sia permessa un’ulteriore considerazione: Rocca scrive che “l’impostazione di entrambi i due intellettuali della guerra fredda era quella di una battaglia ideologica tra libertà e democrazia da una parte e schiavitù e oligarchia dall’altra”. Ovviamente, questa è un’interpretazione molto originale e del tutto personale di Rocca. Per Nitze non c’era nessuna battaglia ideologica. La battaglia era militare. Punto e basta. E su quel piano bisognava combatterla. Per Kennan la battaglia era politica. E andava combattuta su questo campo. La morale? Kennan, come tutti i realisti classici (Morgenthau, Spykman, etc.), era mosso da profondi valori morali. Come tutti i realisti classici era legato fortemente all’Europa (fin dagli anni venti aveva lavorato all’ambasciata di Berlino, prima di andare a quella di Mosca), e credeva che il principio più importante in politica estera fosse la prudenza, quella solennemente pronunciata da Machiavelli e Morgenthau. E dunque, suggeriva un approcio cauto, volto a non infastidire il nemico. Nitze era mosso da senso del dovere. Era un iperrealista, nel senso che era focalizzato unicamente sui fattori materiali. Military power matters, all the rest doesn’t. Nitze e Kennan non sono mai stati coinvolti in nessuna battaglia ideologica. Erano coinvolti in una guerra. Kennan sapeva che quella guerra sarebbe rimasta “fredda”. Nitze temeva che un giorno sarebbe potuta diventare “calda”. Di qui la differenza dei due approcci.
Qual è la morale della storia? La morale è quella che Rocca chiaramente non vuole sentire. Perché se Kennan aveva ragione, allora, significa che molte delle degenerazioni della guerra fredda erano evitabili. E quindi Nitze aveva torto. Era evitabile la corsa frenetica alla superiorità militare. Non solo perchè il “missile gap” non è mai esistito, come non è mai esistita neanche la “window of vulnerability”. Ma anche perchè alla fine, l’Unione Sovietica sarebbe crollata, indipendentemente da cosa gli Stati Uniti avrebbero fatto. Era quindi evitabile la guerra in Vietnam, come era evitabile il coinvolgimento in Sud America. In altri termini, ascoltando quel cinico di Kennan, gli Stati Uniti avrebbero potuto evitare tante delle porcherie che hanno fatto durante la Guerra fredda.Il dibattito intellettuale tra Kennan e Nitze, dunque, offre un’importante lezione per i giorni nostri e sulle direzioni della politica estera americana. Esso suggerisce che tutte le iniziative dei neoconservatori, quelle ciò che contemplano interventismo in politica estera, militarizzazione della diplomazia, e primazia americana, rischiano di essere non solo nocive ma anche controproducenti. Rocca ovviamente è riuscito a ribaltare la storia e a trarre l’implicazione contraria. Ai lettori l’ardua sentenza. Da parte nostra, vivi complimenti per la fantasia.




nell'elenco che teniamo qui, Rocca ci mancava. Grazie, Mauro
L'elenco è delle persone che ci fanno causa?
Mauro, un'ottima riflessione. Al di là della giusta presa di posizione sulla leggerezza con cui vengono interpretati storia, politica e uomini degli Stati Uniti (ma in generale del extra-italia) ad uso e consumo delle necessità correnti italiane, questo luminoso squarcio sulle opposte fazioni del dopoguerra americano è assai affascinante. Grazie.
Un giorno, forse, ci renderemo conto dei tempi che stiamo vivendo. E scoppieremo a piangere. O a ridere.
Brutta malattia l'abuso di fantasia… soprattutto quando si scrive.
Grande pezzo.
Il ragazzino che scrive, assieme al gemello, è un personaggio mica male. Ho ancora le mail di elogi sperticati che i Gilli brothers mi mandavano, compresi accorati inviti a tenere conferenze per il loro centro studi (dove io ovviamente non sono andato). La cosa fantastica di questo suo livoroso, confuso e mal scritto articolo, esattamente come tutti gli altri, è che mi accusa di cose che non ho mai scritto e di una tesi che non è mia, anche se la condivido, ma dell'autore del saggio che ho recensito e, attenzione, anche sua.
Non ho mai scritto sul mio libro einaudiano (ah, l'invidia) che Kennan era uno stronzo. Ci sono due citazioni di Kennan nel libro e non c'è scritto nemmeno lontanamente che fosse uno stronzo. Poi, il resto: leggete bene le cose che scrive il mono-maniaco che consulta l'enciclopedia dei Quindici. So che è dura, ma se leggete davvero bene in una frase mi accusa di una cosa e in quella successiva di aver scritto esattamente quella che secondo lui è la verità. Poi, quando il ragazzino sproloquia sulla vera natura di Nitze e Kennan scrive, malamente, le stesse cose che ho scritto più chiaramente nel mio lungo articolo. Esattamente le stesse cose. Avete capito bene: professoreggia sul fatto che Nitze era uno che voleva vincere militarmente, altro che idealisticamente, e io ho scritto proprio questo. E su Kennan sopravanzato da Nitze, be', è quello che ho scritto io. Potrei citare riga per riga e ridicolizzare tutte le stronzate del ragazzino che pensa di essere spiritoso, ma è solo patetico. L'ho fatto molte volte in passato, e in altri luoghi, quando credevo ancora che con gli scemotti si potesse discutere. Ma non c'è speranza.
Ci sarebbe anche da dire sulla distinzione realisti e idealisti, visto che il ragazzetto non ha ancora capito che i neocon si considerano realisti (mugged by reality, anyone?). Non credo che il ragazzetto non abbia letto l'articolo che recensisce così sciattamente, sono certo però che non l'abbia capito.
Mi raccomando, dopo carosello mandatelo a letto.
Bravissimo Mauro, è arrivato pure Camillo a sbraitare. Rocca, prima o poi arriverà pure That's wrong, che con tutte le castronerie che racconta c'è sempre da divertirsi. Di questo la ringraziamo sentitamente.
Rispondo alla parte di mia pertinenza, anche se mi trovo in imbarazzo di fronte a commenti di questo tipo.
1) In passato ho scritto email complimentandomi con Rocca? Sì, credo sia successo anche di recente. E' un crimine? E' un reato? Io credo sia onestà intellettuale. Non tutti ce l'hanno. Questo – rimarchiamo – è l'argomento forte di Rocca per ribattere le critiche piovutegli addosso.
2) Mio fratello ha mai scritto a Rocca? No. Tanto per capirci, in questo commento si imputa quindi a Mauro Gilli il fatto che Andrea Gilli abbia scritto a Christian Rocca. Complimenti per la forza degli argomenti.
3) Alle questioni di fatto risponderà, se ne ha tempo, mio fratello. Credo tutti, tranne Rocca, abbiano capito il punto dell'articolo. Se Kennan aveva ragione, allora Nitze aveva torto, e quindi tutte le politiche supermaschie che piaciono a Rocca e ai neocon sono da buttare. Il punto è che Kennan aveva ragione, ma Nitze guidò la politica estera americana: ecco come mai la guerra fredda è durata a lungo ed è stata più difficile di quello che doveva essere. Sfido chiunque a dire che l'articolo di Rocca finisce con questo messaggio. Difatti, dice l'opposto.
3) Rocca continua a riferirsi a me e per interposta persona a mio fratello con termini quali “ragazzetti”, “carosello”, “andate a nanna”. In assenza di argomenti, credo che in effetti farei la stessa corsa (oltre a mettermi un sacchetto della spesa in testa quando esco di casa). Giusto per far capire a chi legge i termini di paragone, ecco la situazione.
Mi sono complimentato con Rocca la prima volta all'età di 24 anni. Allora dovevo ancora laurearmi. Rocca ne aveva 35, e lavorava al Foglio.
Da allora ad oggi sono passati 4 anni. Rocca è ancora al Foglio, ed è ancora pagato con i contributi statali che il suo quotidiano riceve. Io nel frattempo mi sono laureato 110 e lode a Torino. Ho preso un Master alla London School of Economics, ho lavorato all'ONU, alla NATO, ho partecipato ad una decina di progetti di ricerca su questioni di difesa e sicurezza e ora frequento un dottorato nel 5° dipartimento al mondo in scienza politica. Mio fratello si è laureato 110 e lode, ha preso un Master alla SAIS di Washington, ha lavorato all'ONU e ora fa il dottorato a Chicago (Northwestern) nel 19esimo dipartimento al mondo in scienza politica.
Per Rocca siamo ragazzetti.
4) Il libro di Rocca “Cambiare Regime” era una porcata. Mio fratello scrisse un articolo sulla rivista ideazione nel maggio 2006 mostrandone i problemi. Gli stessi vennero poi ribaditi privatamente a Rocca in uno scambio nel settembre 2007. Risposte dall'autore? Ragazzetti, nanna, etc. Come stanno le cose? Lasciamo a chi ci legge l'opportunità di decidere: http://phastidio.net/2009/03/05/cambiare-registro/
Faccio una previsione: Rocca non risponderà a queste critiche. Quando il gioco si fa duro, i conigli scompaiono.
Saluti,
ag
no, invece: adesso ti risponde che tu non puoi parlare perché l'Onu è un ente inutile.
Che è la stessa cosa che io penso, su epistemes.org trovate tutte le spiegazioni che non sono quelle di Rocca (l'ONU non funziona perchè ci sono le dittature: CHIAMATE I VIGILI URBANI!), ma semplicemente sono quelle che tutte le persone serie conoscono (l'economista Marcur Olson ha parlato per primo di Collective Action problem: quando ci sono esternalità – ovvero i costi o i benefici di un'azione non sono sobbarcati o goduti in pieno da chi la compie – nessuno agisce).
L'unica differenza, anche qui, è di coerenza. Io, criticando ONU (ma anche NATO: non crediate che infatti l'Alleanza sia un posto di verginelle…), mi sono sbarrato la strada ad una eventuale carriera nelle organizzazioni internazionali. Si chiama coerenza. La coerenza di Rocca si vede invece quando parla di sussidi ai quotidiani (ovvero il suo stipendio) e libero mercato…
Francamente mi sento a disagio per Rocca. Questo suo commento la dice lunga sul personaggio. Visto che ha scritto nuovamente una marea di imprecisioni, mi si permettano alcune, brevi, considerazioni, prima di carattere personale, visto che Rocca l'ha buttata su questo piano, e poi in merito alle sue argomentazioni.
In primo luogo, non ho mai scritto alcuna email a Christian Rocca in cui mi congratulavo con lui. Me lo si lasci sottolineare, giusto per non lasciare spazio al dubbio. Gli ho scritto in tutta la mia vita una sola email (marzo 2005) in cui gli facevo notare (guarda caso), che aveva scritto una cazzata (sosteneva che dietro al genocidio in Darfur ci fossero motivazioni religiose: musulmani contro cristiani).
Per il resto, fracamente non so neanche da dove iniziare. Posso dire di provare tanti sentimenti per Rocca, ma sicuramente tra questi non c'è invidia per il suo libro Einaudiano? Vivo negli Stati Uniti come Rocca. A differenza sua, però, quando mi sveglio la mattina, posso guardarmi allo specchio senza vergognarmi di me stesso perchè il mio stipendio proviene da un'istituzione privata, non viene sottratto agli ignari contribuenti con lo scandaloso sistema dei contributi pubblici ai giornali.
In secondo luogo, per pubblicare un libro come quello, preferirei ritirarmi ai caraibi e fare il pescatore. Il libro di Rocca è stato pubblicato solo perchè “siamo in Italia”. Se all'Einaudi avessero avuto anche solo una persona che possedeva un minimo di conoscenza relativamente agli argomenti trattati, il manoscritto sarebbe finito nei rifiuti. Ma siamo in Italia. E Rocca può agilmente apparire come un esperto di fronte alla platea di ignorantoni di fronte alla quale si trova davanti. Sarei curioso di vedere cosa succederebbe se Rocca proponesse il suo libro a Cambridge o Princeton University Press e soprattutto sarei curioso di leggere le bozze con le correzioni. Sono sicuro che ci sarebbe da divertirsi.
Relativamente al merito del commento. Riporto due frasi di Rocca. Dal commento qui sopra: “Avete capito bene: professoreggia sul fatto che Nitze era uno che voleva vincere militarmente, altro che idealisticamente, e io ho scritto proprio questo. E su Kennan sopravanzato da Nitze, be', è quello che ho scritto io.”
Nell'articolo originale, invece, relativamente alla linea di Kennan, Rocca scriveva che “è quella che ha prevalso negli anni Cinquanta”
Capisco che nel mondo di Christian Rocca non ci sia spazio per la coerenza. Ma non credo di chiedere troppo se faccio notare come le due frasi siano in contraddizione. Kennan fu sopravanzato da Nitze oppure fu la sua linea a prevalere? Chi ha ragione? Rocca delle 7 di sera, o quello delle 5 del mattino?
Non lo sapremo mai, perchè per Rocca questi sono dettagli. Ma ora, Rocca, torniamo a farci le seghe con l'Iphone, tanto anche quest'anno i contributi pubblici ai giornali dovrebbero aumentare, e quindi possiamo permetterci di comprare qualche nuova application alla faccia di quegli stronzi di italiani che l'avventura americana non se la potranno mai permettere. Ma tanto lei, è di sinistra, no?
Per essere onesti, nel resto dell'articolo viene chiarito che dagli anni '50 in poi fu la linea Nitze a prevalere. Vero è che leggendo “…la linea Kennan è quella che ha prevalso negli anni Cinquanta e che ha posto le basi strategiche per la vittoria del mondo libero nella Guerra fredda” un qualsiasi studente o appassionato di RI potrebbe serenamente cestinare l'articolo nella convinzione di non perdersi nulla. Commettendo l'errore di proseguire il pezzo diventa piuttosto surreale, con lo svolgimento che nega la premessa ed è a sua volta rivoltato dalla conclusione:
“In ogni caso – si legge in “The hawk and the dove” – i due uomini si sono ritrovati come simboli unitari del successo americano nella Guerra fredda: Kennan per aver elaborato la politica vittoriosa e Nitze per averla eseguita”
che sebbene sia una citazione rimane come epigrafe e si presume accettata e condivisa da CR, il quale dunque condivide una puttanata colossale smentita dalla storia e dalla stessa biografia di Kennan, il quale occupò gli anni successivi all'allontanamento dall'amministrazione (anche) criticando l'interpretazione distorta e prevedibilmente dannosa (per gli stessi interessi americani) delle sue intuizioni.
“Ci sarebbe anche da dire sulla distinzione realisti e idealisti, visto che il ragazzetto non ha ancora capito che i neocon si considerano realisti”
Non ho ben capito, la deduzione sarebbe che se loro si considerano realisti “allora” lo sono?
Infine la risposta piccata su toni personali e del tutto irrilevanti rispetto alla materia del contendere risulta complessivamente patetica, per di più se rivolta a due che dal basso della loro giovane età son già anni che producono (dentro e fuori l'accademia, direi) cose di assoluto rilievo in materia. Potrebbe essere semmai CG a spiegarci i titoli in base ai quali può ritenersene esperto, al di là di scriverne sul Foglio – che a rigor di logica dovrebbe esserne semmai la conseguenza.
Bye
Adoro i gemellini. Prima scrivono per anni squinternati articoli in coppia contro di me, poi piangono perché ho fatto notare che uno dei due, evidentemente all'insaputa dell'altro, si è spesso prostrato in ginocchio e mi chiedeva di parlare ai suoi convegni. Per me, comunque, pari sono: due scemotti. Ebbri di sé e presuntuoselli, con tutto quello sfoderare di medagliette e pezzi di carta. In una delle loro precedenti e acrobatiche argomentazioni si erano addirittura spinti a scrivere che non avevo titoli per scrivere, perché non ero laureato. Naturalmente sono laureato e proprio in diritto internazionale, ma i fatti diciamo che non sono il loro forte, così come non c'entra nulla il fatto che il foglio sia per un terzo finanziato pubblicamente.
Ora sostengono che in America di fronte al mio libro avrebbero riso. Sarà per questo, allora, che a presentarlo a Roma siano venuti apposta due dei maggiori intellettuali americani e pure l'ex direttore del Financial Times inglese. Sarà per questo, non ho dubbi, che uno dei due intellettuali americani ne abbia parlato a lungo in un saggio di copertina su New Republic e poi su un suo libro pubblicato non su Giornalettismo ma nelle librerie americane e di tutto il mondo.
Certo, come dice il ragazzetto più spavaldo dei due, chissà “cosa succederebbe se Rocca proponesse il suo libro a Cambridge”. Non l'ho proposto, mannaggia. Ma siccome i due sono scemotti più di ogni limite e le sparano sempre più grosse e circostanziate non sanno che la rivista di affari internazionali proprio dell'Università di Cambridge, quella che fa capo a Chatam House, ha scritto che il mio libro è “excellent, erudite and well written” assieme ad altre carinerie che certamente ripeteranno quando i due scemotti avranno consegnato alle stampe l'aggiornamento dell'enciclopedia dei Quindici.
http://www.camilloblog.it/wp-content/uploads/ar...
Giusto per fare chiarezza.
1) Nessuno qui si prostrava o si è mai prostrato davanti a Rocca – giusto per specificare. Mistificare va bene, inventare balle no. Io invitavo Rocca a convegni perchè la gente capisse quanto deboli fossero le sue argomentazioni. Rocca, casualmente (?), ha sempre declinato. La cosa non mi meraviglia: in un confronto pubblico sarebbe letteralmente rimasto appeso al muro, quindi ha preferito tagliare la corda prima. La forza delle idee, come dice lui. Chiedo a chi legge: sembra strano che io, ritenendo Rocca impreparato, e non avendo modo di smentirlo in pubblico (perchè il Foglio censura le email sgradite: chiediamo a Bellasio?), gli chieda di partecipare ad una conferenza così per vedere la forza relativa dei nostri diversi argomenti e così che anche il pubblico se ne possa rendere conto. A me non sembra una così fuori dal mondo.
2) Per provare la validità del suo testo, Cambiare Regime, Rocca cita tre argomenti. Alla conferenza introduttiva ha partecipato un noto intellettuale americano. L'articolo è stato recensito su New Republic – dallo stesso autore. Del libro ne ha parlato anche international affairs – la rivista dei marxisti di Chatham House.
Come metto la faccina che si butta a terra dalle risate?
a. L'intellettuale americano di primo piano sarebbe Paul Berman? E questo sarebbe uno dei più grandi intellettuali americani? Ma come si fa a dire delle boiate simili? Onestamente io non riesco neppure a stare serio. Berman ha scritto qualche libro di pseudo-attualità, è una sorta di Mimmo Candito o Gianni Riotta americano, non necessariamente più in gamba. Un paragone del genere è una cosa tipo paragonare Cloonely, in veste del medico di ER, a Rita Levi Montalcini. Roba da chiamare la neuro. Ma come si fa a paragonarlo a titani quali Michael Walzer, Robert Putnam, Kenneth Waltz, senza citare il campo della filosofia da Bashkar a John Searle, ad Alexander Wendt? Davvero, mi viene da ridere. E il fatto che Rocca consideri un tale individuo “uno dei massimi intellettuali americani” dà l'idea dei suoi termini di paragone e delle sue prospettive (leggi: limiti) intellettuali.
b. Lo stesso intellettuale americano ne ha poi parlato su New Republic. Ma Rocca pensa davvero che siamo tutti scemi, o che abbiamo l'anello al naso? Io chiamo un tizio, gli pago l'aereo, lo faccio venire in Italia, gli parlo di un libro che sposa le sue stesse tesi. E qualcuno mi vuole dire che questo tizio non mi fa una recensione con i baffi su New Republic (dove scrive con frequenza), che oltre tutto torna a comodo pure a lui: dimostra infatti che a difendere queste idee strampalate c'è pure qualche altro disperato in giro per il mondo. E magari, per finire il capolavoro, aggiunge pure che a scrivere questo libro è “uno dei massimi intellettuali italiani, Christian Rocca”.
3. International Affairs. Uno studente (di storia: di nuovo, quindi uno che studia altre cose: si occupa di relazioni italia-gran bretagna) recensisce su una rivista abbastanza prestigiosa questo libro, celebrandolo. Faccio un'ipotesi, come piace fare a noi nelle scienze sociali. Vuoi vedere che questo studente di storia ha le stesse idee di Rocca, e allora usa il suo contatto dentro International Affairs per darne risalto. E quale è il merito, scusate?
Finora, NESSUNO studioso serio ha mai celebrato il libro. NESSUNO. E non c'è da stupirsi. Il libro di Rocca non è un libro serio. D'altronde, alle critiche espresse nel link, il nostro non ha mica ancora risposto.
” e poi su un suo libro pubblicato non su Giornalettismo ma nelle librerie americane e di tutto il mondo.”
per non parlare di tutti i lettori del Foglio. Tutti e otto.
Al Gilli meno spavaldo: ho citato quelle cose perché avete scritto che in america e a cambridge si sarebbero messi a ridere. Ed è una delle tante palle che raccontate. L'argomento che il recensore probabilmente condivide la tesi del libro è da terza elementare e secondo me voi siete già alle medie. Naturalmente i due intellettuali più l'ex direttore del Financial Times è diventato “un solo intellettuale”. Di Hitchens e lloyd meglio tacere. Quanto a berman, già vincitore della nota borsa di studio per geni “McChartur Fellowship”, sì per geni, certo non è del livello di Michael Walzer e altri. L'avete letto bene, no? Il Gilli meno spavaldo ha scritto che Berman non è al livello di Michael Walzer e che, come innanzi al mio libro, tutti riderebbero. Bene. Ogni volta ne scrivete una nuova di stronzata. Walzer è il direttore di Dissent e Berman è nel suo consiglio scientifico. Siete patetici e, come sempre, scemotti. Passo e chiudo. Voi, mi raccomando, dopo carosello andate a letto.
Passo e chiudo pure io, perchè lo stomaco mi inizia a fare male per le risate.
Ripeto quello che ha detto Mauro: alla Princeton University Press o alla Cambridge University Press un libro del genere verrebbe buttato nel cesso. E difatti Rocca, anzichè spiegarci le presunte qualità del testo (e rispondere alle nostre puntuali critiche), continua a fare caciara e distogliere l'attenzione dalla questione: il suo libro era una roba imbarazzante.
Rocca scrive che Berman è uno dei più grandi intellettuali americani. Faccio nomi di gente che sta qualche rampa di scala sopra, e allora Rocca si offende e batte i piedi dicendo che “no, non vale, pensavo l'arbitro avesse fermato il gioco”. Restiamo seri. Berman è, appunto, un signor nessuno (Gianni Riotta ha studiato alla Columbia University: ciò non lo fa diventare autonomamente il più grande intellettuale italiano). Ha preso una fellowship presgigiosa. Wow. Ma Rocca sa che in America ci saranno 5/6000 fellowships l'anno? Un intellettuale si valuta dalle cose che ha scritto. Potrei sapere quale sarebbe il libro, l'articolo, o l'email che Berman ha scritto e che avrebbe rivoluzionato il panorama intellettuale americano? Appunto, non c'è.
Berman e Walzer. Bellissima questa: poi Rocca se la prende quando Travaglio basa la sua professionalità sul fatto di aver lavorato con Montanelli…
Tra l'altro seguendo il metodo Rocca la recensione del suo libro su International Affairs sarebbe opera di un “ragazzetto”
Insommaa, in questa saga mancano solo piu' Batman e Robin e li abbiamo citati tutti. E forse anche Zerlenga, l'altro intellettuale di respiro con il quale Rocca gioca a briscola nel tempo perso.
Per il resto, non so neanche cosa dire. Gli amici di Rocca, quelli ai quail il nostro paga pranzi e cene con i contributi pubblici, vengono in Italia alla presentazione di un libro che scimmiotta alcune cose che questi dicono in America. Per Rocca questo equivale a dire che il suo libro e' un capolavoro. Bisogna aggiungere altro?
Ho spiegato a suo tempo perche' libro faceva pena. Invece di rispondere, Rocca preferisce glissare. E poiche' su International Affairs appare una recensione, scritta non da uno studioso della materia, ma da uno storico, che conclude scrivendo che “perhaps Rocca is a neo-conservative himself”, allora il libro e' una figata pazzesca. Io glielo lascio credere.
Caro Rocca, lei avrebbe fatto piu' bella figura venendo qui e chiedendo scusa per le sue imprecisioni. Invece ha preferito buttarla in caciare con insulti e schiamazzi. Non che mi aspettassi un comportamento diverso da uno che a spese dei contribuenti fa la bella vita a New York, ma forse, un tantino di stile in piu' non sarebbe guastato.
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